lunedì, 20 Settembre 2021

Il mondo cambia in meglio e l’Occidente non sempre se ne accorge

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Di recente, Berlusconi ha dichiarato (a Che tempo che fa) che il mondo ospita sette miliardi di persone, di cui un miliardo di ricchi e 6 miliardi di poveri. Vero, siamo 7 miliardi e mezzo (quasi). Ma non ci sono 6 miliardi di poveri. Per fortuna. Il mondo sta cambiando, da tempo ormai, eppure molti di noi hanno un’immagine del mondo vecchia di trent’anni.

Mettere un po’ di numeri in ordine è un processo razionale e a volte la razionalità ci fa valutare (meglio o peggio dipende dai dati) la salute del pianeta. In cosa è cambiato il mondo? La crescita della popolazione. Beh, una storia molto noiosa, e soprattutto lunga millenni, dalla scoperta dell’agricoltura (appena 10 milioni di abitanti sul nostro mondo, allora giovane e forte) agli anni sessanta del Novecento, non cambia niente. Una linea piatta con qualche sussulto in su e molti picchi in giù: causa guerre, carestie, peste nera e altre tragedie. Dobbiamo aspettare il 1800 affinché la popolazione raggiunga un miliardo. Poi l’agricoltura comincia a migliorare e allora più produzione, più cibo, apparato immunitario più forte, fuga dalla morte prematura.

Quindi, nel 1924, due miliardi, nel 1960, tre miliardi, nel 1974, 4 miliardi, nel 1987, 5 miliardi, 1999 6 miliardi, e a ottobre 2011, sette miliardi. Ora siamo a 7 e mezzo. Nel corso della mia generazione la popolazione si è raddoppiata. E i poveri, appunto, sono sei miliardi? Nel passato, quante persone sono vissute in estrema povertà, faticavano per mangiare e avevano quindi poche possibilità di cambiare la propria vita? Cominciamo dai tempi recenti, da Napoleone? Perché fino alle campagne Napoleoniche si tratta di altra storia noiosa, altra linea piatta.

Nel 1800 la percentuale è alta, l’85%, ci dicono i dati della World Bank’s Global Monitoring Report 2014/2015. Poi arriva la rivoluzione industriale. Ma la percentuale non scende. Intorno al 1860 siamo all’80%. Nel 1900? Il 70%. Nel 1955? Arriviamo al 55%. Nel 1970 si raggiunge il 50%, cioè, metà della popolazione mondiale esce dalla povertà estrema. Anzi, considerando sia il tasso di povertà sia quello della crescita demografica, possiamo dire che mai nella storia del pianeta ci sono state tante persone affamate come nel 1970: due miliardi di persone affamate e due miliardi di non affamati.

Nel 1990 la percentuale scende al 35%. Ora siamo attorno al 12%. C’è un obiettivo delle Nazione Unite (che qualcuno giudica realistico): arrivare a zero in quindici anni. La composizione del mondo? Ora la formula del mondo è 1.1.1.4, cioè un miliardo nelle Americhe, uno in Europa, uno in Africa e 4 in Asia, sono in arrivo due miliardi, un miliardo di Asiatici e un miliardo di Africani, quindi 1.1.2.5. L’Occidente (vecchio e nuovo mondo) non crescerà più. Il resto della popolazione crescerà a dismisura? Per capirlo basta esaminare il numero di figli per donna? Per esempio, in un paese come il Bangladesh? Se l’avessero chiesto a me, che sono cresciuto ascoltando anche il concerto per il Bangladesh di George Harrison – e quindi conservo una certa immagine di quel paese – avrei detto: cinque figli per donna.

E invece siamo a 2.5. Sono stati fatti molti passi avanti, il benessere è aumentato, le donne lavorano e fanno meno figli. È la fascia povera della popolazione mondiale a fare più figli, 6 per donna. Prima, su 6 ne morivano 4, ora per fortuna (vaccini, igiene, cibo migliore) solo 2 muoiono, ma la popolazione raddoppia.

