martedì, 28 Giugno 2022

L’economia ai tempi della guerra. Una difesa più forte, italiana ed europea

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Francesca Santoro
Classe '95. Cultrice di linguistica generale, scrittrice in erba, lettrice appassionata. Ama i bei film e le serie tv, ma non più dei suoi gatti. Teinomane convinta.

«Quella che stiamo vivendo non è una crisi, ma una guerra». Con queste parole Francesco Grignetti, giornalista de “La Stampa” e moderatore dell’evento, ha introdotto il secondo appuntamento del ciclo di Digital Talk sull’economia ai tempi della guerra organizzati dalla Fondazione Ottimisti&Razionali. L’appuntamento di mercoledì 16 marzo (è possibile rivederlo integralmente qui) è stato dedicato alla difesa, italiana ma anche europea, che necessariamente andrà – o è già stata, come nel caso della Germania – rivoluzionata. La guerra, le bombe, i profughi, hanno travolte le porte di casa nostra, in modo violento e inaspettato, costringendo a ripensare la nostra difesa: italiana, europea, atlantica.

L’impatto economico della guerra

«La decisione che simboleggia il cambio di paradigma è quella della Germania, che ha deciso di investire 100miliardi nella difesa», ha detto Guido Crosetto, Presidente di AIAD. Un’inversione di marcia rispetto alla politica attuata fino ad ora. Il cambiamento che interesserà il reparto industriale della difesa si ripercuoterà su ogni settore. Serve una strategia industriale di Paese in quanto il rafforzamento della difesa significherà razionalizzazione dell’industria della difesa europea.

Il problema dei prossimi mesi sarà l’impatto sull’economia, e non solo nel settore energetico e del gas. Il 29% delle esportazioni mondiali di grano dipendono da Russia e Ucraina, il 19% del mais, l’80% di olio e gas. Le conseguenze si vedranno anche su settori non immediatamente collegati alla guerra, nonché sui Paesi poveri che, come ha detto il presidente Macron, conosceranno probabilmente nuove e massicce migrazioni. «Non si può chiamare economia di guerra perché non è direttamente collegata, ma l’impatto rischia di essere profondo e devono essere attivati meccanismi immediati di protezione», ha spiegato Crosetto. Eurobond, intervento sulle accise, con la consapevolezza che le istituzioni hanno la loro normale lentezza, ma la crisi si sta abbattendo sulle aziende a una velocità estrema. Con effetti a cascata poi su servizi, fornitori e sull’intero sistema economico.

L’importanza dell’opinione pubblica

«Così come è molto importante il tema dell’informazione e percezione per la guerra, è importante non cadere nel mainstream superficiale dei social anche per la difesa», ha spiegato Massimo Micucci, membro del CdA della Fondazione Ottimisti&Razionali. In una ricerca dell’Istituto Affari Internazionali è stata sondato, in due momenti diversi (2018 e 2021), l’atteggiamento della opinione pubblica a proposito di temi critici della difesa: presenza italiana nelle missioni internazionali e spesa militare. La ricerca, ha spiegato Micucci, ha mostrato che l’opinione pubblica è risultata per lo più favorevole alla partecipazione italiana alle missioni militari, partecipazione che rafforza la capacità di difesa. Anche per la spesa militare l’opinione pubblica ha espresso l’esigenza di un rafforzamento, in linea con le decisioni del Governo. Inoltre, il tasso di approvazione dell’opinione pubblica per queste tematiche è cresciuto negli anni. «Non c’è scelta che si possa fare con l’opinione pubblica contraria», ha concluso Micucci.

Deterrenza e difesa

Giorgio Mulè, Sottosegretario di Stato al Ministero della Difesa, ha sottolineato che «le spese per la difesa hanno conosciuto una progressione dal 2009». La novità rispetto al passato è che il Parlamento ha approvato con un solo voto contrario l’incremento delle spese della difesa, preparando anche una strada per il futuro. In questo modo, deterrenza e protezione a tutela degli interessi nazionali sono garantite anche all’approvvigionamento energetico, un vero cambio di paradigma rispetto al passato. Il nostro Paese dovrà contare su una dotazione di 8-9 miliardi in più rispetto al budget di 24,5 miliardi. La quantità della spesa, ovviamente, dovrà corrispondere a una qualità della spesa.

«Servono hub produttivi che rendano l’impresa italiana e la difesa un corpo unico e coeso, non diviso in monadi, che possa competere a livello europeo», ha detto Mulè. «Il cambio di paradigma risiede anche nel fatto che per proteggere la sicurezza, per costruire una politica estera, servono gli eserciti: non per influenzare e deviare il corso delle democrazie me per diventare riferimenti per democrazie fragili, come quelle del sud del mondo».

Difesa italiana ed europea

«Stiamo mettendo in luce un deficit fondamentale del nostro Paese», ha notato Roberta Pinotti, Presidente della Commissione Difesa del Senato della Repubblica. «Mentre in Francia, Gran Bretagna, è sempre stato normale parlare di spese militari e sicurezza, in Italia per molto tempo sono stati temi tabù per l’opinione pubblica e per la politica». Nonostante ci sia un effettivo cambio di orientamento nei Paesi europei, nonché, in Italia, coesione di tutte le forze politiche sul tema difesa, la Presidente ha sottolineato la volubilità delle opinioni, e l’emotività del momento attuale.

Attualmente, il maggiore risparmio della pubblica amministrazione è fatto sulla difesa, con conseguenze sull’efficienza dei mezzi – privi della manutenzione adeguata – e sul personale. Tuttavia, non «non ha senso parlare di difesa italiana senza difesa europea: sono convinta se vogliamo avere voce nel mondo dobbiamo integrare i nostri sistemi di difesa», ha affermato Pinotti. L’integrazione fra le forze armate è possibile anche perché l’UE è abituata a lavorare insieme come NATO, purché ci sia però una guida politica: «non ha senso, infatti, la difesa senza una politica estera comune». Bisogna, comunque, allineare valori e interessi. Gli interessi dei singoli paesi vanno salvaguardati, non solo per quanto riguarda l’industria, ed è necessario renderci autonomi per produzione e capacità anche dagli Stati Uniti.

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