venerdì, 25 Giugno 2021

Energia: virtuosi e rinnovabili, con due scheletri nell’armadio

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A guardare le cinque torte che abbiamo ricostruito in base ai dati dell’Agenzia internazionale per l’Energia (per carità, c’è di meglio, ma, almeno, sono dati coerenti tra loro) si vede abbastanza bene e immediatamente dov’è l’Italia oggi in materia di energia: è avanti, parecchio avanti, molto più avanti di tanti altri (anche se naturalmente il singhiozzamento diffuso dice che siamo indietro, sempre troppo indietro).

Semmai, è quello che nelle torte non compare, che deve far riflettere. Ma andiamo con ordine e facciamolo partendo dai numeri, mettendo subito in premessa che qui si parla di consumi complessivi di energia e non soltanto di energia elettrica. Il riferimento offerto dall’Agenzia è su vent’anni, tra il 1995 ed il 2015, ultimo anno per il quale si dispone di statistiche complete. Come si può facilmente osservare, a livello globale il ricorso alle diverse fonti primarie di energia è mutato in maniera rilevante, ma non radicale.

Si osserva un calo importante dei prodotti petroliferi (meno 5 punti percentuali), compensato da un sorprendentemente lieve incremento del gas naturale (più 2 punti, a buon senso ci si sarebbe aspettati di più) ed un altrettanto sorprendente significativo incremento del carbone (ben 4 punti). L’effetto shale gas ancora non si era completamente manifestato nel 2015 ed oggi, probabilmente, quei dati sono diversi, con un ridimensionamento del carbone a vantaggio del metano, soprattutto in relazione al mutamento della domanda in questo senso avvenuto negli Stati Uniti. Non è dunque arcana l’ipotesi che al 2018 petrolio e gas insieme potrebbero essere risaliti di qualche punto.

Ma va altresì sottolineato il fatto che le rinnovabili, a livello planetario, non si muovono di un millimetro e che il nucleare ha perso qualche cosa. Certo, bisogna tenere conto che in vent’anni la domanda globale di energia è cresciuta di quasi il 50 per cento, il che significa che in valore assoluto tutte le fonti primarie sono grosso modo cresciute, rinnovabili comprese, ma questo non modifica il bilancio complessivo.

Possiamo dunque dire che, sul piano globale e tenendo conto delle tendenze in atto (shale oil e shale gas), il panorama delle fonti primarie di energia tende a rimanere sostanzialmente simile e che se tendenze al mutamento sono evidenti esse hanno un andamento molto lento e non sempre in contraddittorio. Se si focalizza l’attenzione si dati relativi all’Unione Europea si osservano invece mutamenti più rilevanti, soprattutto se si tiene conto che in Europa, al contrario di quanto accaduto nel resto del mondo, Stati Uniti compresi, la domanda di energia nei due decenni in questione è diminuita e non cresciuta: meno 3 per cento tra 1995 e 2015. Se si dà una sforbiciata ai numeri in modo da tenere conto della crisi degli anni scorsi, si osserverebbe che fino al 2005 la domanda è cresciuta, ma in misura di molto inferiore a quanto accaduto negli altri quattro continenti.

Nel dettaglio, a subire la massima contrazione è stata la domanda di prodotti petroliferi (meno 5 punti) e di carbone (meno 5 punti), compensata da un lieve incremento del gas naturale (più 2 punti) e dal forte aumento del contributo delle fonti rinnovabili passate da un misero 5 per cento al 13. Sempre stabile la quota del nucleare, che negli anni successivi al 2015 ha però subito una significativa contrazione, dovuta soprattutto alle difficoltà incontrate in Francia nell’adeguare gli impianti, la cui vita operativa è stata allungata sensibilmente rispetto ai programmi iniziali.

