mercoledì, 04 Agosto 2021

Diffamazione a mezzo stampa: niente più carcere per i giornalisti

Da non perdere

Nota a sentenza – Corte Costituzionale 12 luglio 2021 n. 150

Con una sentenza[1], in parte preannunciata, ma comunque destinata a fare storia, la Corte Costituzionale concretizza ed attualizza la meritoria attenzione che già in tempi risalenti (sentenza n. 84/1969) l’aveva portata a definire quella particolare declinazione della libertà di manifestazione del pensiero, costituita dalla libertà di stampa, «pietra angolare dell’ordine democratico».

Il punto in contestazione, sollevato da due Tribunali penali (di Salerno e Bari), è costituito dalla disciplina che prevede la pena detentiva per la diffamazione a mezzo stampa.

Plurime sono le norme attenzionate dalla Corte.

L’art. 595 C.P, prevede, per la diffamazione a mezzo stampa, più circostanze aggravanti, penalizzanti  – alternativamente – con il carcere.

La seconda, è l’art. 13, della L. 8 febbraio 1948 n. 47 (Disposizioni sulla stampa) che – come afferma la Corte – «costituisce lex specialis rispetto alle due aggravanti previste dall’art. 595 cod. pen., secondo e terzo comma, che prevedono cornici sanzionatorie autonome e più gravi rispetto a quelle stabilite dal primo comma, rispettivamente nel caso in cui l’offesa all’altrui reputazione consista nell’attribuzione di un fatto determinato e in quello in cui l’offesa sia recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico».

La previsione sanzionatoria dell’art. 13 cit. è così costruita: «Nel caso di diffamazione commessa col mezzo della stampa, consistente nell’attribuzione di un fatto determinato, si applica la pena della reclusione da uno a sei anni e quella della multa non inferiore a…»

La previsione obbligatoria, ex art. 13 L. n. 47/1948 della pena detentiva è però – secondo la Corte Costituzionale “divenuta ormai incompatibile con l’esigenza di «non dissuadere, per effetto del timore della sanzione privativa della libertà personale, la generalità dei giornalisti dall’esercitare la propria cruciale funzione di controllo sull’operato dei pubblici poteri»: esigenza sulla quale ha particolarmente insistito la Corte EDU nella propria copiosa giurisprudenza …, ma che anche questa Corte condivide.”

Da tanto la declaratoria di incostituzionalità dell’art. 13 della Legge n. 47/1948, nella sua interezza.

Discorso solo in parte differente sull’art. 595, terzo comma del codice penale, ancorché la Consulta ha rigettato la relativa questione di costituzionalità.

Premesso che il punto di partenza edittale cambia – in quanto qui la pena detentiva è solo opzionale (“reclusione…ovvero multa”), la Consulta ha chiarito che la eventuale irrogazione di tale pena al giornalista deve avvenire soltanto nei casi «di eccezionale gravità del fatto, dal punto di vista oggettivo e soggettivo».

Il carcere è, in definitiva, alternativa sanzionatoria assolutamente d’eccezione.

Come già notato, si tratta di una vera ed effettiva difesa delle fondamenta stesse della democrazia repubblicana.

Affermazione ancor più importante e riflettente, ora che in Europa non mancano preoccupanti limitazioni alla vitalistica attività giornalistica.

Articolo a cura di Diotima Pagano


[1] Corte Costituzionale 12 luglio 2021 n. 150

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