martedì, 22 Giugno 2021

Com’è grande la città – parte 2

Da non perdere

Luigi Santoro
Dopo la laurea in Filosofia (anzi, Scienze Filosofiche!) alla Federico II di Napoli si è messo a studiare il tedesco, cosa che l’ha spinto oltre il baratro della follia, sul cui ciglio vagava dopo aver scritto una tesi su Adorno. Invece di proseguire con la carriera dell’insegnamento ha deciso di voler avere a che fare con il mondo aziendale; ora non lavora in azienda. Scrive molto, vorrebbe leggere di più.

«Vento d’estate / io vado al mare e voi che fate?», chiedeva Gazzè nel 1998. A questa domanda, adesso, possiamo accennare una timida e sussurrata risposta. Meno incertezza, più fiducia nel futuro (grazie, vaccini!) rispetto ad un anno fa, quando l’incubo era ancora vivido. Mi chiedo se assisteremo ad una fuga dalle grandi città o se anche la voglia di spostarsi degli italiani ripartirà con un po’ più di fatica.

Old-fashioned e avanguardia

Si parla già, ad ogni modo, di tornare a vedersi senza necessità di uno schermo. A dir la verità, tra riaperture ed aperitivi sono in molti ad essersi già visti spegnendo alla fine lo schermo dei pc; eppure, mi chiedo, dobbiamo davvero così in fretta abbandonare le nuove abitudini che siamo stati costretti ad adottare durante i periodi di necessaria clausura? «Che stai a fare in campagna? / Se tu vuoi farti una vita / devi venire in città». Sempre Gaber, sempre con un filo di ironia – però leggiamo queste parole alla luce degli avvenimenti dell’ultimo anno. Due nuove abitudini, tra le altre, sono nate – si sono imposte –, abitudini che un tempo sarebbero state considerate alla stregua di Spazio 1999. Mi riferisco, innanzitutto, alla DAD (acronimo che, personalmente, trovo orribile) e poi al non troppo distante mondo dei Webinar.

Ora, il concetto di DAD in sé non è da buttar via se riferito all’Università e oltre (post-laurea, master). Insomma, invece di costringere migliaia di studenti a far da pendolari o a spendere uno sproposito per vivere da fuori sede, non sarebbe meglio trasmettere comunque la lezione su apposite piattaforme? Per non parlare delle decine di seminari – e questa è la seconda abitudine – (la cui evoluzione è il webinar) ho potuto seguire stando a casa. I webinar non sono figli stretti del Covid, nel senso che già esistevano, ma si sono moltiplicati a macchia d’olio a causa delle nuove esigenze dettate dalla pandemia.
Sì, senza dubbio possono essere osservazioni banali e certo non si tratta di soluzioni – quelle della DAD e dei webinar – da accettare in maniera acritica. Quello che semplicemente va notato è che la vita d.C. (dove la C sta per Covid) non può essere “quella di prima” ma non può nemmeno svolgersi dietro ad uno schermo.

Un nuovo “stile di vita” che dovrà essere un mix tra vecchio e nuovo; la via non è tornare ad aggrapparsi ad un mondo a.C. (la C sta di nuovo per Covid) perché il passato sembra sempre meglio del presente ma accettare una nuova realtà che viaggerà su rotaie i cui binari, paralleli, sono il mondo online e quello offline. Abbiamo abbastanza sensibilità da capire che la paura di ciò che è nuovo (che poi ha un nome, si chiama neofobia) è sì frutto dell’istinto di autoconservazione ma rallenta processi che in realtà sono inevitabili. Certo, davanti a grossi cambiamenti c’è sempre un po’ di timore ma oggi, epoca in cui il nuovo diventa quasi subito vecchio e corriamo dietro a tendenze e trend momentanei, avere paura delle novità si traduce in avere paura di vivere.

Disruptive Covid

Le evoluzioni, normalmente, richiedono ben più di un anno per mostrare i propri effetti – a meno che non venga forzato l’adattamento, cosa che è accaduta con il Covid. La vita evoluta d.C., allora, è una vita che deve tenere conto delle abitudini derivate dal brave new world digitale . Del resto, che inventiamo a fare nuove tecnologie (prima era il 4D, ora è il 5G, domani?) se non per migliorare e in qualche modo semplificare la vita? Chiariamoci, nessuno nell’era a.C. si sarebbe sognato di fare un aperitivo al computer. Ma adesso la città è di nuovo a disposizione e, come tutto, non può non risentire degli effetti del Covid. Dalla app che consentiva di prenotare l’ingresso nel supermercato alla discussa Immuni, il virus ha influenzato anche l’asettico mondo online, refrattario a tutte le malattie dell’uomo.

La città e la vita d.C. saranno – sono – smart e connesse e rappresentano il contesto in cui tutti quanti vivremo ed interagiremo e che diversi fattori, come la “nascita” del web prima e la pandemia Covid ora hanno attualizzato. La pandemia ha avuto, – l’abbiamo detto – un effetto disruptive, nel senso che è andata a rompere uno schema (probabilmente già fragile di suo) a cui eravamo abituati, per non dire assuefatti. Ci ha costretti ad un adattamento quasi lampo per sopravvivere, noi che siamo animali sociali. Certo non sarà semplice ma anelare un ritorno al passato ci impedisce di vivere il presente e, quindi, il futuro stesso che ci attende domani.

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