lunedì, 15 Agosto 2022

Le elezioni francesi viste dall’interno: intervista a Sandro Gozi

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Manuela Scognamiglio
Napoletana doc, vive a Milano e lavora nell'advertising. È appassionata di lingue e comunicazione. Apprezza le sfide, il coinvolgimento internazionale e la conoscenza, così come il confronto con le persone. Crede nella condivisione delle esperienze, nella creazione di opportunità e nel cambiamento.

Sandro Gozi è un politico italiano, già sottosegretario agli Affari Europei nei governi Renzi e Gentiloni. In Francia, è stato per alcuni mesi consulente agli Affari Europei del governo Philippe II. Dal 1° febbraio 2020, è deputato del Gruppo Renew Europe al Parlamento europeo, eletto nella circoscrizione francese con la lista Renaissance, promossa da Emmanuel Macron e da En Marche. Da maggio 2021, è segretario generale del Partito Democratico Europeo.

Sandro Gozi

Cosa significa la vittoria di Macron per la Francia e per l’Europa?

Due ottime notizie. Per la Francia, perché vince un Presidente che ha finalmente avviato delle riforme importanti a livello economico e sociale, che vede oggi la transizione ecologica, la lotta alle disuguaglianze e i giovani come le tre grandi priorità per il paese e che, soprattutto, ha fermato di nuovo l’estrema destra nazionalista e xenofoba.

Per l’Europa, è un’ottima notizia perché Macron è oggi il vero leader europeo, impegnato nella costruzione dell’Europa di cui abbiamo bisogno: potente, sovrana e democratica. Ed è evidente che questa vittoria lo rafforza ancora di più e ne fa l’interlocutore principale europeo per il resto del mondo. Se vogliamo citare la famosa battuta di Kissinger, «bellissima l’Europa, ma datemi un nome e un numero di telefono da chiamare», oggi, Kissinger dovrebbe comporre il numero di Macron.

Come dobbiamo leggere la differenza di risultato tra quest’anno e il 2017 (minor distacco tra i due candidati, minor partecipazione elettorale)?

Per fare un confronto con le elezioni del 2017, bisogna mettere insieme diversi aspetti.

I francesi hanno confermato e premiato la proposta politica di Macron e di En Marche e cioè la logica di superamento della vecchia divisione tra destra e sinistra e di costruzione di un nuovo movimento centrale. Infatti, al primo turno, in cui si fa la scelta di partito, Macron ha visto aumentare i suoi voti rispetto al 2017 di 1 milione (il partito En Marche è passato dal 24% al 28%).

Se guardiamo al secondo turno, invece, dobbiamo considerare più fattori: le enormi difficoltà e crisi di questi cinque anni: la crisi dei gilet gialli, che ha generato un’esplosione di rabbia sociale che covava da 30 anni, ma che certamente ha avuto un impatto enorme in Francia, la crisi pandemica e adesso la crisi ucraina. Questo nonostante la Francia sia il Paese che ha aiutato di più i deboli, i piccoli imprenditori, l’economia. Sono crisi che hanno fatto emergere e aggravato le disuguaglianze, che non a caso è la grande priorità su cui Macron si è impegnato a lavorare.

Il tema delle disuguaglianze ha creato frustrazione, rabbia, divisioni, maggiori differenze tra centri e periferie, tra territori urbani e rurali, e questo è stato catalizzato dai due movimenti principali di protesta: quelli di Le Pen e Mélenchon.

Dobbiamo anche considerare che il Fronte Repubblicano in Francia ha funzionato anche questa volta, con l’aiuto, probabilmente involontario, della figura di Zemmour, che lo ha legittimato, facendo addirittura sembrare Marine Le Pen moderata, tenendo lui un discorso ancora più estremista, ancora più odioso e violento nella sua analisi della società e della storia. E questo certamente ha favorito Marine Le Pen, che è stata anche abile a nascondere i suoi propositi ed obiettivi nazionalisti e protezionisti sotto una patina di parole e colori che ispiravano moderazione e nascondevano contenuti estremi.

E poi c’è il tema dell’astensione, che è alto per la Francia (anche se il 26% non è una percentuale alta in altri Paesi). Questo è un problema non solo francese, ma che riguarda tutte le democrazie; i cittadini spesso hanno rinunciato ad esercitare i propri diritti, e su questo bisogna assolutamente lavorare, sia con delle misure economiche e sociali, sia anche ripensando il modo in cui funzionano la democrazia e le istituzioni francesi. C’è buona parte della popolazione che non si sente rappresentata da questo sistema presidenziale, ed è la ragione per cui Macron si è impegnato, dopo le legislative, a creare una commissione transpartitica per discutere di quali riforme affrontare per ristabilire un legame di fiducia tra i cittadini e le istituzioni.

En Marche è un fenomeno nato nel 2016 che si è dimostrato vincente per la seconda volta a distanza di cinque anni. Cosa manca, se manca qualcosa, all’Italia perché si sviluppi qualcosa di simile? 