Bisogna portare queste persone fuori dalla povertà, più benessere meno figli (l’indice di fertilità scende con l’aumentare del benessere e risale dopo una certa quantità di reddito, quindi quelli molto ricchi fanno più figli). Se tutto andrà per il meglio potremmo stabilizzarci intorno ai 10/11 miliardi, e allora il numero dei morti dovrebbe bilanciare quello dei nati (ma siamo nel campo delle proiezioni).

Comunque, di sicuro, i mercati si sposteranno tra Africa e Asia, anche i flussi migratori non saranno più gli stessi. Fatto salvo i cambiamenti climatici, siamo sicuri che il gradiente si manterrà costante, Sud verso Nord? Altri cambiamenti? Ho 50 anni e posso dirlo: sono figlio della produzione e dell’occupazione manifatturiera. Attività di rilevo, nata due secoli fa e sviluppatasi grazie a tecnologia e invenzioni e modalità di organizzazione che hanno avuto origine in pochi paesi. L’occupazione manifatturiera nel 1980 raggiunse (in Occidente) la sua vetta. Poi dal 1980 è cominciata a scendere. Gli occupati nel suddetto settore sono scesi da 71,5 milioni a 63,9 nel 2000.

Poi il declino è stato più marcato, nel 2010 siamo a 51,1 milioni, ovvero si sono persi 12,8 milioni di posti di lavoro. Già allora il mondo stava cambiando e insomma quei parametri che usavamo per misurare e giudicare le scelte politiche, economiche (tanto welfare è stato realizzato allora), quelli, appunto, stavano già saltando. Poi, si sa, l’economia è flessibile. Mentre in Occidente sia la produzione manifatturiera sia i posti di lavoro totali diminuivano, aumentavano i posti di forza lavoro specializzata e ben retribuita in alcuni settori come quello ingegneristico.

Invece, nel mondo che ancora oggi chiamiamo (dimostrando ignoranza) in via di sviluppo, la produzione e l’occupazione nella manifattura aumentavano a ritmo sostenuto: tra il 2000 e il 2010 l’occupazione in queste aree è aumentata del 29,4%; 63 milioni di posti di lavoro in più – di cui il 35%, cioè la metà – sono in Cina. Questo per quanto riguarda la produzione.

E la modalità? Peter Marsh, in Fabbricare il futuro – Una nuova rivoluzione industriale (Codice Edizioni) vede benefici e costi. Per esempio: siamo su un terreno di gioco livellato, questo fa sì che sia una base più equa per un nuovo sviluppo globale; tuttavia, la maggior parte dei produttori, sia nei passi ricchi sia in quelli poveri, dovrà necessariamente sviluppare una strategia internazionale e le aziende dovranno adottare un approccio globale. In fondo la dinamica è percepibile già oggi.

Se produco semplici matite e voglio restare sul mercato e affrontare la concorrenza digitale dovrò occuparmi di molti aspetti, dal locale al globale: dove prendo la grafite? La Faber Castell, per esempio, prende la grafite da miniere in Cina, Sri Lanka e Zimbabwe. Poi però deve miscelare la grafite con piccole quantità di un certo tipo di argilla che garantisce elasticità e dunque scrivibilità. E per questo si rivolgono alle miniere di Klingerberger.

Ma non finisce qui: il legno? Ci vuole quello giusto. Per le matite normali la Faber Castell prende i pini piantati in 100 chilometri quadrati nello stato di Minas Gerais, in Brasile. Per quelle di alta qualità, ci vuole un un’essenza pregiata di cedro che cresce in California e Oregon e viene spedita via nave prima a Tianjin, in Cina, dove viene lavorata e poi a Stein. E non basta, la mattina bisogna venderla in tutto il mondo, e ci vuole un racconto, una narrazione della matita e questi aspetti, insieme alla capacità di valutare la qualità di una particolare innovazione, di sviluppare o assimilare una tecnologia, tutto questo nel futuro diventerà sempre più importante, mica solo per le matite. Se leggiamo il mondo con nuovi strumenti possiamo trovare nuove soluzioni, altrimenti, qui in Occidente, saremo vecchi in un mondo molto giovane.

 

di Antonio Pascale

[dt_quote font_size=”normal”]L’agricoltura migliora nel tempo e allora più produzione, più cibo, apparato immunitario più forte, fuga dalla morte prematura[/dt_quote]
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