martedì, 22 Giugno 2021

Coronavirus: Tempo di ripensare il futuro delle nostre città

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Articolo di Patricia Viel, Project Syndicate

MILANO – Se c’è qualcosa che questa emergenza globale ci ha insegnato è che progettare le nostre città affinché rispondano a dei bisogni non è più sufficiente.

Il coronavirus ha dimostrato, nella sua statistica crudezza, che l’elefante nella stanza non può essere ignorato all’infinito. Agire solo in funzione della necessità, senza pianificare per l’eventuale, inteso come evento improbabile, non basta. Il coronavirus il conto ce lo sta facendo pagare salato, colpendoci in quello che è il cuore pulsante, motore della crescita, dello scambio di idee e di culture, magma generativo e determinante dei nostri comportamenti sociali: la città.

Come possiamo noi architetti, contribuire alla ricostruzione di un modello credibile di pianificazione? Progettare, pianificare, prevedere possono essere sinonimi in un testo di prosa, non lo sono nel mondo tecnico e scientifico. Pianificare correttamente significa progettare un sistema evolutivo del quale si devono prevedere i limiti. Su questi limiti di funzionamento del sistema si deve costruire una lucida, fredda, percezione del rischio e procedere di conseguenza.

La consapevolezza dell’imminente incapacità di accogliere tutti i malati all’interno delle strutture adibite, ci ha portati ad una rapida, quanto costosa, corsa alla costruzione di ospedali da campo in luoghi non nati con quello scopo: pensiamo a Fiera Milano e alla sua ormai prossima trasformazione in struttura sanitaria emergenziale; cosa sarebbe accaduto se fosse stata progettata in partenza quale spazio con una duplice funzione (una primaria ed una di risposta ad un particolare tipo di crisi)? Oggi, risulta sempre più chiaro come l’ambiente costruito non possa più essere concepito come destinatario di un uso, inteso genericamente come funzione urbana, ma deve invece, essere concepito per fronteggiare una situazione limite. Non una situazione di picco del suo utilizzo tipico, una situazione limite che con il “tipico” non ha nulla a che fare. Quello che la comunicazione sul covid-19 ha battezzato “l’impensabile” deve entrare nella buona pratica del progetto.

E se da un lato gli spazi urbani devono essere in grado di dare risposte immediate a situazioni di crisi, dall’altro le nostre città sono anche chiamate a prevenirle. Quella caratteristica primaria dell’urbanità di essere accessibile a tutti, grazie a ferrovie, aeroporti e strade, ne rappresenta anche la fragilità, rendendola preda di una diffusione facilitata di virus, ad esempio, ma anche bersaglio facile per un attacco terroristico come avvenuto a New York nel 2001.

In questo contesto, il coronavirus sta dimostrando come la gestione di emergenze globali non sia più pensabile al livello di governance nazionale. Si è sentita la mancanza, in modo imperdonabile, di una regia europea di questa emergenza. A mancare è stato il ruolo di un garante della tutela del benessere del “cittadino europeo”, è urgente colmare le lacune di strumenti normativi e tecnici necessari, stipulando linee guida e buone pratiche insieme ai progettisti, ai tecnici di filiera, di logistica e di sicurezza, ripensando snodi e spazi pubblici o condivisi, per renderli più facilmente controllabili e gestibili e soprattutto immediatamente modificabili in caso di emergenza.

Per ultimo, a fianco dell’infrastruttura fisica, vi è quella digitale. In una situazione di difficoltà come quella che stiamo vivendo, ciò che sta emergendo chiaramente è la consapevolezza che i dati che produciamo con i nostri comportamenti quotidiani potrebbero essere un valido aiuto allo Stato per prevedere, misurare e contenere l’emergenza. Oggi ci troviamo nel paradosso per cui produciamo dati e li cediamo ad aziende private che ne fanno un uso commerciale, ma siamo pronti a gridare all’attentato alla nostra privacy non appena si prospetta la possibilità che quello stesso Stato, a cui il nostro sistema democratico delega la nostra sicurezza, la nostra salute e la nostra educazione, faccia uso di questi dati, per migliorare l’efficacia della propria azione. A fine coronavirus, potremmo scoprire che l’integrazione dinamica dei dati prodotti quotidianamente tramite i nostri dispositivi digitali è una risorsa enorme da inserire nei SIT (Sistemi Informativi Territoriali), per progettare città e spazi urbani che rispondano effettivamente alle esigenze dei cittadini che usano quegli stessi spazi.

La digitalizzazione, l’utilizzo dei dati, l’introduzione di AI nei processi sono di fatto la prossima emergenza da affrontare. Il nostro paese sconta un ritardo cronico nella diffusione della cultura e degli strumenti digitali. La pandemia e l’isolamento obbligatorio hanno reso drammaticamente evidente quanto questo ritardo possa generare discriminazione, emarginazione e fragilità nel rapporto fra governo, poteri politici, amministrazione della sicurezza, della sanità e cittadini. L’agenda digitale italiana è completamente superata dagli eventi. Mentre nel mondo si ragiona di sanità a distanza, di automazione delle cure, di monitoraggio permanente delle condizioni di salute individuali, di self testing e di AI in supporto alle condizioni più generiche, in Italia facciamo ancora fatica a digitalizzare la pubblica amministrazione e a semplificare le procedure più banali. Questa è la nostra prossima emergenza. Una connessione che consenta l’accesso all’e-commerce o alla pay tv non è più sufficiente; serve un network ad alta prestazione che collochi l’Italia allo stesso livello del resto dell’Europa.

E proprio l’Europa dovrebbe farsi promotrice di una standardizzazione – come ha fatto nella creazione di uno standard riconosciuto internazionalmente per la qualità e tutela della propria filiera di produzione alimentare – per la digitalizzazione del territorio, la condivisione dei dati, la creazione di intelligenze condivise e di strumenti avanzati per la tutela del bene comune.

Tornando all’elefante nella stanza: adesso si sta ergendo in tutta la sua grandezza. Se c’è qualcosa su cui il covid-19 ci costringe a riflettere è che la formula “ad emergenza-risposta” non è più sostenibile, dobbiamo andare oltre il comune e acquisito senso del progetto e dobbiamo imparare ad aggiornare costantemente la nostra percezione del rischio, imparando a progettare in modo complesso, interdisciplinare e collaborativo, includendo lo stato limite nel paradigma.

Abbiamo imparato che la Città è un soggetto collettivo ed è tale perché è capace di un pensiero e un sentire comune. Abbiamo tutti sentito in questi giorni, e forse per alcuni giovanissimi è stata la prima volta, quanto sentirsi “noi Cittadini” abbia legittima esistenza e reali responsabilità verso una comunità fatta di legami virtuali e virtuosi, capace nella loro unità di resistere e superare qualsiasi condizione e, soprattutto, di ripensare il proprio futuro.

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