martedì, 31 Gennaio 2023

La nuova geografia del lavoro – Moretti

Da non perdere

Il libro di economia più importante dell’anno. Così nel 2012 Forbes ha definito “La nuova geografia del lavoro” di Enrico Moretti, economista italiano, docente dell’UCLA e vincitore nel 2006 dello Young Labor Economist Award.

Scritto dopo la bancarotta dei più importanti istituti di credito americani, il saggio di Moretti analizza come dagli anni ’80 in poi il settore dell’hi-tech americano sia cresciuto in maniera esponenziale e come abbia creato hub di innovazione che hanno rivoluzionato il mondo del lavoro americano e la sua geografia.

L’attenzione di Moretti si concentra proprio sul falso mito che si era creato durante i primi anni 2000 quando la maggior parte degli osservatori, testimoni di un mondo del lavoro sempre più liquido e delocalizzato, erano concordi nel dichiarare la morte della geografia. I dati raccolti dall’economista italiano però non sembrano corroborare questa tesi. Appare piuttosto che la geografia abbia preso il sopravvento: le città dall’economia più forte hanno consolidato il loro dominio mentre le città più deboli economicamente hanno subito una progressiva marginalizzazione.

Questa dinamica è stata innescata da un cambiamento profondo che negli ultimi anni ha investito i modi di produzione. Non è più importante infatti solo la qualità e la specializzazione del lavoro e dei lavoratori, ma l’ecosistema in cui essi lavorano. E le città sono degli ecosistemi complessi che vivono di scambi e relazioni e che favoriscono nuovi modi di fare impresa. L’autore porta l’esempio di un laboratorio biotecnologico o elettronico: non sarà possibile trasferirlo in un altro luogo perché anch’esso è un ecosistema e fiorisce anche grazie alla disponibilità dei servizi presenti nella città che lo ospita.

È questo trend che porta l’autore ad affermare che oggi gli Stati Uniti sono formati da tre Americhe. La prima è l’America dei grandi hub d’innovazione: San Francisco, Seattle, Austin, Washington, Boston e Raleigh. La seconda è rappresentata dalle città che un tempo erano capitali dell’industria tradizionale. Dalla terza America sono comprese le città che si trovano a metà strada, che possono emergere e diventare poli di innovazione oppure scomparire e perdere l’occasione di diventare realmente competitive. Secondo Moretti i luoghi materialmente deputati alla fabbricazione delle cose verranno messi da parte e perderanno l’importanza che un tempo avevano assunto. Le città in cui si troverà il più alto numero di lavoratori a scolarità elevata diventeranno i nuovi hub, nuovi centri per la produzione di idee, sapere e valore. È all’interno di questa nuova geografia del lavoro che si colloca dunque un nuovo e determinante fattore economico: la creatività. Non è più infatti il capitale fisico o una materia prima a determinare l’avanzamento di un intero settore economico bensì l’alta specializzazione e l’alto grado di competenza dei lavoratori. È l’advanced manufacturing, l’industria avanzata, che sta facendo rifiorire l’economia statunitense grazie alla sua capacità di creare prodotti nuovi che non possono essere facilmente replicati.

A godere degli effetti positivi di questo settore però non sono solo i lavoratori delle aziende innovative ma anche i lavoratori impegnati nei servizi locali. Questi ultimi infatti godono dell’effetto moltiplicatore della capacità attrattiva dei lavoratori ad alta specializzazione.

Osservando le dinamiche economiche di lungo periodo, non lasciandosi influenzare dalle allarmistiche notizie di breve periodo sulle fluttuazioni della borsa o sull’incremento della disoccupazione, anche l’Italia può creare sviluppo e hub di innovazione. Può farlo prendendo esempio dall’esperienza statunitense, investendo sul proprio capitale umano, su ricerca e sviluppo e sull’innovazione.

 

di Alessia Boragine

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