martedì, 31 Gennaio 2023

Il percorso della questione meridionale

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La discussione sulla questione meridionale va avanti da tempo, e da tempo si sviluppa attorno tre ipotesi. La prima attribuisce la colpa all’unificazione, e dunque ai piemontesi. “Avevamo ferrovie e industrie e terra felix poi il disastro”: questa ipotesi è di stampo reazionario ed è portata avanti dai neoborbonici, sia di nuovo che di vecchio conio. La seconda ha una matrice terzomondista, il Nord avrebbe colonizzato il Sud, o meglio: l’origine dei mali del Sud (e dei Sud) va rintracciata nelle relazioni di scambio internazionali che portano i paesi arretrati a specializzarsi in esportazioni a basso valore aggiunto (materie prime) per sostenere lo sviluppo del Nord: non solo merci ma anche movimento di persone, sfruttamento della manodopera. In Italia gli spunti per questa ipotesi li ha forniti Gramsci: «la borghesia settentrionale ha soggiogato l’Italia meridionale e le Isole e le ha ridotte a colonie di sfruttamento». Poi c’è l’ipotesi geografica che però di volta in volta assume tratti diversi: o la geografia ci penalizza, lontani dai commerci, terra amara e poco fertile, oppure al contrario, la geografia ci aiuta, anzi, al Sud si vive meglio, tanto mare e sole, tanta lentezza e spazio per godersi la vita al riparto dalla nevrosi. Quest’ultima ramificazione deriva in massima parte da una cattiva lettura di Camus, insomma il pensiero meridiano (quello della misura, di stampo greco) che tuttavia Camus – in “L’uomo in rivolta” – usava per difendere la democrazia partecipativa in opposizione alle palingenesi rivoluzionarie. Emanuele Felice, nel suo perché il Sud è rimasto indietro (il Mulino), esamina le tre ipotesi. In questi ultimi dieci anni sono stati elaborati nuovi dati – interessantissimi – e indicatori economici, tutti con una metodologia più rigorosa che tiene conto di procedure adottate in ambito internazionale, dunque abbiamo strumenti più precisi. Vediamo i 4 indicatori che sono alla base dello sviluppo economico e culturale: disponibilità di strade e ferrovie, presenza di banche, dunque di un sistema creditizio, istruzione, reddito.

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  • Per le ferrovie: i Borboni avevano costruito la prima linea, Napoli/Portici (1839) e lunga 7 chilometri, poi prolungata, negli anni seguenti, fino a Castellamare e Pompei. Perché fu costruita? Perché nel 1738 Carlo III di Borbone – il più illuminato, stando a Benedetto Croce – aveva deciso di edificare la sua residenza estiva a Portici, ora sede di Agraria. Dunque appena un secolo dopo si diede il via alla linea ferroviaria così la famiglia reale si poteva spostare verso il mare. Insomma: la ferrovia serviva ai ricchi. Negli anni la situazione non sarebbe cambiata. Nel 1859 la rete ferroviaria del Regno delle due Sicilie era di 99 chilometri (850 km Piemonte e Liguria; 522 km Lombardia e Veneto, 257 km Toscana, pure il papato superava i Borboni, 101 km). La ferrovia era in quegli anni il motore del progresso e stava rivoluzionando il commercio: i prezzi su rotaia erano più competitivi di quelli via mare.  Per le strutture creditizie la disparità era forte. Al tempo dell’Unità, nel Regno delle due Sicilie esistevano due banche pubbliche, il Banco di Napoli (con una sola filiale, quella di Bari) e il Banco di Sicilia (due sedi, a Palermo e a Messina). C’erano poi 1200 monti frumentari ma esercitavano credito in natura, prestavano sementi per la raccolta. Nel Centro Nord la situazione creditizia era ampiamente diversificata e in piena evoluzione: c’erano molti istituti genovesi, torinesi e lombardi. Insomma moneta – metallica e cartacea – che poteva essere investita. I dati sull’istruzione, quelli invece, erano ancora più impressionanti. I Borboni lasciarono in eredità l’86% di analfabeti (dato del 1861 che si avvicina a quello della Russia zarista). Nessuna donna sapeva leggere e scrivere. «In una società – scriveva Emilio Sereni ne “Il capitalismo nella campagne” – in cui l’agricoltura costituisce la fondamentale attività produttiva, l’esclusione delle donne dal lavoro dei campi comporta una sua netta inferiorità sociale. Questa si manifesta chiaramente nel regime ereditario e soprattutto nella totale subordinazione della donna all’uomo, il marito è difatti non solo il capo incontestato della famiglia ma il signore, il padrone della donna». Mentre fra gli uomini solo preti aristocratici e qualche borghese era alfabetizzato. Nella Spagna la quota di analfabeti era del 75%, mentre il Piemonte e la Lombardia stavano sul 50% e la Liguria 35%: si poteva intravedere sul nascere il triangolo industriale.

