mercoledì, 04 Agosto 2021

Un DDL al Vaticano

Da non perdere

Luigi Santoro
Dopo la laurea in Filosofia (anzi, Scienze Filosofiche!) alla Federico II di Napoli si è messo a studiare il tedesco, cosa che l’ha spinto oltre il baratro della follia, sul cui ciglio vagava dopo aver scritto una tesi su Adorno. Invece di proseguire con la carriera dell’insegnamento ha deciso di voler avere a che fare con il mondo aziendale; ora non lavora in azienda. Scrive molto, vorrebbe leggere di più.

Non so se questa sarà l’estate più calda degli ultimi anni, però gli oltre 30 gradi qui a Roma (32, ad essere precisi) valgono più di mille previsioni. Per questo avevo deciso di cominciare la giornata in maniera tranquilla, aprendo Facebook e scorrendone la home quando, all’improvviso, leggo il titolo di un articolo condiviso da un mio contatto che, in grassetto, riporta nella stessa frase le parole “chiesa” e “DDL Zan”. Sudo freddo e non ci sono gradi che tengano.

Calma, mi dico, la CEI già ha espresso (atto quasi dovuto) i propri dubbi sul DDL Zan, cosa può essere successo? E quindi, prendendo il coraggio a due mani, apro l’articolo. Secondo diverse fonti (Sole24Ore, Open, il Post, il Corriere della Sera) lo scorso 17 giugno monsignor Gallagher, praticamente il Ministro degli Esteri Vaticano, avrebbe consegnato una “nota non verbale”, in terza persona e non firmata, all’ambasciata italiana nella Santa Sede. Tale nota, secondo le fonti, riporterebbe le preoccupazioni della Santa Sede relative al DDL Zan in riferimento a due commi dell’articolo 2 dell’accordo di revisione del Concordato, che regola dall’84 i rapporti tra Stato e Chiesa. 

Libertà limitata? Non si direbbe

Per farvela breve, si teme che siano minacciate la “libertà di organizzazione” e la libertà di “manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”, garantite alla Chiesa dal suddetto Concordato. Ora, io non sono un esperto legislatore, né sono competente in materia di diritto ecclesiastico; però ho imparato a leggere un po’ di tempo fa e nel DDL Zan viene esplicitamente garantita e difesa la libertà di espressione, purché non concorra a «determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti». Nessun parroco, in sostanza, verrà penalmente perseguito per aver detto che le coppie omosessuali sono contro natura (Barrafranca vi dice qualcosa?) e tutti potranno tranquillamente esprimere il proprio pensiero sull’argomento – presente la Costituzione, che all’articolo 21 garantisce la libertà di espressione? Il problema qual è, allora? Quello della libertà di organizzazione? Le scuole private cattoliche non vogliono sentirsi in dovere di partecipare alla Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia e la transfobia? 

Tralasciando il fatto che sono abbastanza convinto, nella mia ingenuità, che un’istituzione fondata sulla religione come la Chiesa dovrebbe far dell’inclusione uno dei suoi pilastri fondamentali, il “problema” richiedeva una nota formale, di cui non si ha memoria da quando son stati regolati i rapporti tra Stato e Chiesa?

In merito all’avvenimento in sé, dobbiamo attendere necessariamente sviluppi. Sui timori che agitano le notti vaticane, d’altra parte, ho difficoltà nel formulare un’opinione certa. Insomma, pure il Papa si è espresso in tempi recenti a favore delle unioni civili, ribadendo il diritto da parte delle coppie omosessuali di formare una famiglia (ne parlò tra gli altri la Repubblica). La questione, mi viene da pensare, è di principio: la Chiesa vuole garantita la libertà di non partecipare alla Giornata nazionale suddetta? Si tratta di un braccio di ferro, di una presa di posizione, di un voler avere la sensazione di poter influenzare in qualche modo la politica italiana?

La Chiesa dell’inclusione (magari)

Recentemente ho cominciato The Crown, la serie Netflix sulle vicende di Elisabetta II e del compianto Duca di Edimburgo. Una delle questioni sollevate dalla serie riguarda la necessità, detta in termini molto semplici, di svecchiare un’istituzione quale la Corona inglese, evitando che Buckingham Palace continui a vivere in un secolo passato, incapace di stare al passo con i tempi. Ora, certo non è questa la sede per addentrarsi in una complicata analisi sui rapporti tra Stato e Chiesa e la questione, quando c’è di mezzo la religione, è sempre molto complessa, impossibile da risolvere con un “bisogna tenere il passo con il cambiamento”. E infatti non c’è qui la volontà di proporre alcunché. Eppure, mi domando: la Chiesa, che si fonda sulla fede e la religione, non dovrebbe esser sinonimo di inclusione? Non dovrebbe favorire e accogliere quegli avvenimenti che mirano ad abbattere le differenze tra persona e persona? 

Se le scuole cattoliche private si sentono in dovere di non aderire alla Giornata nazionale, che possiamo dire? Riconosciamo pure questa volontà e andiamo oltre.

L’inclusione e l’uguaglianza dovrebbero essere parole chiave in questa epoca di grandi cambiamenti. Lascia un po’ più tristi di prima pensare che l’istituzione che fa da faro per oltre un miliardo di cattolici nel mondo si appigli a quelli che definirei cavilli, davanti alla possibilità di fare un passo avanti verso la cessazione delle discriminazioni.

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