lunedì, 16 Maggio 2022

Il capitalismo politico, dal vaccino a Walt Disney

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Troppe questioni sono davanti a noi. Segneranno i prossimi anni ma si decidono adesso. Non tutte sono prevedibili. Una almeno è trasversale: possono i governi farcela da soli? No. Non davanti a compiti globali (clima, crisi, equità sociale), alle emergenze permanenti come la guerra. Non nell’epoca dell’informazione pervasiva (e perversa). Perversa perché, dopo l’accesso universale ad internet, siamo davanti ad una guerra selettiva per l’attenzione, combattuta con un pollice in basso o un pollice in alto; la viralità dell’odio e dell’anti realtà sono un fatto permanente le cui regole sono soprattutto una mano alle piattaforme.

Queste spinte (anche se sostenute dal 6% e dall’8% delle due estreme) determinano l’intero discorso pubblico, si prestano ad influenze etero-dirette ed opache, ostacolano ogni sforzo di costruzione, svuotano le istituzioni (non solo pubbliche) e controllo democratico ufficiale. «Per sempre più persone, le piattaforme di ricerca e i social media non sono solo la nostra finestra su Internet. Servono la nostra principale fonte di notizie e informazioni», secondo Barack Obama, ma «nessuno ci dice che la finestra è sfocata, soggetta a distorsioni invisibili e manipolazioni sottili». Quindi? Autolimitazioni, miglioramenti e regolamenti delle politiche dei gatekeeper? Certo, anche, ma ci vuole anche un’assunzione di responsabilità, una scelta “politica” anche da parte di chi fa impresa.

Intraprendere è: creare valore, comunicare, cooperare e competere, innovare, formare, creare ambienti che interagiscono con le istituzioni; è essere istituzioni fatte di persone che creano valore e risolvono problemi. Affrontare rischi ed opportunità in rapporto alle aspettative di tutti gli stakeholder è una grande responsabilità, inevitabile.

  • La pandemia ha confermato il ruolo dei governi, ma senza la ricerca, lo sviluppo, la collaborazione e la crescita di investimenti e produzioni private non avremmo avuto né vaccini, né salvezza. In questa lotta è alta la “reputazione” ed il successo dei governi che a partire dalla scienza hanno collaborato (OSM e EDA) tra loro e con il mercato, mentre laddove i governi hanno fondato tutto sul Covid Zero, come in Cina, assistiamo a convulsioni pericolose.
  • La linea tra il bene ed il male, tra successo e fallimento, non corre tra pubblico e privato, ma tra utile e dannoso, sostenibile e non, aperto e chiuso. Governance e valori e non possono viaggiare più separati. La reputazione dipende dai valori in cui si riconoscono gli stakeholder nel tempo.
  • È in corso una forte campagna di advocacy nei confronti degli azionisti di Moderna e Pfizer da parte di Oxfam America, con l’obiettivo di unire gli sforzi per un vaccino definitivo contro il Covid19. Il destino dell’umanità in mano a privati, riguarda una scelta di interesse pubblico e prova ad indirizzare verso valori comuni.
  • La guerra fa emergere necessità politiche per aziende e settori industriali. Chi fa cosa con chi e come affinché vengano rispettati insieme gli impegni verdi, sociali e per la sicurezza. È un gioco serio e su tante scacchiere. Chi rimane in Russia? Chi esce? Chi sostiene e come le popolazioni ferite? Avere un futuro è la prima condizione per costruirlo meglio.

La realtà sociale dell’impresa, insomma, vive pienamente nella società dell’informazione, e fa i conti con i valori nel tempo e le aspettative della società. Non può che metter mano stabilmente alla politica in senso generale. Ecco perché il rispetto di criteri ESG, non è né una semplice compliance di norme e principi, né si risolve aggiungendo una lettera per altri criteri. È una questione di valori di riferimento e di scelte politiche.

È politica, per concludere con un esempio, anche il caso della “The Walt Disney Company” e dello Stato della Florida, un caso clamoroso: una legge dello Stato proibisce ogni conversazione nelle scuole tra materne ed elementari su questioni di genere, ribattezzata “Don’t say Gay”. Il mondo Disney, finora inclusivo ed aperto, dovrebbe uniformarsi, ed ha prima tardato a decidere, ma poi ha rivendicato la sua totale autonomia di scelta, anche in base al diritto ad auto amministrare parchi e contenuti, luoghi nei quali da tempo vige una autonomia amministrativa e fiscale. La leadership e la governance dello Stato, a maggioranza, hanno però sciolto il ”Reedy Creek Improvement District”, un’area di quasi 40 miglia quadrate tra le contee di Orange e Osceola al cui interno sorgono i parchi tematici e i resort della Disney. Chissà se vincerà il territorio del politically correct o quello della censura di Stato conservatrice?
Chi pagherà tasse e servizi locali che nelle due contee sosteneva la Disney? Per ora i cittadini, poi si vedrà. Ma l’industria dei contenuti e dell’entertainment, una delle più ricche e influenti, ha deciso e continuerà a dover decidere. 

Articolo a cura di Massimo Micucci, Direttore Merco Italia

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