domenica, 29 Gennaio 2023

Il buco dell’ozono si sta richiudendo

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Francesca Santoro
Classe '95. Cultrice di linguistica generale, scrittrice in erba, lettrice appassionata. Ama i bei film e le serie tv, ma non più dei suoi gatti. Teinomane convinta.

Per chi ha più di trent’anni il problema del buco dell’ozono è sempre stato un pallino fisso, una preoccupazione costante per le conseguenze nocive sull’ambiente e la salute dell’essere umano.

L’ozono protegge la Terra dai raggi ultravioletti del Sole, dannosi in quantità eccessive per l’uomo, per gli animali e per i vegetali che popolano il Pianeta. Da qui la preoccupazione della comunità scientifica e dei Paesi del mondo, che negli anni Ottanta presero provvedimenti in modo eccezionalmente rapido.  

Il buco dell’ozono che non è un buco

Il famoso “buco” in realtà non è propriamente un buco ma un assottigliamento dello strato di ozono che avvolge la Terra. Fu rilevato sopra l’Antartide a metà degli anni Ottanta e successivamente al Polo Nord e in altri punti, anche se non in modo grave come sopra l’Antartide.

Le cause del buco sono state comprese sin da subito, ovvero la presenza nell’atmosfera dei CFC, i clorofluorocarburi, ovvero inquinanti organici persistenti. Significa che persistono, appunto, nell’ambiente per decenni. La luce solare “spezza” questi CFC quando raggiungono la stratosfera: il cloro viene così liberato e distrugge le molecole di ozono. Da qui il noto “buco”.

Ora, la novità è che il buco si sta davvero richiudendo. Il nuovo rapporto di Nazioni Unite, Unione Europea e Stati Uniti ha rilevato che in pochi decenni lo strato di ozono dovrebbe tornare a livelli normali. Se continuiamo con il ritmo attuale, lo strato di ozono dovrebbe ripristinarsi ovunque in una ventina anni, tranne che nell’Artico e nell’Antartide, dove bisognerà probabilmente aspettare rispettivamente il 2045 e il 2066. Qui il danno era più serio.

Il Protocollo di Montreal

Questo grazie agli accordi che furono presi già nel 1987, presenti nel trattato internazionale noto come “Protocollo di Montreal”, sottoscritto nella città canadese.  

Già negli anni Sessanta e Settanta diversi studi avevano notato gli effetti negativi dei CFC sull’ambiente, ma queste sostanze erano molto utilizzate nei refrigeranti dei frigoriferi, nei condizionatori e nei gas delle bombolette. Piacevano molto perché non erano infiammabili e meno tossici delle sostanze usate prima. Continuarono ad essere utilizzati, ma avevano delle conseguenze negative rilevanti. Alcuni Paesi firmarono dei regolamenti, ma solo in seguito alla ricerca pubblicata su Nature nel 1985 si sottoscrisse il trattato di Montreal. Il trattato regolò i CFC in tutto il mondo, insieme agli idroclorofluorocarburi (HCFC). Come sostituti furono impiegati gli idrofluorocarburi, HFC, che poi ci si è resi conto contribuivano all’effetto serra pur non danneggiando l’ozono. Ora stiamo eliminando anche questi.

Già da un po’ si era notato che il problema del buco dell’ozono si stava risolvendo. In Antartide, dove la situazione era più grave, il ripristino è stato rilevato nel 2000.

Gli accordi internazionali funzionano

La questione del buco dell’ozono è l’esempio lampante di come gli accordi internazionali servono davvero, che cooperazione e regolamentazioni possono combattere efficacemente il cambiamento climatico. Nel 2019 sempre la rivista Nature confermò definitivamente – già c’erano dei sospetti – la responsabilità della Cina sugli aumenti rilevati nell’atmosfera dei CFC già nel 2018. La Cina infatti continuava ad impiegare queste sostanze negli impianti refrigeranti e per isolare i muri delle abitazioni. Negli anni è accaduto di rilevare CFC nell’atmosfera, a causa di sporadici utilizzi di vecchi impianti e attività industriali. Mai, comunque, in maniera grave come nel caso cinese, che ha portato alla reazione della comunità internazionale e al successivo inasprimento dei controlli in Cina.  

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