mercoledì, 04 Agosto 2021

Il caso degli Europei inginocchiati

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Manuela Scognamiglio
Napoletana doc, vive a Milano e lavora nell'ambito del Digital Engagement e Intrattenimento. È appassionata di lingue e comunicazione. Apprezza le sfide, il coinvolgimento internazionale e la conoscenza, così come il confronto con le persone. Crede nella condivisione delle esperienze, nella creazione di opportunità e nel cambiamento.

Sevilla. Domenica 27 Giugno. Belgio-Portogallo. Appena prima del calcio di inizio, i giocatori di entrambe le squadre si inginocchiano per sostenere il movimento Black Lives Matter che combatte il razzismo.

Londra. Sabato 26 Giugno. Italia-Austria. Nessuna delle due squadre decide di inginocchiarsi. Lo anticipa Chiellini che, alla domanda «vi metterete in ginocchio oppure no prima della partita?» risponde «oggi credo che non ci sia nessuna richiesta. Quando capiterà qualche richiesta dalle altre squadre, ci inginocchieremo per sentimento di solidarietà e sensibilità […], e poi cercheremo sicuramente di combattere il [razzismo] in altro modo, con delle iniziative insieme alla Federazione nei prossimi mesi».

E Chiellini, secondo me, non ha tutti i torti.

La comunicazione innesca l’azione…

La prima domanda sulla quale vorrei soffermarmi e che io stessa mi sono posta è: perché ci si inginocchia? Ad illuminarmi è stato, come spesso capita, Gramellini. E allora ho deciso di approfondire.

Tutto parte da Martin Luther King che, il 1° febbraio del 1965, raduna il movimento per i diritti civili a Selma (Alabama) per contrastare, seppur pacificamente, la polizia che aveva arrestato 250 attivisti che sostenevano il diritto di voto per gli afroamericani. King, insieme a Ralph Abernathy, leader del movimento, si inginocchia sul marciapiede, in preghiera. Nel 2016, il quarterback dei San Francisco 49ers Colin Kaepernick decide di restare seduto durante l’inno nazionale, in segno di protesta. Si inginocchia, come avevano fatto 51 anni prima Martin Luther King e Ralph Abernathy. Kaepernick dichiara poi che lo aveva fatto in onore delle vittime afroamericane della polizia. Nel 2020, l’omicidio di George Floyd scatena la nascita del movimento Black Lives Matter, che prende piede soprattutto negli Stati Uniti ma anche in tutta Europa.

Molti sportivi oggi hanno ripreso il gesto simbolico di Martin Luther King per dare un segnale di sostegno al movimento e alla causa. Nel mondo del calcio, i primi in Europa sono stati gli inglesi, e sono proprio loro gli iniziatori di questo rito nel contesto degli Europei 2020. Le polemiche che sorgono sono molteplici. C’è chi si inginocchia e chi no. Gli Azzurri, dopo qualche tentennamento, decidono, come si evince dalle parole di Chiellini, di agire uniti come squadra e inginocchiarsi se vi è una richiesta esplicita da parte della squadra avversaria.

Partiamo dal presupposto che io credo molto nel potere della comunicazione, dei gesti simbolici, che “svegliano” le coscienze. Delle 100 persone spettatrici, 60 cominceranno a parlare del tema in questione, 40 si vorranno informare e 10 porteranno avanti azioni concrete. Ho provato a cercare su Google Trends “Black Lives Matter e risulta che dal 13 giugno, 2 giorni dopo l’inizio degli Europei, la ricerca online dell’espressione in Italia si sia moltiplicata per 10. Questi gesti diffondono conoscenza e credo sia positivo che i giocatori che vogliono comunicare un sostegno alla lotta contro il razzismo possano farlo.

…ma la libertà di scelta deve prevalere

Allo stesso tempo però, bisogna stare attenti a non giungere a conclusioni manichee se i giocatori non lo fanno. Chi non si inginocchia è razzista? No. Chi non si inginocchia non è un bravo sportivo? Nemmeno. Il mondo non si divide tra buoni e cattivi. Non esasperiamo il concetto di “politically correct” in tutto e per tutto.

Lo sport è un veicolo potente di comunicazione, vero, ma non carichiamo per forza una competizione sportiva come gli Europei di una valenza politica. Le partite di calcio si guardano prima di tutto per divertirsi; i calciatori sono sportivi, non politici. Poi, se il singolo giocatore o la squadra ha un motivo particolare per inginocchiarsi, è giusto ed è bello che lo facciano, ma non deve essere un obbligo. D’altra parte, un gesto obbligato diventerebbe privo di significato e credibilità e otterrebbe l’effetto contrario. E invece, chi si inginocchia, in qualche modo, si prende la responsabilità, verso sé stesso e verso gli altri, di avere a cuore la causa.

E la Uefa? Fa benissimo a non entrare in questo tipo di gestione. Il suo obiettivo è quello di organizzare eventi sportivi e regolamentarli, come avviene con gli Europei; se ci sono manifestazioni di razzismo in campo, è giusto che intervenga. Ma sta ai giocatori e alle squadre stabilire se compiere un gesto del genere, in base al loro coinvolgimento, alle loro sensibilità e vicinanza al tema. E allora, mi direte, perché la Uefa è intervenuta per vietare l’illuminazione dello stadio dell’Allianz Arena a Monaco, voluta dalla Germania, per la partita contro l’Ungheria? Il caso è ben diverso; la Uefa è intervenuta a giusto titolo. La volontà della Germania era quella di scontrarsi contro la legge ungherese varata recentemente nel paese, che discrimina i diritti delle comunità Lgbtq+. Se la Uefa avesse accettato la richiesta, sarebbe stato come dare il via libera ad un atto “aggressivo” nei confronti di una squadra che partecipava agli Europei, anzi proprio a quella partita. Un gesto del genere avrebbe messo a rischio l’incolumità delle tifoserie, laddove la Uefa si ripropone invece di eliminare qualsiasi tipo di provocazione che possa portare alla violenza. Inginocchiarsi, invece, non è una provocazione, in quanto gesto di solidarietà condivisa da tutti i paesi partecipanti al torneo.

Già, e adesso?

E però, se fino a ieri le parole di Chiellini potevano apparire una risposta ragionevole al dilemma “in ginocchio sì o no”, venerdì prossimo i nostri eroi si troveranno di fronte il Belgio, che si è inginocchiato nella partita di lunedì. E dunque, come si comporteranno gli azzurri? Le ultime dicono che aderiranno alla protesta, e va bene così. Anche se a questo punto la posizione espressa nei giorni scorsi apparirà a molti come una piccola mossa tattica, priva di principi. E, in quanto tale, esposta al vento di mille critiche.

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