All’Italia mancano la lungimiranza, la generosità e l’ambizione. C’è la stessa necessità nella società italiana, e la stessa voglia di liberarsi da un bipolarismo ormai coatto, di un bipopulismo che non corrisponde più alle reali esigenze ed aspettative di buona parte degli italiani. Ma la differenza è che i protagonisti di questo spazio non fanno quello che François Bayrou, Manuel Valls ed Emmanuel Macron hanno fatto nel 2017.

All’inizio del 2017, Macron era quinto nei sondaggi, con circa il 15%. Bayrou aveva circa il 10% e Valls circa l’8%. Con queste cifre, i protagonisti della stessa area politica in Italia, penso a Bonino, Della Vedova, Calenda, stapperebbero il prosecco. In realtà invece, giustamente, Bayrou e Valls hanno deciso di fare un passo indietro per sostenere Macron e per fare vincere le proprie idee, soprattutto quella di trasformazione del sistema politico francese, di superamento delle vecchie divisioni tra destra e sinistra.

Questo è quello che si dovrebbe fare in Italia; la tendenza a non unirsi è stupida: è evidente che solo nel momento in cui c’è un’aggregazione di protagonisti della politica, delle forze sociali che interpretano questo bisogno di approccio liberale, riformatore, forte europeismo, battaglia radicale per i diritti fondamentali e per la riforma della giustizia si riesce ad ottenere un risultato determinante. In Francia, hanno voluto pensarsi fin da subito come maggioranza, anche quando sembrava fosse impensabile diventarlo; in Italia, invece, questi politici sembrano piuttosto voler fare testimonianza. Ma se si pensassero maggioranza, se andassero oltre divisioni inutili, se cominciassero ad aggregare una proposta di trasformazione per l’Italia e ad unire i loro sostenitori, la storia sarebbe diversa.

Come descriveresti il ruolo che l’Europa sta giocando nella “gestione” del conflitto russo-ucraino? 

Grazie soprattutto a Macron, l’Europa è finalmente entrata in gioco nel conflitto russo-ucraino. Ricordo che fino a novembre dell’anno scorso, si parlava dell’Ucraina a Ginevra, unicamente tra Joe Biden e Vladimir Putin. Oggi invece, l’Europa si sta assumendo le proprie responsabilità: molto importante l’unità dimostrata finora rispetto alle sanzioni, molto importante aver utilizzato il bilancio europeo per fornire armi all’Ucraina, e anche la forte solidarietà economica e umanitaria che l’Europa sta dando e dovrà ancora dare al paese o il fatto che si sia aperto un dibattito sul ruolo e le responsabilità geopolitiche dell’Europa rispetto all’Ucraina.

Certo, credo che dobbiamo fare ancora di più: intensificare le sanzioni, diminuire l’approvvigionamento di gas e petrolio russi, e allo stesso tempo creare un fondo di compensazione europeo per mutualizzare i costi economici ed energetici che gravano sulle famiglie. Il punto, quindi, non è rinunciare ad assumere il nostro ruolo di sostegno alla resistenza ucraina con le sanzioni perché ci costa, ma imporre le sanzioni e fare in modo che i costi possano essere gestiti e attutiti in comune a livello europeo.

Quello della difesa comune è un tema importante. È probabile che l’unico nella posizione di avanzare una proposta concreta in tal senso sia proprio Macron, che dovrebbe mettere a disposizione dell’Europa la Force de Frappe e il seggio alle Nazioni Unite. Quanto è plausibile uno scenario del genere, ad oggi?

È assolutamente di grande attualità. Certamente la sua vittoria gli darà ancora più forza per attuare rapidamente le principali novità della cosiddetta “bussola strategica” (documento strategico dell’Europa della difesa), penso alla costituzione di una forza militare europea di 5 mila uomini, ma penso anche a una vera strategia integrata per l’industria della difesa, di cui tra l’altro le industrie nazionali di Francia e Italia dovrebbero essere protagoniste.

E bisogna andare ancora oltre, attraverso una spinta che Macron può dare, creando un gruppo dinamico di paesi che vogliono accelerare la costruzione di un’Europa della difesa, in termini di inter operatività, provvedimenti comuni. Penso che con la Francia, dovrebbero esserci l’Italia, la Germania, la Spagna e un domani, forse neppure troppo lontano, anche un paese come la Polonia. Sicuramente, Macron potrà e vorrà svolgere questo ruolo di pioniere per la costruzione di un’Europa della difesa.

Chiudiamo tornando alla campagna francese. C’è qualche aneddoto, magari behind the scenes, che è sfuggito al grande pubblico e che ci puoi rivelare?

Macron aveva tantissima voglia di entrare nel pieno della campagna molto prima di quanto non abbia fatto. Scalpitava, abbiamo visto il vero Macron solo tra il primo e il secondo turno.

E poi, è stato sempre molto attento e molto motivante per tutte le decine di persone che hanno lavorato a En Marche dietro di lui. Non si vedeva, ma ha sempre stabilito un rapporto molto diretto, incoraggiante. Vedeva molto più spesso di quanto sia uscito sui giornali le équipes che erano impegnate in prima linea nella campagna, e questo ha caricato tutti quanti.

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