martedì, 18 Gennaio 2022

La Grande Soirée d’Europa di Macron e Letta

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Manuela Scognamiglio
Napoletana doc, vive a Milano e lavora nell'ambito del Digital Engagement e Intrattenimento. È appassionata di lingue e comunicazione. Apprezza le sfide, il coinvolgimento internazionale e la conoscenza, così come il confronto con le persone. Crede nella condivisione delle esperienze, nella creazione di opportunità e nel cambiamento.

Da fan dell’Europa ho partecipato, qualche anno fa, ad un corso sulle istituzioni europee e la costruzione dell’Europa del futuro, l’Académie Notre Europe, voluto da Enrico Letta in quanto Presidente dell’Institut Jacques Delors; un think tank “europeo” con sede a Parigi. Avrete sentito parlare della Scuola di Politiche, ideata sempre da Letta, a Roma, a cui ogni anno partecipano centinaia di studenti; ecco, l’Académie Notre Europe è un concept simile ma con sede a Parigi e incentrata sull’Europa.

Lunedì 6 dicembre, l’Institut Jacques Delors ha festeggiato i suoi 25 anni di vita con una Grande Soirée al Théatre de l’Europe, a Odéon, Parigi – d’altronde, dove altro poteva organizzarla? Ho avuto il privilegio di partecipare assieme ad altri ex studenti del corso. Come si è svolto l’evento?

L’Europa solidale di Letta

La serata è iniziata con un opening di Letta sull’Europa del presente e del futuro. L’ex Presidente del Consiglio ha voluto ricordare due date importanti per la crescita dell’Europa questo ultimo anno:

  • Il 26 marzo, l’apice del rischio pandemico e della preoccupazione in tutto il continente;
  • il 18 maggio, il summit franco-tedesco, che ha dato vita al Next Generation EU.

Il principio di solidarietà è tornato con forza ad essere uno dei capisaldi dell’Unione Europea. La sfida dei prossimi mesi sarà far sì che Next Generation EU resti centrale e che segua un secondo “capitolo”. Non possiamo più fare passi indietro e tornare ai vecchi budget europei; anzi, dobbiamo conservare gli aspetti positivi di questo accordo e andare ancora oltre nei prossimi anni, proponendo dei piani d’azione internazionali e non più domestici.

È necessario portare avanti un’idea di sovranità europea che possa tradursi concretamente per la società. Consideriamo la possibilità di costruire uno spazio Schengen delle migrazioni, con i paesi che sono pronti a farlo, mettiamo in campo iniziative che coinvolgano le persone, i giovani e farli sentire parte del progetto europeo, costruiamo delle liste politiche transnazionali, che gli italiani, i francesi, gli spagnoli possano votare.

Letta ha concluso il suo discorso con un aneddoto che esemplifica la forza potenziale dell’Europa, oggi. Il 10 luglio di quest’anno, durante la finale Italia-Inghilterra a Wembley, più di una persona gli ha raccontato che a Copenaghen tutti supportavano la vittoria dell’Italia; è stata la prima volta nella storia che paesi del nord Europa, storicamente così vicini all’Inghilterra, si schierassero invece al fianco dell’Italia. A questo proposito, una sua frase in particolare mi ha colpito molto: «se l’Europa comincia a nascere nel calcio, significa che finalmente sta uscendo dal perimetro delle istituzioni».

L’Europa “nostra” di Macron

A seguito dell’intervento di Letta, ha fatto il suo ingresso il Presidente della Repubblica francese. L’emozione è stata intensa. Ma chi non si emozionerebbe a stare nella stessa aula con il Presidente della Repubblica francese?

Emmanuel Macron (il terzo da sinistra) sul palco

Ad ogni modo, Macron ha percorso il teatro, ha ringraziato l’ex Presidente del Consiglio italiano (il rapporto tra i due m’è parso essere ottimo) e si è seduto sul palco, in mezzo a ragazzi di 25 anni provenienti da diversi paesi europei e attuali frequentatori del corso dell’Académie Notre Europe, che lo hanno interrogato sui temi caldi del momento.

Sul tema della salute, Macron ha ricordato che ci siamo potuti vaccinare con i vaccini migliori del mondo grazie all’Europa, il primo spazio regionale in termini di produzione ed esportazione. Cosa fare domani? Costruire delle regole comuni per proteggere i dati sanitari, mettere in piedi programmi d’investimento cross-country per favorire le tecnologie e l’innovazione, coinvolgendo laboratori pubblici ed imprese private.

Per quanto riguarda la transizione ecologica e il clima, Macron ha ricordato che l’Europa è il primo continente ad essersi prefissato obiettivi climatici così ambiziosi per il 2030 e il 2050. La grande sfida è quella di raggiungerli, mostrando i propri risultati e facendo da forza trascinante e mediatrice di Stati Uniti e Cina. L’Europa, inoltre, deve tenere bene a mente le conseguenze sociali della transizione: agli investimenti industriali e tecnologici devono essere affiancati investimenti sociali. In primo luogo, si devono correggere le disuguaglianze all’interno dell’Europa stessa, che generano tensioni, per poi sostenere i paesi più poveri. Nel corso del G20, i paesi occidentali si sono accordati per favorire la transizione ecologica dei paesi più poveri, dando loro 100 miliardi di dollari all’anno, fino al 2025. Bisogna in primis farlo, poi assicurarsi che non vengano utilizzati solamente dai paesi più grandi e predisporre altre iniziative che vanno in questa direzione, come ad esempio la Grande Muraglia Verde in Africa.

Nazionalismo? No, patriottismo

Infine, sulla questione del nazionalismo crescente nel continente, Macron ha risposto che lui è «più patriota che nazionalista: non serve criticare gli altri per amare il proprio paese». Il nostro obiettivo del prossimo futuro è di rendere la “nostra” Europa meno burocratica, un’Europa che coniughi le culture nazionali e non chieda loro di scomparire, bensì le fortifichi grazie ad un dialogo costante. Il grande rischio è quello di portare avanti questa Europa solamente con chi è già convinto. La nostra sfida è quindi quella di coinvolgere il maggior numero di persone possibili: moltiplichiamo i dibattiti europei, lavoriamo sulla modernizzazione politica di questa Europa. «Quando un francese si commuove per un Grand Air di Opera italiana, facciamo vivere l’Europa», ha emblematicamente detto il Presidente.

Ha poi concluso citando Albert Camus: «amo troppo il mio paese per essere nazionalista. Diamo meno colpe all’Europa, non dimentichiamoci che l’abbiamo voluta, pensata, firmata noi e cogliamo invece l’opportunità di costruire un’Europa che potrà scegliere per sé stessa, senza dipendere da nessuno».

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