giovedì, 21 Ottobre 2021

Firma digitale e referendum: pericolo o opportunità?

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Antonio Somma
Laureato in fisica all'Università Federico II, diplomato in pianoforte e in composizione al Conservatorio di Napoli, sua prima e ultima città, scrive poca musica, suona un po' di più, studia di tutto da sempre. Orgoglioso esponente della generazione Erasmus, dal 2020 dottorando in acustica musicale e musicologia alla Sorbona di Parigi.

Ci risiamo: sono ben due i temi caldissimi del dibattito pubblico italiano che hanno fatto il salto istituzionale. Superato lo scoglio delle cinquecentomila firme, la questione del fine vita e della liberalizzazione della cannabis diventeranno con ogni probabilità quesiti referendari. L’Associazione Luca Coscioni ha cavalcato l’onda del successo della prima campagna, che al 6 settembre aveva superato le 850mila firme (in attesa di certificazione), per proporre il secondo, altrettanto polarizzante. E se il primo risultato poteva solo debolmente essere correlato con la possibilità di firmare in via digitale – la piattaforma per farlo è stata lanciata solo il 12 agosto, mentre in cartaceo si rasentavano le 400mila adesioni – per il secondo, l’effetto dell’adesione virtuale ha dell’impressionante.

L’Associazione Luca Coscioni e gli altri promotori hanno così approfittato della nuovissima risorsa della firma digitale, resa possibile da un fulmineo emendamento dovuto a Riccardo Magi, deputato di +Europa. L’adesione a una campagna referendaria, con i numeri dello SPID (il Servizio Pubblico di Identità Digitale) in netta ascesa, è ormai assimilabile a una delle tante petizioni online, che fanno spesso numeri impossibili per un comitato promotore del XX secolo. E se il luogo-non-luogo del referendum migra verso la rete, c’è chi comincia a temere che presto o tardi ogni minimo flame – inclusi quelli di paglia – nell’opinione pubblica possa approdare a una campagna referendaria. La notizia della settimana in materia, in effetti, non farebbe ben sperare. Altro tema caldo, altro referendum: da domenica – 19 settembre – ha preso il via la raccolta firme per ammettere un referendum che avrebbe il fine – assai improbabile – di abrogare il Green Pass.

La firma digitale vale meno?

A questo punto immagino bene che, da una parte all’altra dello spettro dell’opinione pubblica italiano, si sta sollevando più di un sopracciglio. Ci si chiederà se, nel somigliare così tanto a un sondaggio su Facebook, non sia deturpata la nobiltà dell’istituto referendario. Il presupposto di questa posizione, al netto di certe nostalgie passatiste dei banchetti, è un pregiudizio per il quale una firma digitale avrebbe meno valore della confortante e solida carta e penna. Pregiudizio infondato: lo SPID, e gli altri servizi analoghi che consentono di identificarsi per via immateriale, non solo sono assolutamente sicuri, in termini di moltiplicazione indebita dell’identità, ma costituiscono anche un formidabile passo avanti verso la digitalizzazione della pubblica amministrazione e dei servizi al cittadino. Certo, l’investimento personale del sottoscrittore, che ora aderisce comodamente seduto su un divano, come farebbe per mettere un like su Instagram, è molto ridimensionato. Ma questa semplificazione del gesto di firmare, per qualcuno simbolicamente svuotato di peso, ha un contrappeso sociale concreto e prezioso, poiché ritaglia uno spazio di democrazia per tutti quelli il cui spostamento fisico non è banale (anziani, disabili, abitanti di piccoli centri).

Il futuro del referendum

Sono però in pochi a credere che tutto debba restare così com’è. Cinquecentomila firme, per esempio, sono poche, nell’era della viralità di certe battaglie e delle petizioni online con numeri da capogiro. In verità, il problema bisognava porselo ben prima dell’enorme successo delle due campagne su eutanasia e cannabis, come rimarca tra gli altri il giurista Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Corte Costituzionale, in una recente intervista a Repubblica. “Quel quorum è stato fissato nel 1947, quando la popolazione italiana era molto inferiore a quella attuale”: cifra scolpita quindi nella Costituzione (Art. 75), la cui correzione è stata più volte paventata ma mai parlamentarizzata, visto il rischio politico che comportano le riforme costituzionali.

