sabato, 27 Novembre 2021

L’Euro Digitale ci salverà da Facebook?

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Antonio Somma
Laureato in fisica all'Università Federico II, diplomato in pianoforte e in composizione al Conservatorio di Napoli, sua prima e ultima città, scrive poca musica, suona un po' di più, studia di tutto da sempre. Orgoglioso esponente della generazione Erasmus, dal 2020 dottorando in acustica musicale e musicologia alla Sorbona di Parigi.

Chi legge FOR News da un po’ dovrebbe più o meno saperlo: quello della moneta potrebbe restare a lungo uno dei temi caldi dei prossimi decenni. Eppure, non molti si interrogano su cosa vogliano davvero dire le cifre che leggiamo sul nostro conto in banca – purché siano tante. Così, il cantiere di un Euro Digitale, di cui si chiacchiera nei salotti buoni d’Europa, non sembra destare particolare interesse tra quelli (come me, prima di scrivere questo articolo) che non capiscono cosa cambierebbe, rispetto al pagamento di un caffè con carta (sic!) o l’acquisto dei regali di Natale su Amazon. Ed ecco che ci risiamo: purtroppo, per capirlo, bisogna ripartire dalle basi. Tocca mettere sul tavolo gli attori, ancestrali, vecchissimi, vecchi, nuovi e nuovissimi, che concorrono a dare ai soldi il valore che hanno. Senza pretesa di comprendere sottilmente il potenziale di ciascuno di essi, conoscerli è una condizione essenziale per avere un saggio della portata epocale che l’Euro Digitale potrebbe avere sulla storia della finanza mondiale.

Cos’è la moneta?

La moneta è il bene con cui attribuiamo valore ad altri beni e servizi. Li scambiamo con essa, promettendo eventualmente di ripagare i debiti in un prossimo futuro. Essendo a sua volta una riserva di valore, c’è chi sceglie di accumularlo come assicurazione per tempi meno floridi. Scambiato, prestato, conservato: il problema della moneta, come per tutto il resto, è che il suo valore dipende dalla sua rarità. Temi scivolosi, quelli della finanza, sulla cui resilienza alle altalene del mercato e dell’economia l’umanità si interroga da millenni. Troppo denaro per un mercato rigido, e l’impegno della moneta diventa insignificante (inflazione); troppo poco per un mercato in espansione, e l’accesso alla moneta diventa proibitivo (deflazione). In qualche modo, la finanza ha dovuto imparare a inseguire l’economia, ad assecondarne le tendenze con fare quasi oracolare: obiettivo, che le regole fossero sempre all’altezza del gioco.

Per molto tempo si è creduto di poter dare valore alla moneta sulla base del materiale di cui era fatta o ancorandone il prezzo alla rarità di qualche altro bene. Ma i metalli preziosi, e specialmente l’oro, non sono infinitamente accessibili, e la loro scarsità o il loro improvviso dilagare hanno, di tanto in tanto nella storia, fatto scollare le disponibilità finanziarie dalla realtà economica, causandone addirittura il collasso (vedi l’Impero Romano o la Spagna del Seicento).

Attori vecchissimi rinnovati: le banche commerciali

La finanza con cui ci confrontiamo oggi nasce nel momento in cui a qualcuno venne in mente di sistematizzare l’idea dei ‘pagherò’, atteggiandosi a mediatori, i banchieri, capaci di trarre un profitto proporzionale all’entità del prestito. Oggi noi affidiamo alle banche commerciali i nostri soldi attingendo direttamente ai nostri risparmi, al momento di usarli, grazie ai sistemi di pagamento con carte di debito o prepagate, o domandando alle banche di prestarci piccole somme, grazie al sistema delle carte di credito. Al di là delle trasformazioni profonde che il pagamento con carta sta portando al modo in cui funziona la finanza, è nel meccanismo del ‘pagherò’ elevato a sistema che comincia lo spettacolo: nel momento in cui una banca commerciale presta del denaro depositato da qualcun altro, la stessa somma diventa disponibile due volte, essendo da un lato nelle mani di chi ha ricevuto il prestito e dall’altro esigibile in ogni momento da chi quel denaro lo possiede per davvero. Il ‘denaro a credito’ è a tutti gli effetti in circolo nell’economia e ha in tutto e per tutto lo stesso status della moneta coniata dalle zecche. Peccato che, in un certo senso, non esiste.

