lunedì, 15 Agosto 2022

Erdogan tra passato, presente e futuro

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Manuela Scognamiglio
Napoletana doc, vive a Milano e lavora nell'advertising. È appassionata di lingue e comunicazione. Apprezza le sfide, il coinvolgimento internazionale e la conoscenza, così come il confronto con le persone. Crede nella condivisione delle esperienze, nella creazione di opportunità e nel cambiamento.

Da Capo di Stato illuminato nei primi anni duemila a responsabile dell’arretramento della democrazia turca negli ultimi anni, Erdogan non è certo un leader che passa inosservato.

Oggi, è tra i protagonisti dello scenario internazionale, ponendosi al centro di due schieramenti: quello occidentale atlantista e quello delle grandi potenze orientali Russia e Cina.

Il passato di Erdogan

I primi anni di Erdogan come Primo Ministro sono stati caratterizzati da progressi nei negoziati per l’adesione della Turchia all’Unione Europea, dalla ripresa dopo la crisi economica turca del 2001 e da investimenti in infrastrutture, tra cui strade, aeroporti e una rete per l’alta velocità ferroviaria. Erdogan ha inoltre proposto e vinto due referendum costituzionali nel 2007 e nel 2010. Nel 2007 rispettava tutti i criteri di Maastricht e finanche quelli di Copenhagen su diritti e democrazia: era la stagione di apertura alla minoranza curda, il Governo aveva addirittura promosso una televisione in lingua curda e l’uso della lingua nelle scuole dei territori a larga presenza curda. Resta dunque nella nostra memoria un grave errore, quello del Presidente francese Sarkozy, che spinse Bruxelles a bloccare il negoziato per l’adesione di Ankara all’Unione Europea, di fatto contribuendo alla spinta di Erdogan verso avventure di neo-ottomanesimo, dalle quali non è mai più uscito.

A partire dagli anni 2010, inoltre, non ha saputo gestire la crisi economica che ha colpito il Paese, crisi aggravata peraltro da un altissimo indice di corruzione. Erdogan ha imposto una drastica svolta a destra, per mantenere il controllo del potere: una crescente censura sulla libertà di stampa e social media, bloccando siti come YouTube, Twitter, Wikipedia. Il tentato colpo di Stato del 2016 ha provocato poi uno stato di emergenza durato due anni e i negoziati relativi all’ingresso del paese nell’UE si sono, probabilmente in via definitiva, impantanati. Il suo partito, l’AKP, abbandona l’alleanza con il partito filo curdo e aggancia una pericolosissima intesa con l’estrema destra nazionalista, sopravvivendo in effetti alle presidenziali ma autoinfliggendosi un pesantissimo condizionamento della politica interna ed estera.

Da allora, ha dovuto affrontare la crisi della lira turca e del debito nazionale nel 2018, che ha dato inizio al calo della sua popolarità, accusato di essere parte del problema. Nel 2019, alle elezioni locali, il suo partito ha perso il controllo di Ankara e Istanbul per la prima volta in 15 anni.

Il tentativo di recupero

Ma Erdogan è sicuramente lucido, e in vista delle prossime elezioni presidenziali, che in Turchia avranno luogo nel giugno 2023, sta tentando il tutto per tutto per riguadagnare consensi e centralità nel dibattito internazionale e interno. Anche perché i sondaggi lo posizionano tra il 34 e il 40% dei consensi, a pari merito con gli altri candidati, che poi avrebbero la meglio al secondo turno.

Tra i suoi principali oppositori c’è Ekrem Imamoglu, capo del Partito Popolare Repubblicano (CHP) nonché attuale sindaco di Istanbul: un leader del CHP finalmente contemporaneo e convintamente filo europeo, che ha condotto una campagna elettorale vincente a Istanbul nel 2019, con dei claim basati su partecipazione democratica e apertura della città al dialogo (a differenza dei suoi predecessori, che si sono dimostrati spesso anche più nazionalisti di Erdogan).

Sul piano internazionale, l’operazione è piuttosto riuscita. La guerra in Ucraina ha dato alla Turchia l’occasione di trovarsi al centro di un’intensa attività diplomatica, che le ha permesso di ricostruire i rapporti con gli alleati occidentali. Erdogan intrattiene colloqui settimanali con Zelensky e con Putin, ma anche con Bruxelles e con Biden, e lavora assieme ai leader europei per trovare corridoi sicuri per assicurare l’approvvigionamento di grano dell’Ucraina.

Alla richiesta di adesione alla Nato di Finlandia e Svezia però, il presidente turco non si è detto favorevole, nonostante il benestare di tutti gli altri membri. Secondo Erdogan, affinché si riesca a raggiungere una pace condivisa tra Ucraina e Russia, i due leader Zelensky e Putin – e più in generale, Oriente e Occidente – devono venirsi incontro. Il rafforzamento della Nato con l’aggiunta di due membri europei che cercano difesa dalla Russia non è certo fare un passo verso la pace, bensì farne uno contro Putin, che potrebbe non essere strategico in un momento di negoziazioni delicate come questo.

La politica interna tradisce

L’altra motivazione che giustifica il veto del leader turco è di politica interna; secondo Erdogan, in questi anni, Svezia e Finlandia hanno ospitato e dato asilo politico ad alcuni membri di gruppi politici considerati organizzazioni terroristiche, su tutte, il PKK – il partito dei lavoratori del Kurdistan – che dagli anni 70 rivendica la creazione di uno Stato indipendente, che riunisca le minoranze curde sparse tra Turchia, Iraq, Iran e Siria e che per questo viene considerato da Ankara organizzazione terroristica.

Questo stallo è durato diverse settimane e si è sbloccato solo alla vigilia del Summit Nato di fine giugno a Madrid, quando la Turchia ha tolto il veto dopo la firma di un memorandum di 10 punti con i paesi scandinavi. In sostanza, la Turchia ha chiesto che Svezia e Finlandia si impegnino ad affrontare le richieste turche di espulsioni ed estradizione di sospetti terroristi, mentre, dal suo canto, la Prima Ministra della Svezia Magdalena Andersson ha cercato di ridimensionare le implicazioni di questi impegni, ribadendo che il governo agirà sempre in conformità con la legge svedese e le convenzioni internazionali esistenti.

Con questa mossa Erdogan vuole ribadire internamente che l’intenzione del suo governo di respingere i combattenti curdi che considera affiliati al PKK è sempre valida e resta uno dei capisaldi della sua azione politica. Così il Presidente spera d riuscire a guadagnare consensi.

L’ambizione di essere ago della bilancia tra due mondi richiede una solida (e positiva) reputazione. Tuttavia, è quasi certamente troppo tardi perché Erdogan riesca a giocare questo ruolo, soprattutto perché la sua figura, agli occhi dell’opinione pubblica, è adombrata dalle molte polemiche che circondano il Presidente stesso.

Ma, se per Erdogan ci sono poche speranze di “redenzione”, la Turchia può ancora sperare in qualcosa di meglio. Non resta che aspettare le elezioni del prossimo anno.

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