Facile prevedere che al 2017 la quota del gas sarà cresciuta di almeno un paio di punti per compensare la riduzione dell’apporto del nucleare. Senza entrare nel merito dei costi che su scala europea sono stati sostenuti e si sosterranno in futuro per sviluppare le rinnovabili (sono cifre che, complessivamente, stanno nell’ordine dei 50-60 miliardi di euro all’anno per un periodo compreso tra i 10 ed i 20 anni) è opportuno ricordare che l’idroelettrico non incentivato nel 2015 ancora costituiva in Europa il 38,4 per cento di tutta la produzione da fonti rinnovabili (valore significativo se si tiene conto che alcuni paesi che hanno investito grandi risorse nell’eolico sono pressoché privi di idroelettrico – nel 1995 in tutta l’Unione Europa erano installati 2.430 MW di eolico, oggi siamo oltre i 150.000 MW).

Veniamo dunque all’Italia, vediamo dov’è. Si è detto in premessa che è molto avanti. Infatti i dati ci dicono che la riduzione della quota dei prodotti petroliferi è stata particolarmente vistosa, da 58 a 37 punti percentuali: un calo nemmeno paragonabile a quello visto in Europa, al quale ha fatto riscontro un piccolissimo incremento del ricorso al carbone (riconducibile a Torrevaldaliga Sud ma poi cancellato dal fermo di Vado Ligure e Fiume Santo), un importante incremento dell’uso del gas naturale (più 7 punti) e uno sviluppo davvero sostenuto delle rinnovabili, passate dal 7 al 20 per cento. Ammesso che gli obiettivi di de-carbonizzazione siano sensati e compatibili con lo sviluppo dell’economia e del benessere, l’Italia ha fatto dunque qualche piccolo passo avanti in quella direzione (anche se ad un costo ritenuto da molti troppo elevato).

Bravi, soprattutto se si considera che i dati provvisori relativi al 2017 vedono il sorpasso del gas naturale, al 38 per cento, sui prodotti petroliferi, al 35 per cento, con il carbone al 7 per cento e le rinnovabili oltre il 20, e che nei vent’anni considerati la dipendenza energetica dall’estero è calata dall’81,9 per cento al 77,1, certo, ancora molto alta, ma migliorata. Purtroppo, però, bisogna mettere in conto anche le cose che non emergono dalle torte confezionate con i dati dell’Agenzia internazionale per l’Energia. E sono due. Che si incrociano l’una con l’altra.

La prima: i dati delle due torte relative all’Italia, per mantenere il confronto omogeneo, sono stati ricalcolati sul 94,4 per cento (media 1995-2015) della domanda finale di energia e non sul 100 per cento. Questo perché quel 5,6 per cento, che abbiamo soltanto noi nel panorama europeo, è costituito dal saldo netto tra importazioni ed esportazioni di energia elettrica. È che all’Italia continua a convenire importare elettricità dalla Francia, dalla Svizzera, dall’Austria, perfino dalla Grecia, perché costa meno che produrla in casa. E gran parte di questa energia proviene da impianti nucleari, cioè proprio da quella fonte primaria che l’Italia ha deciso di non avere, ma, vale la pena di ricordarlo, non dopo Fukushima, ma 25 anni prima, dopo Chernobyl.

Alle torte dell’Italia manca una fetta, presente in quelle del mondo e ben sostanziosa in quelle relative all’Europa. E pensare che se si fosse realizzato il “Pen” approvato dal Parlamento nel 1985, sei mesi prima del disastro di Chernobyl, oggi quella fetta ci sarebbe e varrebbe almeno il 4-5 per cento. Ecco dov’è l’Italia in materia di energia: se la cava con grande decoro, ma si è mossa a strattoni, con costose fughe in avanti (il fotovoltaico super incentivato) e costosissime improvvise frenate (il nucleare).

 

di Stefano Bevacqua

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[dt_quote font_size=”normal”]Dov’è l’Italia oggi: i confronti mostrano che la situazione energetica del paese è migliorata, ma poteva andare meglio[/dt_quote]
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