martedì, 28 Giugno 2022

Eurovision e politica. Ma di cosa vi stupite?

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Manuela Scognamiglio
Napoletana doc, vive a Milano e lavora nell'advertising. È appassionata di lingue e comunicazione. Apprezza le sfide, il coinvolgimento internazionale e la conoscenza, così come il confronto con le persone. Crede nella condivisione delle esperienze, nella creazione di opportunità e nel cambiamento.

L’Eurovision Song Contest si è concluso sabato 14 maggio con la vittoria dell’Ucraina. Nata nel ’56 come veicolo di promozione e amicizia tra popoli europei, si è arricchita, nel corso degli anni, della partecipazione di Paesi come Egitto, Islanda, Turchia, Azerbaijan e Australia.

Ha suscitato un certo scalpore, forse anche per questo motivo, la vittoria dell’Ucraina, che è stata universalmente recepita come il simbolo della solidarietà mondiale (non a caso la vittoria è stata assegnata dal voto del pubblico) a favore di un popolo che, da un giorno all’altro, si è visto strappare la libertà a suon di bombe.

La storia passa per l’Eurovision

Ma non è un certo la prima volta e non è certo un caso che sia stato lanciato un messaggio dal sapore politico in un contesto come quello dell’Eurovision, che è l’evento non sportivo più seguito al mondo. Solo questa edizione, infatti, ha superato i 200 milioni di telespettatori in tutto il mondo. Si capisce come si tratti di un enorme megafono a disposizione di chi voglia veicolare le proprie idee.

Comprensibilmente, in un periodo in cui veniamo tartassati da notizie di ogni tipo in ogni momento della giornata, la memoria può fare difetto. Un po’ di storia, allora. All’Eurovision del 2016, appena 6 anni fa, l’Ucraina portò una canzone dedicata alle sofferenze di una minoranza della Crimea sotto Stalin. Mosca ne chiese la squalifica e, ovviamente, l’Ucraina vinse.

Nel 2014, a seguito dell’annessione della Crimea da parte della Russia, vi fu una forte contestazione in diretta da parte del pubblico nei confronti delle due cantanti russe. A proposito di Russia, come dimenticare le proteste dello stesso anno in occasione della partecipazione della drag queen austriaca Conchita Wurst? Vitalij Milonov, uno dei fautori della legge russa circa le restrizioni riguardo all’omosessualità, aveva chiesto la non partecipazione della Russia e, addirittura, ci fu chi – sempre in Russia – parò di “fine dell’Europa”. Poi, chiaramente, Conchita Wurst vinse.  

L’anno prima, nel 2013, la cantante finlandese Krista Siegfrids, per protestare contro l’assenza del matrimonio omosessuale in Finlandia, baciò una delle ballerine sul palco. Nel 2009, il gruppo musicale pop Stephane & 3G, rappresentante della Georgia, si presentò con la canzone “We Don’t Wanna Put In”. Il titolo è un evidente gioco di parole contro il Presidente russo, che l’anno prima aveva invaso la Georgia. La direzione artistica giudicò la canzone troppo politica e chiese di cambiarla, ma il gruppo preferì dare forfait.

Lo stesso anno, secondo i tabulati telefonici, diversi cittadini dell’Azerbaijan avevano votato per la canzone dell’Armenia, paese in conflitto con gli azeri. I votanti furono convocati dal ministero per la sicurezza nazionale e interrogati dalla polizia segreta.

Dall’Ucraina in trincea all’Ucraina sul palco

Tornando a quest’anno, ricordiamo le parole di Volodymyr Zelensky, che aveva dichiarato a gran voce, prima della finale: «a breve nella finale dell’Eurovision, il continente e il mondo intero ascolteranno le parole della nostra lingua. E credo che, alla fine, questa parola sarà “Vittoria”! Europa, vota la Kalush Orchestra». D’altra parte, l’intelligence italiana si è messa in stato di allerta per contrastare qualunque attacco hacker della rete russa Killnet, che puntava ad impedire la vittoria della Kalush Orchestra.

In finale, sul palco di Torino, la band ha lanciato un appello per aiutare Mariupol e l’acciaieria Azovstal. Un gesto rischioso, che poteva costare loro l’eliminazione, essendo espressamente vietato qualsiasi messaggio politico (anche se negli anni poi i messaggi in un modo o nell’altro sono arrivati lo stesso), ma l’organizzazione ha ritenuto che il messaggio fosse non tanto politico quanto, soprattutto, umanitario.

Oleh Psjuk, frontman del gruppo, ha affermato in conferenza stampa: «la squalifica era un prezzo che non avrei esitato a pagare per far passare il mio messaggio. La nostra gente è bloccata nell’acciaieria e non può uscire. Bisogna liberare quelle persone e per farlo abbiamo necessità di far circolare le informazioni, di fare pressione sui politici». Non a caso, secondo il Daily Mail, Oleh Psjuk avrebbe intenzione di arruolarsi nell’esercito ucraino: «adesso siamo pronti a combattere per l’Ucraina».

Pochi minuti dopo la vittoria, arriva il tweet della Commissione europea: «congratulazioni alla Kalush Orchestra per la loro emozionante vittoria con la canzone ‘Stefania’: questa sera avete catturato i cuori degli europei! L’Europa è dalla vostra parte. Stasera e sempre».

Anche il Presidente del Consiglio europeo Charles Michel, ha scritto: «congratulazioni alla Kalush Orchestra per il trionfo all’Eurovision 2022 e speriamo che l’Eurovision del prossimo anno possa essere ospitato a Kiev in un’Ucraina libera e unita».

È un racconto artistico, politico. L’arte, da sempre veicolo di idee e opinioni di qualsiasi tipo, si è prestata a dare voce ai sostenitori ucraini. Forse non servirà a nulla, non sarà sicuramente l’Eurovision a terminare la guerra, ma che un festival nato per promuovere valori di collaborazione e amicizia diventi il luogo ideale per un certo tipo di messaggi non può stupire o indignare. E, se è servito a far sentire per una notte il popolo ucraino meno solo allora la vittoria è stata, per quanto effimera, ancor più grande.

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