 

  • Sul reddito c’è invece una questione aperta, alcune stime (Daniele e Malanima) riportano una sostanziale equità, altre, quelle di Vecchi e Felice (che incorporano il lavoro di Ciccarelli e Fenoaltea e altri e usano la procedura Geary e Stark, adottata in ambito europeo), forniscono risultati diversi: fatto 100 l’Italia il meridione presentava un PIL per abitante di 90, mentre il centro Nord di 106. La differenza tra meridionali e gli altri italiani era del 19%. Può sembrare poco, ma considerando che il reddito annuo era già molto basso, quella che appare come una modesta percentuale invece incide significativamente. A prescindere dalla precisione delle stime, Emanuele Felice sottolinea che «La metà degli abitanti del Regno delle due Sicilie viveva sotto la soglia della povertà, le classi popolari lottavano per sopravvivere. Se non potevano mandare i loro figli a scuola, non avevano neppure speranza di riscatto, tanto meno si poteva avviare una qualche meccanismo virtuoso di crescita economica. Ma al Sud viveva anche una minoranza agiata, doveva essere molto agiata, se è vero che innalzava il Pil medio su livelli più alti di quanto ci si aspetterebbe dagli indicatori sociali. Specie in Campania, dove si concentrava nei palazzi dell’antica capitale. E non pare che questa élite di aristocratici e borghesi fosse particolarmente viva sul piano imprenditoriale e sociale». Emanuele Felice sulla questione reddito fornisce anche altre semplici indicazioni, a mo’ di euristiche. Prima di tutto le chiare e pesanti conseguenze della presenza del latifondo: nel Mezzogiorno di fine Settecento, le famiglie possidenti ammontavano a circa 600, cui si aggiungevano una cinquantina di baroni ecclesiastici, poche migliaia di teste, cioè 1% della popolazione. Per questo Pasquale Villani scriveva che «una novantina di baroni esercitavano la loro giurisdizione su 2 milioni di vassalli». E comunque è strano, o forse no, anzi è una chiave di lettura: pensare che l’intervento modernizzatone più dirompente di tutta la storia del Regno di Napoli e di tutta la storia pre e post unitaria, sia stato quello compiuto il 2 agosto del 1806 da Giuseppe Bonaparte (installato a Napoli a seguito dell’esercito napoleonico) che abolì con una sola legge e in un solo colpo l’intera giurisdizione che per secoli aveva dato ai baroni potere assoluto su uomini, terre, castelli, fiumi e strade etc: l’abolizione della feudalità, insomma. Essendo un intervento top-down, dopo la sconfitta dei moti del 1820/21, nei decenni che seguirono il potere dei baroni rimase sostanzialmente immutato: pure nel nuovo quadro giuridico, cambiò sì forma ma non sostanza. Io stesso da ragazzo ho potuto vedere le segreterie dei notabili politici piene zeppe di persone cariche di regali di varia natura – infiocchettati e non – che chiedevano varie questue promettendo in cambio voti: un regime feudale di nuovo conio.

 

 