Attori vecchi rinnovati: le banche centrali

Il gioco tentacolare dei banchieri commerciali nel far apparire e sparire denaro finì ben presto per mostrare le sue ripercussioni sulla finanza. Capace da un lato di dispensare risorse in base alle necessità economiche, dall’altro strumento decentralizzato e incontrollabile, il lavoro delle banche commerciali finì per richiedere quello dei banchieri centrali, i “banchieri dei banchieri”, con il compito, in un certo senso, di aprire o chiudere i rubinetti, così da rendere il gioco dei prestiti più facile o più difficile secondo necessità. La crisi del 2008, e la reazione della BCE dell’allora Presidente Mario Draghi per mettere in salvo l’Euro, ci hanno poi mostrato che il banchiere centrale può non limitarsi a fare da cane da guardia. Intervenendo direttamente nel mercato, con operazioni di chirurgia finanziaria al limite dell’artistico, le Banche Centrali hanno finito per manifestarsi come un potente strumento per tutelare le economie in momenti di fragilità – vedi le pandemie –, accollandosi scelte a tutti gli effetti politiche, talvolta in contrasto con le richieste e i bisogni delle banche commerciali e degli investitori.

Attori nuovissimi: le criptovalute

Abbiamo messo sul tavolo quasi tutti gli attori in gioco: restano le valute digitali. Chi ha letto la nostra rubrica su Bitcoin sa che Internet ha consentito la nascita di un sistema di registri decentralizzato, la Blockchain, con cui assicurarsi, un po’ come fa una banca commerciale, che le compravendite siano eseguite da entrambi i contraenti in buona fede. Per questo motivo, molti sognatori asseriscono spesso che Bitcoin permetterà un giorno di cancellare Banche e Banchieri centrali dalla faccia della terra – avrete capito che le cose non sono però così semplici. Il valore di Bitcoin, come tutto, dipende da quanto è richiesto e da quanto ce n’è. Creato ogni volta che qualcuno effettua una transazione, è quindi una valuta (quasi) interamente assoggettata alle regole del mercato, che funziona finché le persone credono nella sua utilità nel dare valore alle cose. Siamo stati tutti testimoni di come Bitcoin, ma soprattutto le tante altcoin fiorite a margine, espongono il fianco alle speculazioni più acrobatiche e si trasformano in bolle pronte a scoppiare di tanto in tanto, per la gioia di qualcuno.

La sua struttura resta, ed è, potentissima. L’idea alla base del funzionamento di Bitcoin ha stimolato la riflessione sulle molte forme che un denaro fantasma, ancora diverso da quello che circola sotto forma di prestito, può assumere: un denaro che non esiste da nessuna parte, se non su un registro virtuale impenetrabile, su cui le parti si impegnano a sottoscrivere lo scambio. Le stablecoin sono una via di mezzo tra il denaro tradizionale e le criptovalute simili a Bitcoin: l’idea è quella di strutturare una valuta virtuale il cui valore resti ancorato a quello di un asset tradizionale, tipicamente il dollaro americano. Molti hanno osservato che questo sistema può rivelarsi ancora più fragile delle piccole altcoin basate sul mining, poiché presuppone che tutte le stablecoin possano essere potenzialmente rivendute nello stesso momento (scenario non improbabilissimo) a un prezzo fisso, cosa che, un po’ come per una banca troppo giocherellona, finirebbe per provocarne il collasso. Un utilizzo senza intoppi di stablecoin deve così fondarsi sull’affidabilità e sulla capacità di persuasione di chi la distribuisce.

