martedì, 22 Giugno 2021

La lezione di De Gaulle: quando era la politica a dettare l’agenda dei media

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Sarà che la politica è in coma, eppure colpisce la subalternità di leader e ministri di fronte ai signori dei media. Ogni sera, Bersani, Renzi, Gentiloni, perfino il tycoon di Arcore vengono strapazzati dai vari Formigli, Floris, Vespa, Annunziata. Felini vs topini. Ma non è stato sempre così.

Charles de Gaulle fu tra i primi a capire l’importanza dei media. Il 18 aprile 1940, con i tedeschi a Parigi, aveva lanciato dagli studi londinesi della Bbc il suo appello alla resistenza. Continuando per tutta la guerra a spronare la sua gente attraverso i microfoni della radio e guadagnandosi il nomignolo di Général micro. Una sorta di vocazione che perfezionò a partire dal 1958, quando la crisi della Quarta Repubblica lo portò alla presidenza del consiglio. Ma nel 1958 c’era la televisione. E de Gaulle decise di servirsene da par suo.

Per dieci anni, fino al termine della carriera politica, parlò ai francesi e al mondo dagli schermi della tivù. Attraverso le sue famose allocuzioni e soprattutto attraverso conferenze stampa semestrali, che preparava con eccezionale cura, sguinzagliando un esercito di esperti, studiando i dossier, incontrando politici e grand commis, imparando a memoria la sua parte. E curando l’aspetto fisico. All’inizio fu infastidito da ciprie e ceroni (“Sono il presidente, mica un attore”, aveva detto stizzito), ma poi si era affidato al celebre Charles Koubesserian, il truccatore di Belmondo e della Bardot. E, tanto per cominciare, gli avevano tolto gli occhiali.

Il rito delle conferenze stampa si teneva all’Eliseo, nell’immensa Sala delle Feste, illuminata da maestosi lampadari di cristallo, arredata con un palco su cui stava una grande scrivania e, sulla scrivania, un microfono e un bicchiere d’acqua. Alle spalle del palco, un drappo rosso. Nel salone sedevano qualcosa come mille invitati. Per lo più giornalisti francesi e stranieri, e poi diplomatici, parlamentari, nonché il vecchio sodale André Malraux, che aveva il vizio di russare e che perciò le telecamere cercavano di non riprendere.

Alle 15 esatte de Gaulle sbucava da dietro il drappo rosso e la cerimonia aveva inizio. Le domande dei giornalisti erano rigorosamente selezionate e controllate dall’Eliseo, filtrate personalmente dal Generale. Il copione era inflessibile. Il botta e risposta del tutto fittizio. “I giornalisti sono i semplici testimoni delle domande che de Gaulle pone a se stesso”, si lamentò uno di loro.

E Hubert Beuve-Méry, il fondatore di Le Monde: “Queste conferenze stampa, sarebbe più corretto chiamarle conferenze alla stampa”. Ma poi nessuno osava mettere i bastoni tra le ruote. Era la politica a imporsi. Altro che Lilli Gruber.

 

di Paolo Macry

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Le domande dei giornalisti erano rigorosamente selezionate e controllate dall’Eliseo, filtrate personalmente dal Generale. Il copione era inflessibile. Il botta e risposta del tutto fittizio

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