martedì, 17 Maggio 2022

Il tradimento russo. Da San Pietroburgo a Greta

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Tempi intricati, discussioni di guerra, ricostruzioni e percezioni. Ognuno va indietro nel tempo “di quanto conviene” e ri-stabilisce la data di nascita del proprio pacifismo: “va bene il giorno dopo la firma della pace in Vietnam?” O non è cominciato “quel pacifismo selettivo” a Poznan? O a Budapest nel ‘56 dove operai e popolo presero le armi, ma furono spazzati via dai carri armati russi?

Il “bias della conferma” somiglia da sempre al “quando-lo-dico io” di Giucas Casella. Al Sommo Pontefice appaiono davvero tutti egualmente fratelli? Quelli che, anche grazie a Wojtyla, si liberarono dal comunismo in Polonia, come quelli che hanno fondato lo stato d’Israele e quelli che restano sotto le bombe in Ucraina? Come è che l’origine del male, allora, appare l’abbaiare della Nato? Diventano “vite di mezzo” (tra Nato e Ucraina) o, se preferite, vite “degli altri”. Quando il dibattito diventa fede, o posizionamento, si finisce Santori o Salvini.

Le forze più ragionevoli hanno chiare le responsabilità di Putin e quelle assai più evanescenti della Nato, che semmai dall’Europa ha avuto il torto di ritirarsi. Forse sono meno chiare quelle di noi tutti. Non solo la cecità o la cattiva volontà, ma un eccesso di buoni propositi, persino un’amicizia e una fiducia nate nel 2000 che Putin ha tradito in modo clamoroso.

Gorbaciov, dopo Chernobyl, guidò una promettente rivoluzione in Russia. Élites e popolo sembravano in sintonia con Glasnost’ e Perestrojka. C’erano anche i nostalgici, ma si aprirono le porte, gli archivi, fiorirono i memoriali per ricordare l’orrore dello stalinismo. Caddero i muri, le catene (sì, è vero, si aprirono anche i McDonald e Pizza Hut, e che sarà mai compagni!), le sfilate, i concerti; si pubblicarono libri proibiti: molti Stati si liberarono dal giogo comunista e l’Europa si riunì, per un po’.

L’Occidente pensò di aver vinto la partita senza combattere, scelse di accogliere la Russia, ci fu addirittura un accordo nel 2002 (Bush, Berlusconi e Putin) tra USA, Russia e Nato a Pratica di Mare. Un abbraccio che durò a lungo. Dopo l’incertezza degli anni di Él’cin, passando per un rapimento (di Gorbaciov), un golpe e un contro golpe con popolo, esercito e Stato davanti al Parlamento, la fiducia nella Russia non fu revocata. Anzi. Apparve chiaro che il vecchio (ed in parte il nuovo) establishment (oligarchi, siloviki, cekisti, militari, magistrati, eccetera) era incerto e voleva soprattutto regolare i conti al suo interno. Nel 2007 Putin era uomo dell’anno su TIME e, con una genuflessione all’Europa, a Merkel e a Prodi, promise di “collaborare e competere”, un impegno reciproco di crescita e sviluppo, come faceva persino la Cina dittatoriale ma pragmatica. Nonostante il fiorire di scuole e giornali, la via “preferita”, dopo qualche anno non fu così.

Non c’erano ancora social e troll, ma nonostante la consulenza USA sulle Public Relations (chi scrive ne fu parte dal 2006 al 2009), convincere e convincersi di tutto ciò si rivelò faticoso e frustrante per chi era abituato a comandare sul popolo e su un blocco. Parlare con giornalisti disposti ad ascoltarti, ma che facevano domande scomode, come ha fatto solo Peskov con la CNN, era molto meno soddisfacente di quanto non fosse il “godimento” del dividendo energetico, lo sfruttamento di risorse e relazioni.

Dopo la ripresa dal baratro, il consenso interno, dei potenti e del popolo, si fondò sulla collaborazione economica, almeno quanto su nazionalismo e vittimismo, neo-autoritario, accompagnato dalla paura ed il risentimento verso i vicini più deboli, gli stranieri, i non russofoni. La democrazia e l’apertura danno solo risposte imperfette, ma correggibili. L’autocrazia invece non ammette mai i suoi errori.

Putin aveva guidato il Paese dal 2000 al 2006 senza mettere formalmente da parte libertà e democrazia. L’apertura dell’Occidente, la collaborazione economica da parte dell’Occidente, continuò quasi senza condizioni, per ragioni equivoche: innanzitutto la lotta al terrorismo e poi la convenienza economica. La prima lasciò alla Russia mano libera contro la Georgia, poi in Siria e in Ucraina: guerre che sfociavano, in casa, nella “coerente” persecuzione dei giornalisti. La seconda mise sul trono il gas.

