martedì, 17 Maggio 2022

Crisi energetica, ma quanto duri?

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Noel Angrisani
Laureato in Scienza della Politica, ha completato il suo percorso di studi con un master in Relazioni Istituzionali, Lobby e Comunicazione d'Impresa. Per due anni si è occupato di progettazione europea, successivamente ha lavorato presso un'agenzia di eventi corporate e B2B per il No-Profit. Dopo essersi cimentato nel public affairs, oggi lavora come consulente in ambito organizzazione e pianificazione.

L’onda lunga della crisi energetica non accenna a diminuire. Lo scenario da tempesta perfetta raccontato in questi mesi si arricchisce di ulteriori elementi. Se in un primo momento i riflessi apparivano unicamente geopolitici, nel corso delle settimane successive le difficoltà hanno riguardato anche famiglie e imprese. Le prime direttamente coinvolte a causa dei vertiginosi rincari, le seconde costrette – in molti casi – a bloccare la produzione a causa degli alti costi.

“Guerra” energetica

Le cronache di questo nuovo anno assomigliano ad un bollettino di guerra, e non certamente quella minacciata da Russia e Ucraina. L’ultima nota del Centro Studi di Confindustria dipinge un quadro a tinte sempre più fosche: «il forte aumento dei costi per le imprese si è tradotto in una brusca compressione dei margini operativi, data la difficoltà di trasferire ai clienti i rincari delle commodity. La sofferenza dei margini è tendenzialmente maggiore nei settori più a valle, quelli che producono beni di consumo (per esempio, abbigliamento e mezzi di trasporto), che sono più vicini alla domanda finale ancora compressa; ma anche nei settori energivori (cemento e ceramica, metallurgia, legno e carta)».

È evidente, dunque, come il problema investa l’intera filiera produttiva e che il costo delle materie prime sia il fattore scatenante di una crisi sistemica. La stessa Banca Centrale Europa pur evidenziando una «ripresa vigorosa sebbene a un ritmo in certa misura più moderato» segnala come nel breve periodo «le strozzature dal lato dell’offerta e l’incremento dei prezzi dell’energia rappresentano i principali rischi per il ritmo della ripresa e per le prospettive di inflazione».

Crisi energetica e rischio blackout

Senza voler indossare i panni di (facili) profeti di sventura, quanto sta accadendo non può lasciare certamente sorpresi. Il punto non riguarda l’utilizzo del carbone, del petrolio o del gas, ma di precise – quanto discutibili – scelte di politica energetica. Se l’obiettivo da più parti annunciato era quello di ridurre le emissioni di CO2 garantendo, a parole, una continuità e sicurezza nell’approvvigionamento mediante copiosi investimenti su nuove tecnologie, dev’esserci stato – eufemisticamente – qualche errore di comunicazione, dal momento in cui si è tradotto in una pioggia di finanziamenti e sussidi per fonti alternative, non assolutamente in grado di colmare gli squilibri tra domanda e offerta. I limiti di applicabilità non sono frutto di supposizioni o malafede, ma dagli esigui risultati manifestati da tali politiche, con l’evidente beffa e paradosso di dover ricorrere alle tanto vituperate fonti inquinanti, per evitare che la crisi, tra i suoi effetti, conti anche il blackout. Un rischio tanto incredibile, quanto concreto.

Russia e Cina, terre rare

Se le scelte di politica energetica si sono dimostrate ampiamente deficitarie, in alcuni casi irritanti come per la tassonomia, non è andata meglio sul versante geopolitico. La profonda avversione nei confronti di Russia e Cina professata dall’Unione Europea, a differenza della realpolitik praticata dalla Germania merkeliana, non è tema che riguarda unicamente gli aspetti di sicurezza interna, ma ha significativi addentellati energetici. Il riferimento non è soltanto all’ormai nota questione del gasdotto Nord Stream 2, ma soprattutto all’uso delle terre rare, di cui l’energia solare ed eolica ne richiedono un grande accumulo.

Le scelte di campo, geopolitico ed energetico, fatte dall’Unione Europea non sembrano dunque particolarmente vincenti, considerando lo strapotere cinese sulla materia. Una tendenza confermata dalla nascita lo scorso dicembre del China Rare Earth, un colosso di Stato impegnato nella gestione del “petrolio” di domani. Lo stesso si può dire della Russia, già da qualche anno attenta alla promozione e allo sviluppo, potendo contare, oltre alla solida alleanza con la Cina, anche sui suoi satelliti. Anche gli Stati Uniti stanno provando ad inserirsi nella partita, grazie alla California, ed ostacolare l’alleanza sino-russa.

E l’Unione Europea?  Un vaso di coccio in mezzo ai vasi ferro.

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