I nostri soldi, i nostri dati… e Facebook

Esistono nel mondo realtà, fortemente ancorate a Internet, in possesso di un capitale di autorevolezza che gli permetterebbe in qualche modo di creare una criptovaluta tale da condizionare il lavoro delle Banche Centrali? Avete capito. Facebook rimugina da qualche anno sull’ipotesi di lanciare, sul proprio Marketplace, una criptovaluta, nella forma di un’altcoin basata sul mining o, più probabilmente, di una stablecoin. Diem, dopo l’apparente abbandono di Libra, è attualmente il progetto più accreditato a dare forma a questa struttura para-finanziaria. L’obiettivo è raggiungere quel miliardo e mezzo di persone nel mondo che non hanno rapporti con le banche… molti dei quali hanno però un account Facebook. Amazon trova questi scenari affascinanti, e i segnali in questa direzione si moltiplicano di anno in anno. L’idea che dei collossi possano in futuro dettare le regole del gioco di mercati giganteschi e transnazionali, con lo scopo malcelato del profitto derivante dalle commissioni e dal possesso dei dati di miliardi di utenti, ha creato allarme nelle Istituzioni finanziarie mondiali. In un mondo in cui le persone scambiano denaro senza più toccare il contante, spesso senza più toccare neanche una carta di credito, è chiaro che nuovi sistemi devono nascere per competere con forme alternative di denaro, capaci in qualche modo di scombussolare la finanza.

L’Euro Digitale: un contante che c’è

Una moneta regolarmente erogata da una Banca Centrale, con l’infrastruttura di una criptovaluta: questo il progetto dell’Euro Digitale, recentemente tornato alla ribalta dopo che un Rapporto sui pro e i contro di un Euro Digitale della BCE aveva condotto finalmente alla decisione, l’estate scorsa, di avviare un’analisi di due anni per una sua costruzione. Molto dipenderà da come questo ibrido, ancora inesplorato a livello mondiale, verrà strutturato e cosa potremo farne. Un discorso del 5 novembre di Fabio Panetta, Membro del Comitato Esecutivo della BCE, getta luce sulle resistenze all’attuazione dell’Euro Digitale e sui principi su cui dovrà fondarsi il suo successo.

Secondo Panetta, la digitalizzazione e il ricorso sempre più esiguo al contante sta indebolendo la funzione di “ancora monetaria” rivestito dal denaro delle Banche Centrali. Le Banche commerciali attribuiscono sempre di più al contante che possiedono il ruolo di mera riserva monetaria, con funzione di assicurazione, mentre i pagamenti digitali, basati sul credito, senza uso del contante, sono sempre più favoriti, perché meno costosi, più efficienti e sempre più sicuri. Per non parlare dei rischi associati alla nascita di sistemi di pagamento alternativi e potenzialmente influenti, come una stablecoin di Facebook. «La storia mostra che la stabilità finanziaria e la fiducia pubblica nel denaro richiede un uso diffuso di denaro pubblico, affianco a forme di pagamento private», asserisce Panetta.

L’Euro Digitale distruggerà le banche?

Il successo di una moneta digitale europea dipenderà quindi da se le persone cominceranno ad usarla, se i commercianti troveranno conveniente offrirla tra il ventaglio di opzioni di pagamento, se le Banche commerciali troveranno interessante lo scenario dell’integrazione di nuovi servizi legati a questa valuta, regolarmente erogata dalla Banca Centrale Europea. Ma le prime ad avere delle reticenze sono proprio le Banche commerciali, che temono che la Banca Centrale stessa possa trasformarsi in un deposito di risparmi o, peggio, in un luogo di investimento per i privati, molto più di come non sia mai stato il classico contante sotto il materasso. Le Banche temono che i pagamenti digitali in ‘contante virtuale’ possano svuotare le loro casse, rendendole essenzialmente inutili. La perdita di fiducia nelle Banche commerciali finirebbe per rendere insostenibili i loro crediti, esponendo il mondo a rischi finanziari imprevedibili.

Nessun ingrediente deve mancare nella complessa realtà finanziaria che si affaccia al Nuovo Millennio (tutta colpa della rivoluzione digitale). Da un lato, il potere delle Banche Centrali un po’ più commerciali di un tempo. Dall’altro, quello delle banche commerciali sempre meno imbrigliate da quelle centrali. In mezzo, nuove forme di pagamento private, totalmente o parzialmente decentralizzate, che si affacciano su mercati voraci. Il delicato equilibrio tra tutti questi sistemi prende, ancora una volta, direzioni mai viste. L’Euro Digitale è una nuova carta sul tavolo dell’acrobatica finanza contemporanea. A seconda di come verrà realizzata, potrebbe salvarci dallo strapotere dei colossi tech, rivelarsi un fiasco totale, o scatenare una nuova, spaventosa crisi economica. C’è di che restare in allerta.

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