venerdì, 25 Giugno 2021

A Perugia inizia il #IJF18. Intervista ad Arianna Ciccone

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Oltre 700 speaker da 50 paesi del mondo, circa trecento eventi in contemporanea, attese decine di migliaia di persone. Questi i numeri della dodicesima edizione dell’International Journalism Festival, che dall’11 al 15 aprile animerà le strade del centro storico di Perugia. Tantissimi i temi affrontati dalla manifestazione, tra panel che ospiteranno le testimonianze di giornalisti costretti a vivere sotto scorta, altri che approfondiranno questioni di stretta attualità come il rapporto tra l’informazione digitale, i social media e la privacy online, ed altri ancora incentrati sullo storytelling ed il racconto di grandi storie destinate a segnare i nostri tempi. Come ogni anno, a guidare l’organizzazione è Arianna Ciccone, fondatrice del festival e animatrice del blog collettivo Valigia Blu.

L’abbiamo raggiunta per farle qualche domanda.

 

Qual è il tema portante dell’edizione di quest’anno?

Il festival è un evento complesso, come complesso è lo scenario del giornalismo mondiale. Non c’è un tema unico, ma abbiamo deciso di affrontare con maggiore attenzione alcune questioni per noi fondamentali.

Anche quest’anno ci siamo concentrati sulle migrazioni, sui migranti, su accoglienza e integrazione. Racconteremo le guerre in Siria, Yemen, la situazione in Libia, Afghanistan, Iraq, il conflitto Israele-Palestina. Parleremo della libertà dei media in paesi vicini all’Europa come la Turchia.

Si parlerà delle condizioni critiche per i giornalisti in Myanmar, nelle Filippine, della crisi umanitaria dei Rohingya. Riprenderemo il nostro focus sull’Egitto di Al Sisi – soprattutto dopo le elezioni presidenziali – dei diritti umani schiacciati e ancora del caso Regeni, che ad oggi non sembra avere risposte.

Non mancherà una lunga e approfondita discussione sul movimento #metoo (al tema abbiamo dedicato un intero filone #ustoo), con una particolare attenzione anche all’Italia, a quello che si è riusciti a fare grazie a movimenti culturali e digitali come #quellavoltache, ma anche a tutto quello che ancora c’è da fare.

È inevitabile parlare di disinformazione e cyberpropaganda, con tutto quello che è successo in questi ultimi due anni, dalla vittoria di Trump in poi. E ancora: cambiamento climatico, intelligenza artificiale, alt-right e populismo, giornalismo investigativo, reddito di base, fiducia nei media, fact-checking e debunking, data journalism, engagement, start-up, alfabetizzazione alle notizie, giornalismo locale, diversità e inclusione, servizio pubblico, business model, libertà di espressione, filantropia nei media, e tanto altro ancora.

 

Come viene affrontata la questione della disinformazione online?

Anche per questa tematica abbiamo creato un filone specifico.

Quindi affronteremo il tema da un punto di vista accademico, faremo il punto sulle ricerche, ma abbiamo previsto anche una serie di workshop, presentazioni e proposte su come i media dovrebbero reagire per rispondere a questa sfida.

Di certo non tratteremo un tema così complesso riducendolo alla questione fake news. In questi mesi si è fatta molta disinformazione sul tema, è paradossale ma è così. La questione non sono (solo) le fake news, appunto, ma tutto il sistema di “disordine informativo” che vede governi, attori politici e gli stessi media mainstream parte del problema.

Comunque proprio rispetto a questa problematica abbiamo organizzato tutta una serie di incontri per le scuole medie e superiori: workshop di alfabetizzazione mediatica e digitale. Perché è anche da lì che bisogna partire.

 

Caso Cambridge Analytica: la propaganda digitale è oggi in grado di minare il funzionamento dei sistemi democratici?

Se assumiamo che la propaganda digitale è in grado di farlo, allora dobbiamo affermare che la propaganda politica può mettere in pericolo le democrazie. Al Festival chiaramente approfondiremo l’argomento e cercheremo di dare voce a tutti i punti di vista sull’argomento. Personalmente mi limito a ricordare che nella storia, anche recente, sono stati i politici a fare uso dei dati dei cittadini/utenti con grande spregiudicatezza. È di questi giorni lo scandalo sui dati dei cittadini che Deutsche Post ha “affittato” ai partiti in Germania (Merkel e liberali).

Una cosa è la propaganda, un’altra il microtargeting, cioè la possibilità di raggiungere destinatari mirati con inserzioni personalizzate di cui gli altri cittadini non sanno nulla. Questi metodi, se utilizzati dalla politica, creano sicuramente problemi rilevanti di trasparenza. E allora oggi dovremmo parlare di regolamentare cosa può o non può fare la politica (e di chi, nel caso, dovrebbe operare questa regolamentazione e in forza di quale legittimazione).

 

Qual è, o dovrebbe essere, il ruolo del giornalista nell’era dell’agenda setting non più determinata dai vecchi media?

In un contesto dove le fonti di informazioni sono infinite, dove la disinformazione ha infinite possibilità di propagarsi e diffondersi, il ruolo sarebbe quello di essere fonti e punti di riferimento realmente credibili, attendibili. Giornalismo di qualità, indipendente, un lavoro autentico e continuo per costruire ponti fra comunità e rapporti di fiducia. Questo richiede un impegno costante, una notevole dose di umiltà e una profonda capacità di empatia. Richiede la capacità di accettare il punto di vista del lettore, non limitandosi a trasmettere le informazioni in modo verticale, acritico, incontestabile. Al Festival parleremo anche di questo, mettendo insieme grandi giornalisti da tutto il mondo, e tanti talenti emergenti, anche italiani.

 

di Francesco Nicodemo

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Tra i temi affrontati, le migrazioni e l’accoglienza, le guerre in Siria e Yemen, la situazione in Libia e Afghanistan, il movimento #metoo, la disinformazione e la cyberpropaganda

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