I Paesi vicini, anch’essi in parte dipendenti e non protetti dalla Nato, divennero l’oggetto del desiderio di reconquista, di una vera e propria crociata contro i governi indipendenti e le rivoluzioni colorate. Nel 2009 Gazprom annuncia il blocco del gas all’Ucraina perché il governo non è amico, alla Moldava si toglie definitivamente, nonostante la condanna, via la Transnistria separatista, si annette la Crimea, si aggredisce il Donbass con milizie locali sul campo che abbattono aerei di linea.

  • Intanto, però, questa sì che è una responsabilità, Europa ed Usa continuano la collaborazione; un matrimonio sempre più incongruo ed unilaterale fatto di commercio, di gas e gasdotti. Ai russi viene data amicizia e fiducia, vengono integrati in Europa fino a progettare, nel 2007 (governo Prodi), il gasdotto South Stream per bypassare l’Ucraina e altri Paesi extracomunitari!
  • Dal 2008-2009, insomma, il partner-fornitore Gazprom diventa sempre più interlocutore politico, diplomatico, strategico, poi investitore, persino garante del riequilibrio con i Paesi arabi. Insomma, consegniamo a Mosca le chiavi del gas, ed in parte dei prezzi.
  • Giuriamo: “tu, solo tu, sempre tu”, “take or pay”, “non amerò nessun altro”, al massimo un giro con il gasdotto azero, che poi gli amici 5 stelle provano a fermare.
  • Garantiamo che non ci piacciono i rigassificatori a mare e, nonostante abbiamo gas nostro, e persino il petrolio, ci fa un po’ schifo e fermiamo le trivelle regalando gas ai croati: fedeli al russo in salute e malattia.
  • Soddisfatti e interessati appena il giusto ai maxi-giacimenti in Mediterraneo.
  • Nucleare? No, grazie!

Anche perché l’onnipresente, oggi assente, Greta Thunberg ci ha convinto che l’orologio della catastrofe termonucleare va sostituito con quello della catastrofe climatica. Se qualcuno obietta che nel “viaggio della transizione” c’è un problema di fusi orari e macchine del tempo, per andare da Gazprom a Greta, sono guai! Anzi si litiga tra francesi, nucleari e liberi, e tedeschi denuclearizzandi, ma col gas degli altri, come l’Italia.

Se sei Putin, come fai a preoccuparti della democrazia se gli italiani si strappano le trivelle per Greta? Ecco dov’è che Putin ce lo siamo un po’ voluti, non con la Nato che abbaia, ma con l’imbecillità di chi guarda il dito, dice transizione ma si mette nelle mani degli idrocarburi degli altri, dice elettrico ma non pensa né al costo né al prezzo.

Non pensa alla signora Gina (copyright Massimo Nicolazzi) che in bolletta paga pale, auto elettrica, colonnina e garage all’avvocato Giuseppe ed a pochi altri benestanti, mentre il gas e la benzina le costa sempre di più da prima della guerra. Perché il mercato sa ed il prezzo va. Soprattutto se all’amor tuo russo dici “voglio prezzi e forniture garantite, non me ne cerco in casa, però bada che a regime ne farò a meno con l’eolico”. E ci chiediamo come mai la bolletta aumenta? Perché non hai alternative, né possibilità di negoziato. Hai invitato a tavola il fornitore, gli hai dato un pezzo di casa, un pezzo dell’impianto elettrico e il contatore, hai cacciato gli altri e gli dici pure che lo manderai via. Fai greenwashing su tutto sapendo di mentire, ed alimenti il senso di impunità di una Russia quasi fallita e presuntuosa, illusa e chiusa, convinta che a lei non le si possa dire di no.

La linea non cambia nonostante guerre ed annessioni. Eccole le responsabilità occidentali, tra i litiganti il più prepotente tiene il banco e fa il gioco, stiamo reagendo, quasi uniti, ma ci rode la paura, e qualcuno spera che si vada avanti con la condiscendenza e gli occhi chiusi, spera nella resa, nella divisione e nell’ignoranza. Qualcuno pensa che l’uomo forte debba avere la meglio, ma il baratro è aperto. Va sconfitta la prepotenza per garantire l’autonomia, la libertà e la pace. Stavolta non si può sbagliare.

Articolo a cura di Massimo Micucci, Direttore Merco Italia

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