domenica, 29 Gennaio 2023

Flessibilità e autonomia: i lavoratori del futuro sono Smart Workers

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“Otto ore di lavoro, otto ore di ricreazione, otto ore di riposo”. Con questo slogan l’attivista gallese Robert Owen promosse agli inizi dell’Ottocento orari lavorativi ridotti per i suoi dipendenti in fabbrica, sulla scia del movimento sociale che in Gran Bretagna iniziava a spingere per limitare le ore di lavoro eccessive negli stabilimenti produttivi. Il contesto era quello della rivoluzione industriale e il mondo del lavoro attraversava una profonda trasformazione. Il riconoscimento delle 40 ore lavorative settimanali in Europa e negli Stati Uniti tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo ha rappresentato una conquista storica per i diritti e la dignità dei lavoratori, aprendo la strada all’affermazione di quel corpus giuridico comunitario e internazionale di tutela del lavoratore e dello sviluppo dell’individuo.

Oggi, con l’affacciarsi della quarta rivoluzione industriale abilitata dalle nuove tecnologie, si è innescata una nuova e profonda trasformazione sia nel modo di concepire che di svolgere l’attività lavorativa. La rapida e capillare diffusione del digitale consente di ripensare e superare i vecchi modelli organizzativi, adattandoli alle esigenze delle aziende e dei lavoratori. La possibilità di connettersi con chiunque, in qualunque momento, e in qualsiasi punto del globo ci si trovi grazie agli strumenti digitali avanzati di cui disponiamo oggi, ha generato una “smaterializzazione” della dimensione fisica del lavoro (intesa come luogo di svolgimento della propria professione), mettendo al centro l’individuo con le sue competenze. In base a questa nuova impostazione, il “posto di lavoro” viene a coincidere con la disponibilità di accesso ad un qualunque device che consenta di connettersi alla Rete. La tendenza alla mobilità del lavoro moderno è confermata dalle stime della società di analisi IDC, secondo cui nel 2022 il 65% della forza lavoro europea, pari a 123 milioni di individui, sarà composta da mobile workers, mentre in Italia ci si aspetta che saranno 10 milioni.

FLESSIBILITÀ E AUTONOMIA

Una declinazione di questo nuovo modello lavorativo “mobile” è lo smart working (o lavoro agile), evoluzione culturale del rapporto di lavoro subordinato “classico” che supera la logica del controllo. Esso si basa di fatto su un patto di fiducia con i collaboratori cui corrisponde una maggiore responsabilizzazione di questi ultimi rispetto ai risultati. Il lavoro agile si caratterizza per flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi, degli orari e degli strumenti di lavoro da parte dei dipendenti. I suoi benefici vanno a vantaggio sia delle aziende, incrementando i livelli di produttività in virtù di una gestione più efficienti delle attività e dei costi, sia dei lavoratori in termini di miglioramento dell’equilibrio vita privata-lavoro. Benefici che impattano positivamente anche sulla sostenibilità ambientale delle nostre città, decongestionando la viabilità urbana e riducendo le emissioni di CO2.

Lo smart working è una formula contrattuale che sta prendendo sempre più piede nei contesti aziendali e nella sfera degli impieghi pubblici, sia a livello europeo che italiano. Negli ultimi anni esperimenti di successo si sono moltiplicati, tra gli altri, nel settore bancario, delle telecomunicazioni e dell’energia. Secondo una ricerca dell’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano, in Italia nel 2018 i lavoratori in smart working erano quasi mezzo miliardo, mentre più della metà delle grandi imprese (56%) e poco meno del 10% delle PMI ha sviluppato iniziative concrete sul fronte del lavoro flessibile. L’Osservatorio ha stimato che in quelle realtà in cui si è adottato il lavoro agile, i benefici si sono tradotti in un incremento di produttività del 15% per lavoratore, una riduzione del tasso di assenteismo pari al 20% e risparmi del 30% sui costi di gestione degli spazi fisici.

L’ITALIA? ANCORA INDIETRO

Da un confronto a livello comunitario emerge tuttavia che l’Italia è indietro per quanto riguarda la diffusione dello smart working rispetto ai Paesi del Nord Europa, nonostante esso abbia avuto in Italia un significativo impulso a seguito del suo riconoscimento dal punto di vista giuslavoristico e normativo nel 2017 con la Legge 81 sulla tutela del lavoro autonomo. Una delle ragioni principali di questo divario risiede in una diversa predisposizione culturale: mentre nei Paesi dell’Europa settentrionale il lavoro da casa è considerato impegnativo e serio quanto lo sia svolgerlo in ufficio, in Italia prevale ancora una cultura manageriale basata sul dogma che la produttività sia direttamente proporzionale al numero di ore lavorate in ufficio. Una convinzione nata in un’epoca del lavoro analogico e che poggia su un retaggio culturale anacronistico. Al riguardo, i dati Ocse hanno messo in evidenza che i Paesi con una cultura lavorativa di lunghe ore di lavoro non necessariamente hanno la più alta produttività misurata in termini di Pil/ora.

SMART, NON “OVER WORKING”

Quali sono i presupposti affinché lo smart working continui a diffondersi anche in futuro? Un requisito importante è che la normativa giuslavoristica tenga il passo con i radicali cambiamenti in atto nella società moderna, adeguandosi alla rapida evoluzione del mercato del lavoro. Su questo aspetto il decisore pubblico riveste indubbiamente un ruolo centrale, anche se è imprescindibile una collaborazione continua tra tutti i protagonisti del tessuto produttivo del Paese. Ma il più grande rischio da evitare è che lo smart working diventi sinonimo di over working. Secondo un sondaggio del sito americano Reddit, la reperibilità dei lavoratori h24 rappresenta un comportamento “tossico” considerato ormai normale nel mondo iperconnesso di oggi che rischia di tradursi in una mancanza di equilibrio tra vita lavorativa e professionale con tutte le conseguenze negative che ne derivano. Da questo punto di vista, la formazione riveste un ruolo cruciale nel favorire un cambiamento di mentalità tra le fila dei manager affinché questi comprendano la vera essenza dello smart working.

 

di Matteo Arlacchi

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