martedì, 22 Giugno 2021

Com’è bella la città – parte 1

Da non perdere

Luigi Santoro
Dopo la laurea in Filosofia (anzi, Scienze Filosofiche!) alla Federico II di Napoli si è messo a studiare il tedesco, cosa che l’ha spinto oltre il baratro della follia, sul cui ciglio vagava dopo aver scritto una tesi su Adorno. Invece di proseguire con la carriera dell’insegnamento ha deciso di voler avere a che fare con il mondo aziendale; ora non lavora in azienda. Scrive molto, vorrebbe leggere di più.

«Com’è bella la città
Com’è grande la città
Com’è viva la città
Com’è allegra la città»

(G. Gaber)

Quando Gaber pubblicava nel ’69 “Com’è bella la città”, aveva in mente due cose: il boom economico degli anni ’50 in Italia e la successiva corsa alla città, il cui modello di vita «con le réclames sempre più grandi/coi magazzini le scale mobili/coi grattacieli sempre più alti/
e tante macchine sempre di più
» costituiva un’irrinunciabile occasione per cambiar vita.

Le intenzioni del Signor G erano di descrivere in maniera sarcastica questo modello consumistico proposto dalla città, un modello frenetico, un modello fatto di «tanta gente che lavora/tanta gente che produce» che, tutto sommato, rappresentava un falso mito, pieno di «frigo e di televisioni a colori» (come ebbe modo di dire Paolo Villaggio, che con Fantozzi denuncia proprio questo tipo di mito) che sembra il paradiso ma è, secondo questo tipo di narrazione, l’esatto opposto.

Ora, potremmo stare a discutere una vita su se avessero (o abbiano avuto, alla fine) ragione Villaggio e Gaber sulla città, sull’inurbamento sfrenato e sul fatto che, in fin dei conti e semplificando all’osso l’argomento, vivere in grandi città offre tutta una serie di vantaggi che altrove mancano. Per fare un esempio banale – che poi ogni esempio è “banale” ma, caso strano, è sempre anche emblematico – io, nato e vissuto a Napoli durante gli anni della mia formazione, ho sempre avuto liceo ed Università a me vicini. Ma quanti erano e quanti sono i fuorisede costretti ad affittare per poter seguire le lezioni? E quanti sono gli studenti che lavorano e che le lezioni non possono proprio seguirle? Ad ogni modo, con i se e con i ma non si è mai fatta la storia; piuttosto che discutere di una visione catastrofica della città andiamo a guardare le cose da un altro punto di vista. Forse la città di Gaber e Villaggio non era pronta a rispondere alle esigenze della popolazione, alle esigenze dei suoi abitanti. Ma, adesso – complice anche lo shock della pandemia – la città è chiamata ad adempiere al proprio ruolo di culla della digitalità. Un’evoluzione, se vogliamo, che è da considerarsi naturale anche se accelerata dagli avvenimenti recenti.

Le App, gli oracoli di oggi (e noi, loro profeti)

Delfi, dove aveva sede l’Oracolo più importante della Grecia Antica, non profetizzavadecideva della vita delle persone. Secondo Aristotele, dietro la morte di Filippo II di Macedonia c’era un sacerdote che vedeva male l’influenza del sovrano macedone sui santuari, che decidevano appunto delle sorti del mondo greco.

Al giorno d’oggi la previsione non è appannaggio di maghi ed indovini ma è tutta una questione di tecnologia, di macchine capaci di anticipare bisogni e desideri che abbiamo in quanto esseri umani. Ognuno di noi ha, in quest’epoca, due identità: quella costituita da noi che ci muoviamo, che prendiamo la metro, che entriamo in auto, che andiamo a lavorare o a studiare, insomma da noi che siamo innanzitutto esseri fisici, fatti di carne e sangue. E poi ci siamo noi che siamo fatti di dati, di numeri, di post su Facebook e di storie su Instagram. E entrambi i nostri io – quello fisico e quello digitale – interagiscono con gli altri ma soprattutto con le cose, le strutture, della città. Il dato, che è la linfa vitale della società di oggi, non è un astruso e complesso algoritmo scritto in una lingua incomprensibile; è la registrazione digitale dei nostri comportamenti giornalieri. Avete presente il film Tron: Legacy? Il disco dati al cui interno è incisa la “vita” di chi lo porta? Una cosa simile, solo meno spettacolare.

Quando vado in ufficio prendo due bus ed utilizzo un’app che mi dice quali bus prendere, quando questi bus passano, quanto presumibilmente durerà il viaggio, a quale fermata debbo scendere. Dopo aver inserito punto di partenza e destinazione, l’app ha cominciato a propormi in automatico soluzioni e consigli di viaggio ogni volta che la apro sul mio smartphone. E i navigatori?

Ugualmente, voglio ordinare un panino per pranzo, un’altra app mi suggerisce i ristoranti che fanno i panini più buoni – secondo le valutazioni di altri utenti, ossia secondo comportamenti registrati – e mi chiede se, in base ai miei gusti (aka panini che ho già ordinato) voglio questa o quella salsa, questo o quel contorno. Ora, queste app non decidono della nostra vita come faceva Delfi nell’antichità; siamo noi che ci serviamo della tecnologia per soddisfare i nostri bisogni. Ma una certa capacità predittiva, passatemi il termine, va riconosciuta. Insomma, ho fame, ho voglia di mangiare sushi, apro l’app e questa mi dice che a 300 metri c’è un ristorante giapponese che mi consegna a casa quello che voglio. E come lo sapeva?

Proprio perché ci sembra banale sottolineare cosa sia l’app oggi per noi – che, forse, è paragonabile ai primi strumenti creati dall’uomo all’alba della civiltà – è evidente che sia entrata a far parte del nostro rapporto con la vita, legandovisi a doppio filo. Meglio, è evidente come i nostri comportamenti si traducano in una serie di dati che vanno a comporre la città digitale in cui si muovono gli altri noi stessi, quelli fatti di like, condivisioni, storie e post. E allora, perché aver paura di una città che sta al nostro servizio, pronta a soddisfare anche quei bisogni che non crediamo di avere?

- Advertisement -spot_img

Talk For

F&NEWS