sabato, 27 Novembre 2021

Cos’è Bitcoin e cosa rischia di (non) essere – prima parte

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Antonio Somma
Laureato in fisica all'Università Federico II, diplomato in pianoforte e in composizione al Conservatorio di Napoli, sua prima e ultima città, scrive poca musica, suona un po' di più, studia di tutto da sempre. Orgoglioso esponente della generazione Erasmus, dal 2020 dottorando in acustica musicale e musicologia alla Sorbona di Parigi.

A tutti sta capitando sempre più spesso di imbattersi in Bitcoin… e di non capirci niente. Quando ne ho guadagnato un gruzzoletto, ho messo in fila in tre episodi quello che sono riuscito a scoprire di questo beniamino della Finanza Hi-Tech: quello che c’è di nuovo, quello che c’è di buono e quello che rischia di essere cattivo.

Un anno e mezzo fa, la mia app contapassi di Young Platform, dopo mesi e mesi di cammino, mi permise finalmente di riscuotere un tesoretto di criptovalute, in premio per le mie fatiche. Sentivo di essermi spinto sulle soglie del dark web, in una bolla segreta di pionieri cripto-nerd, a cui un giorno era venuta voglia di fingersi banchieri, con una versione in bit della carta straccia del Monopoly, e che avevano inventato un intangibile giocattolo per fare “soldi veri” dal niente… non ne sapevo molto, e infatti mi sbagliavo su quasi tutta la linea.

Per intenderci, che fosse opera di nerd è vero, ma capii quasi subito che, per essere arrivati fino a me, che non ho nemmeno un account su reddit, proprio cripto non lo erano (a parte il leggendario inventore di Bitcoin, Satoshi Nakamoto). E non è cripto la valuta, né di fatto, perché già nel 2020 noi cripto-proprietari eravamo proprio tanti, né formalmente, perché nessuno di noi era né irrintracciabile né anonimo – a sapere dove cercare. Col senno di poi, “criptovaluta” non c’entra niente con la segretezza, ma con la proprietà… ma andiamo con ordine.

Bitcoin e il mercato, una storia d’amore

Che ci si facessero soldi, quello anche è vero: parla chiaro l’esplosione in controvalore (valore in “soldi veri”… esentasse, ancora per un bel po’) del mio pur umile wallet di criptovalute, coltura in vitro del miliardo e mezzo investito da Elon Musk. Proprio la più recente virata ecologista del leggendario santone della tecnologia, che ha candidamente – si fa per dire – azzerato in pochi giorni gli inarrestabili rialzi degli ultimi mesi, getta luce (ma soprattutto ombre) sulla natura delle criptovalute come di uno strumento modernissimo di banale speculazione.


Il controvalore in dollari di Bitcoin, giorno per giorno, da quando ho aperto il mio misero wallet. I giorni delle due notevoli dichiarazioni di Elon Musk sono indicati da frecce

Viene da dirci, tra noi profani della finanza, che Bitcoin non serva a nient’altro che a far apparire e sparire denaro – quelli, sì, utili. Poi, se questo gioco minaccia di peggiorare le condizioni dell’umanità e del pianeta, allora non sarebbe meglio protestare, ribellarci, fare qualcosa per fermare tutto? La risposta non è così semplice. Bitcoin mette sul tavolo davvero tanti aspetti, nel vortice di un vero e proprio mutamento di paradigma reso possibile dalla rivoluzione digitale. Per capirci qualcosa, mi sono reso conto di dover partire da molto lontano. Ho cercato di mettere in fila, una tappa alla volta, cosa c’è di nuovo, cosa di buono e cosa di potenzialmente cattivo.

Innanzitutto, la “blockchain”non è per niente un giocattolo come credevo. Come tutte le vere novità offerte da Internet, promette anzi di infliggere un duro colpo al modo obsoleto con cui intendiamo il consesso umano. Parole grosse: ma quando scopri che un’idea così innovativa risale così in alto, fino ai fondamenti della materia, esaurisci presto le scorte di termini aulici. Stiamo addirittura parlando del modo in cui gli uomini si impegnano a scambiare valore, e con cui si dà credito a questo impegno. Per capire tutto ciò, è da lì che bisogna ripartire.

Il paradigma Blockchain

L’uomo si fida poco dei suoi simili. Quando c’è in gioco un valore (una merce, un’informazione, il proprio tempo), non lo cediamo senza la sicurezza che i termini dell’accordo di cessione saranno rispettati. Così, ci rimettiamo a un intermediario fidato (un notaio, un avvocato, una banca, lo Stato stesso), davanti a cui ci si promette che i patti saranno rispettati. I termini dell’accordo sono sempre stati certificati da queste autorità e custoditi in un qualche archivio protetto. Lo stesso vale anche per lo scambio di moneta: il suo valore è garantito dalla certificazione che la moneta in sé è originale, valida e non duplicabile, certificazione custodita in una banca centrale, da qualche parte nel mondo. L’inviolabilità di questi archivi e l’autorità di chi li custodisce sono quindi essenziali al rispetto dei patti.

Il limite di questo sistema sta nel potere che noi contraenti assegniamo agli intermediari, e nella fiducia incondizionata che non ne abuseranno o che non commetteranno errori. Invece, se potessimo custodire gli scambi di valore in un non-luogo, rendendoli accessibili (ma non modificabili) ovunque e istantaneamente, i pericoli dell’accentramento sarebbero eliminati alla radice e la fiducia riposta si sosterrebbe sul consenso di una comunità di interessati. È a questo punto che arrivano Internet, il luogo-non-luogo delle mille opportunità, la rete peer-to-peer, e con essa la tecnologia della blockchain, un archivio digitale dei patti – i blocchi – incatenati progressivamente l’uno all’altro, in modo tale che nessuno di essi possa essere più alterato senza che vengano giù tutti i successivi. Detto semplicemente, quando due contraenti concordano qualcosa e lo sottoscrivono (inserendo la propria password… da cui “cripto“), ogni “nodo” del registro certifica la validità dell’accordo in modo permanente. È il consenso unanime della comunità, come accade spesso su Internet – vedi Wikipedia – che genera l’autorità.


Uno schema del modo in cui si costruisce, da sinistra a destra, una blockchain. Il blocco verde genera la catena. Ogni ulteriore blocco viene convalidato dalla rete per consenso e aggiunto. Ogni blocco è collegato al precedente. In caso di collegamento multiplo, si genera una biforcazione. La scelta della vera catena è a maggioranza: i blocchi fucsia, su quei rami che ne hanno di meno, non sono ritenuti validi

Ora, si capisce che Bitcoin non può fare affidamento sulla sola buona fede della rete. Quando l’oggetto di contrattazione è il valore, e non la conoscenza, occorre ben più del consenso per tenere lontani i bari. Le minacce alla tenuta della struttura, e i meccanismi inventati per scoraggiarle, sono il vero ordine del giorno della ricerca sulle criptovalute.

Blockchain, però, è un’altra cosa: il suo potenziale va molto lontano, in tutti quei domini in cui torna utile un registro diffuso e immutabile. Si va dal mondo della moda, a quello della sanità (compressi i covid-pass), fino a quello della proprietà intellettuale. L’uso che se ne fa, è altra storia. Lo stato dell’arte di Bitcoin, come vedremo, lascia in effetti ancora a desiderare su questo aspetto.

Qui la seconda parte

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