I fatti recenti rimettono in agenda la discussione intorno a quel numero e agli altri passaggi dell’istituzione referendaria, anche se si dovrebbe restare cauti sulla gravità della situazione. Eutanasia e cannabis legale, due temi su cui da tantissimi anni il Parlamento non arriva a esprimersi, potrebbero essere più l’eccezione che la regola. “Le discussioni precedenti e annose sul tema hanno influito sull’esplosione di consensi”, ipotizza infatti Flick, che ridimensiona così l’impatto del nuovo strumento messo a disposizione di promotori e aderenti.

Senza contare che, in ogni caso, una proposta referendaria non è una petizione su Avaaz: l’iter per l’approdo alle urne – che parte dalla procedura per la raccolta firme – prosegue con la loro certificazione e arriva alla richiesta di ammissione agli organi competenti (Corte di Cassazione, poi Corte Costituzionale); resta lungo e complesso e richiede l’investimento professionale ed economico di chi promuove i referendum. Se da oggi firmarli è più semplice, proporli e farli ammettere resta complicato. Per non parlare del voto. Il quorum della maggioranza assoluta degli elettori ha fatto arenare più di un referendum abrogativo nella storia della Repubblica; una volta raggiunto, non è neppure detto che il verdetto sia il fatidico “sì”. Sembra insomma difficile poter dire che la semplificazione offerta dalla digitalizzazione possa attentare agli equilibri (già precari) della democrazia rappresentativa.

La politica diventa poco a poco digitale

La firma digitale del referendum ci proietta direttamente verso una nuova forma dell’esercizio politico, nel cui mondo – giustamente – la rivoluzione del nostro secolo penetra con più lentezza. Se da un lato il voto digitale, sognato da alcuni e temuto da tanti, si prospetta come uno scenario rischioso per la salute della democrazia, noi di FOR avevamo già immaginato come la rivoluzione digitale potesse dare nuovo respiro e semplificare alcune fasi collaterali del gioco democratico. Per farla breve, il “voto su smartphone” in sé presenterebbe infatti molte incompatibilità con i requisiti di base per un sistema elettorale inclusivo, egualitario e non coercitivo: prime fra tutte, l’assenza di anonimato e la mancanza di riservatezza all’atto del voto, che lo espone ad abusi. L’adesione al quesito referendario ha tutti i vantaggi della digitalizzazione e compensa questi svantaggi: l’anonimato, ad esempio, non è richiesto, e la possibilità di abusi è bilanciata dal successivo passaggio obbligato per le urne. Dall’altro lato, la firma su smartphone, magari registrata in Blockchain (come sappiamo bene), renderebbe la certificazione più semplice, decentralizzata, meno soggetta a errori e abusi.

I referendum salveranno la politica social?

Gli aspetti culturali e sociali di questa trasformazione, dai connotati apparentemente solo tecnici, sono imprevedibili. Se infatti una campagna referendaria non ha un effetto diretto sulle leggi dello Stato, sappiamo bene che i temi sollevati orientano spesso il dibattito pubblico e hanno un effetto indiretto sulle agende parlamentari. Così, la firma digitale al referendum, nella forma di un “like certificato” a una campagna social, può rappresentare un utilissimo strumento per istituzionalizzare l’ingresso de facto della politica sui social. La pervasività della politica su Internet viene raccontata più spesso nelle sue manifestazioni più estreme: per citare a memoria, la Primavera Araba, i gilet jaunes in Francia, QAnon negli Stati Uniti, fino ai più recenti gruppi Telegram no-vax e no-Green Pass. Ma che l’espressione dell’opinione politica si eserciti sempre di più sui social media è sotto gli occhi di tutti. Merito di nuove forme dell’informazione, nate e cresciute su Internet – alcune sane, altre meno – ma anche della nascita di alcune figure di influencer con una vocazione in qualche modo civile – e il pensiero va subito ai Ferragnez, coi loro alti e bassi.

Vola così l’immaginazione. È un fatto più o meno accertato che la migrazione dell’agone politico sui social ha l’effetto, a causa del targeting intrinseco ai social stessi, di polarizzare le posizioni intorno a un “sì” e a un “no”. Allora, la riformulazione degli hot topic nei termini di un quesito referendario (di per sé polarizzato) finirebbe in qualche modo per canalizzare queste energie divisive nella forma di un confronto politico concreto. I referendum-figli-dei-social sarebbero così diretta espressione del dibattito pubblico. Sarebbero referendum di migliore o peggior fattura, rispetto a quelli a cui ci ha abituato la democrazia italiana fino ad oggi? Se è vero che ne saranno presto di più, altrettanto presto potremo cominciare a riflettere sulla risposta.

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