martedì, 22 Giugno 2021

L’Italia degli antilagna

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Italia “che non ce la fa”, Italia “stagnante”, Italia “immobile”. E Italia che, zitta zitta, risolve da sé. Ecco due storie antilagna, con due uomini simbolo al centro. Uno, Mauro Felicori, in qualità di neo direttore della Reggia di Caserta, si è trovato sul tavolo, a un certo punto, una lettera dei sindacati (cui “spiaceva” constatare la sua permanenza sul luogo di lavoro “fino a tarda ora”). L’altro, Massimo Osanna, in qualità di nuovo sovrintendente speciale per i Beni archeologici a Pompei, un certo giorno ha letteralmente strappato le chiavi degli scavi dalla tasca di un custode per far entrare i turisti durante un’assemblea sindacale a sorpresa: “Fermo restando il diritto di sciopero”, dice, trovava assurdo restare chiusi in una normale giornata di apertura con i turisti assiepati fuori, motivo per cui, avendo verificato la presenza di un numero sufficiente di dipendenti non in assemblea, aveva deciso di aprire comunque.

Entrambi, Felicori e Osanna, hanno tirato dritto, con l’idea di ribaltare la situazione a Caserta e a Pompei. Al momento del loro arrivo – Osanna nel 2014 e Felicori nel 2015 – i due siti erano infatti presenze fisse dei servizi televisivi da “Italia che non ce la fa”: crolli, bivacchi, cartacce, cani randagi, erbacce, transenne, incuria, inefficienza, abusivismo, clientelismo, chiusure, lucchetti. E nel 2010, all’ennesimo “caso Pompei” (era ministro dei Beni culturali Sandro Bondi), e all’improvviso moltiplicarsi di articoli sull’“umiliazione” del sito archeologico (tra cui quello di Sergio Rizzo sul Corriere della Sera), si era giunti alla conclusione che si dovesse andare oltre il dilemma: metterci o no un altro commissario? A Caserta, invece, tra il 2010 e il 2013, ci si era abituati non soltanto al calo di visitatori, ma anche al fiorire di leggende metropolitane, alcune delle quali verissime, sui dipendenti che “avevano messo le tende” all’interno del bene artistico-culturale borbonico, anche muovendosi con auto propria. Caserta e Pompei parevano due situazioni di ordinaria insolubilità, con sfondo di scontro ideologico a intermittenza (e a seconda del ministro). E se la riforma museale del 2014 (governo Renzi, ministro Dario Franceschini) ha aperto la strada all’autonomia del “luogo della cultura”, la differenza sul campo, intanto, l’ha fatta una rivoluzione di mentalità, quella che ha portato per esempio Osanna e Felicori a scontrarsi con “abitudini” mai sfidate negli ultimi trenta-quarant’anni. Anche per questo le loro storie interpellano l’Italia che Mario Draghi vede afflitta non tanto dai cosiddetti “vincoli esterni” quanto dall’incapacità del sistema di riformarsi da solo.

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