  • Per sintetizzare il percorso della questione meridionale. I divari regionali sul reddito dall’Unità ad oggi, divisi per macroaree (Nord Ovest, Nord Est e Centro e Mezzogiorno) illustrano un percorso in quattro fasi. La prima (1861-1913) rappresenta l’Italia liberale. Si intravede in nuce la nascita del triangolo industriale, mentre il Mezzogiorno arretra, ma si tratta di una ritirata contenuta. Va detto che nel 1871 le singole regioni si sovrapponevano tra una macroregione e un’altra. La Campania, per esempio – fatto il reddito italiano uguale a 100 – aveva un reddito medio di 107, e dunque era al quarto posto, dopo Lazio, Liguria, Lombardia, e comunque prima di Piemonte e Toscana. La seconda fase: dal 1913 al 1951. E’ il periodo di massima divergenza tra Nord e Sud: due guerre e il fascismo e anche il periodo di accentuata omogeneizzazione all’interno delle macroaree. La terza fase: dal 1951 al 1973. Dall’inizio del boom fino alla crisi petrolifera, è fase di maggior convergenza: camminavamo infatti convinti del nostro ritmo e sicuri della progressione. La quarta fase, appunto dalla crisi petrolifera ad oggi, è la fase della lenta divergenza. Ma cosa dunque nel ventennio 51/71 ha cominciato a convergere? Siccome il reddito – che poi è ricchezza materiale – non l’unica dimensione della modernità, è interessante concentrarci anche su altri indici. L’istruzione per esempio. Se nel 1911, gli analfabeti al Sud rappresentavano ancora il 59% della popolazione (al Nord Ovest il 13%, al Nord Est e Centro il 34%), nel 1971 gli analfabeti erano al 5%, mentre al Sud l’11%. Qui contano le leggi sull’istruzione. Se la convergenza c’è stata – anche se negli ultimi anni si sta assistendo, invece, a un certo distacco – è importante sottolineare le difficoltà e la lentezza della stessa.In effetti, nei primi anni dopo l’Unità, in molte zone povere del Sud molti municipi non avevano risorse e nemmeno c’era la volontà politica. Se al Nord la classe borghese e possidente si autotassava per fornire servizi pubblici, al Sud questo sistema funzionava poco. C’è tutta una letteratura internazionale che mostra come la distribuzione ineguale della proprietà della terra abbia ripercussioni forti sull’istruzione. Il latifondo nel Sud rientrava in questa categoria. I latifondisti non ricevono alcun vantaggio dal finanziare l’istruzione, gli agricoltori non diventano più produttivi – al contrario di quanto avviene nell’industria – e poi un contadino più istruito più facilmente emigra o va al lavorare nell’industria. Ragione per cui i latifondisti tendono ad ostacolare l’istruzione e se hanno potere politico (come al Sud) la loro azione di contrasto sarà più forte.

 

  • La convergenza si nota poi nella dimensione salute. L’aspettativa di vita alla nascita aumenta in modo vertiginoso e l’Italia nel suo complesso fa meglio di molti paesi europei. Qui vale sia il miglioramento nei livelli nutrizionali, dalla metà del Settecento alla metà dell’Ottocento, sia la diffusione di pratiche di igiene personale e la costruzione di infrastrutture urbane e fognature che garantivano la salubrità dell’acqua corrente. Poi l’avvento della medicina moderna che ha ridotto la mortalità infantile e infine, negli anni ’60 del novecento, la diffusione degli antibiotici. Ora il sud è rimasto indietro. Emanuele Felice usa – in linea con le ipotesi di Luciano Carfagna e altri – il termine modernizzazione passiva per spiegare il perché. Modernizzazione passiva ossia una modernizzazione senza un blocco storico che vi eserciti un ruolo guida. La questione modernizzazione attiva è molto interessante e di lunga trattazione, in sintesi: una modernizzazione attiva, oltre a garantire alcune precondizioni di sviluppo – adeguato sistema ferroviario per creare mercato nazionale, struttura creditizia per velocizzare la diffusione di nuove tecnologie e tariffe per proteggere le imprese nascenti – deve la sua forza alla creazione di istituzioni di tipo inclusivo, che tendono a favorire la partecipazione dei cittadini e si fondono su un sistema di legalità efficiente ed uguale per tutti. Il Sud avrebbe vissuto una modernizzazione passiva – e dunque di tipo estrattivo – si sarebbe adeguato a canoni esterni e, insomma, la definizione di Vera Zamagni è più efficace: si sarebbe trattato di un «trapianto di iniziative che ha finito per scontrarsi l’atavica struttura di potere locale da tempo riconosciuta nociva al costituirsi di una dinamica società moderna». Dunque intervenire dall’alto e sperando che un serie di interventi potessero migliorare alcune situazioni pregresse, tutto questo si sarebbe rivelato un’illusione: non si può mutare qualcosa malgrado questo qualcosa, così come non si può mutare «il Sud malgrado la sua struttura di potere economico e sociale».
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