sabato, 27 Novembre 2021

Cina: qual è il futuro del Dragone?

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Luigi Santoro
Dopo la laurea in Filosofia (anzi, Scienze Filosofiche!) alla Federico II di Napoli si è messo a studiare il tedesco, cosa che l’ha spinto oltre il baratro della follia, sul cui ciglio vagava dopo aver scritto una tesi su Adorno. Invece di proseguire con la carriera dell’insegnamento ha deciso di voler avere a che fare con il mondo aziendale; ora non lavora in azienda. Scrive molto, vorrebbe leggere di più.

«[…] furioso, allora, si gonfiò il fiume e salì
eccitò e intorbidò tutte le onde, spinse i cadaveri
innumerevoli, che erano a mucchi fra l’onde, uccisi da Achille […]
Terribile intorno ad Achille si levò un torbido flutto
e la corrente spingeva […]»
(Iliade, Libro XXI)

Mentre Achille fa mattanza di nemici, il fiume Scamandro decide di averne avuto abbastanza e si scaglia contro il più forte tra i mortali, tentando di fermare la carneficina. Saranno poi gli dèi a venire in soccorso al Pelide, salvandolo dalla furia del fiume che nemmeno lui avrebbe potuto combattere.

Insomma anche l’eroe della guerra di Troia dovette piegarsi dinnanzi all’irresistibile furia della natura, personificata, nell’opera epica, dallo Scamandro.

Achille ha fallito, la Cina no

A proposito di fiumi, in Cina è stata inaugurata il 28 giugno la diga di Baihetan, la seconda più grande del mondo in termini di capacità di generazione – la prima è quella delle Tre Gole, sempre made in China – che sarà in grado di fornire energia elettrica a circa mezzo milione di persone per un anno intero. La diga sorge sul fiume Jinsha.
La produzione di elettricità è già cominciata, sebbene l’impianto sia parzialmente operativo e, entro luglio 2022, sarà funzionante al 100%. Costata oltre sei miliardi di dollari, arriverà a generare 64 mila megawatt grazie a 16 turbine. La costruzione è cominciata “appena” quattro anni fa, nel 2017.

Pechino ha affermato “a sorpresa”, nel settembre 2020, di aver posto il 2060 come termine entro il quale raggiungere l’obiettivo della carbon neutrality. Il Dragone, che attualmente è responsabile da solo del 28% delle emissioni di CO2 globali, ha approvato a inizio 2021 il XIV piano quinquennale che segnerà il futuro della Cina nel medio e nel lungo periodo. Ora, che un gigante come la superpotenza asiatica sia attivamente impegnato nel raggiungimento di obiettivi concreti non può che dar fiducia; c’è però una questione cui è il caso di accennare.

A necessary evil?

In termini di produzione di carbone, la Cina ha prodotto – facciamo riferimento al primo trimestre 2021 – circa 970 milioni di tonnellate ma è stato il 2020, quanto le tonnellate sono state 3.84 miliardi, a rappresentare un anno record in tal senso. Non finisce qui: il picco massimo di produzione è previsto per il 2030 (altro anno fondamentale per quanto riguarda gli obiettivi per il clima europei). Nel settore Coal Mining & Dressing sono impegnate, nella sola Cina, circa due milioni e mezzo di persone – dato che ci porta a riflettere su quanto sia importante, in termini di occupazione, il carbone. Nel suddetto piano quinquennale, per altro, non si fa riferimento alla cessazione di costruzione di centrali a carbone (anche se ci si impegna a ridurre intensità energetica e del carbone rispettivamente del 13.5% e del 18%); oltre all’idroelettrico, la Cina punta forte anche su gas e nucleare – i fedeli lettori sapranno che quest’ultimo rappresenta una soluzione da non sottovalutare in termini di energia.

Ci sono anche altre questioni da considerare e che riguardano proprio l’ambiente: già il progetto della diga delle Tre Gole ha costretto allo spostamento circa 1.4 milioni di persone (in aumento) in quanto sono stati sommersi 140 paesi, 13 città ed oltre un migliaio di villaggi – senza parlare dei danni a siti di interesse archeologico. Problemi analoghi si sono presentati con la diga di Baihetan. Lasciando perdere semplificazioni manichee tanto articolate quanto inutili, l’unica osservazione sensata da fare è che tutto ha due lati, due aspetti di cui tener conto; guardarne solo uno serve a poco ed è anzi del tutto controproducente. L’esempio cinese è macroscopico, ma in generale l’impatto ambientale alla ricerca di nuove fonti energetiche – si pensi ai biocarburanti e alle conseguenze sull’agricoltura – è sempre una variabile di cui tenere conto. Sembra paradossale, certo: per ridurre la dipendenza dal carbone, una delle principali fondi di inquinamento, si vira su progetti che hanno un altro tipo di impatto sull’ambiente, spesso rilevante (in negativo).

Inutile aspettare la soluzione perfetta

Ho parlato di paradossi ma, in realtà, non ce ne sono. Non esiste la soluzione, né tantomeno una strada che riuscirà a condurci agli obiettivi posti senza conseguenze di sorta. Verrebbe da chiedersi se il mondo riuscirà mai fare a meno del carbone, certo; così come ci si potrebbe interrogare su quali tecnologie potremmo scoprire in futuro, o quali usi innovativi di tecnologie già esistenti. Ma son tutte domande a cui, ad ora, è molto complicato dare risposta. Pur non aprendosi davanti a noi sentieri sicuri, di una cosa possiamo star certi: a differenza di Achille, che poteva contare sull’aiuto divino, l’umanità potrà contare esclusivamente sulle proprie forze per raggiungere gli obiettivi previsti. Immobilismo ed esitazioni sono, in questo caso, nemici da cui guardarsi.

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