sabato, 27 Novembre 2021

Charney Report, il rapporto sul clima che avrebbe potuto cambiare le cose

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Francesca Santoro
Classe '95. Cultrice di linguistica generale, scrittrice in erba, lettrice appassionata. Ama i bei film e le serie tv, ma non più dei suoi gatti. Teinomane convinta.
Per saperne di più, ascolta qui la puntata del nostro FORcast dedicata al Charney Report

Sembra una corsa contro il tempo, anzi, contro l’anidride carbonica. Le deadline imposte dall’Unione Europea si fanno pressanti, e il 2035 non è mai sembrato così vicino. La Carbon Neutrality, invece, sempre più lontana. Potremmo fare di più? Fare meglio? Forse. Sicuramente, però, avremmo potuto fare prima. Precisamente, nel 1979.

Tutto ebbe inizio nel 1979, quando il Presidente degli Stati Uniti d’America era Jimmy Carter e di cambiamento climatico si parlava poco, pochissimo. L’EPA, l’Agenzia per la protezione dell’ambiente statunitense e il gruppo di scienziati indipendenti con numerosi premi Nobel, JASON, nell’anno precedente avevano lanciato i primi allarmi sugli effetti sul clima dell’incontrollata immissione nell’ambiente di anidride carbonica. Ai rapporti e ai dossier seguirono dei tour per informare media, cittadini, istituzioni, chiunque.  Tutti ignari dei pericoli. La Casa Bianca, dietro suggerimento del consigliere del Presidente Carter, il geofisico Frank Press, volle verificare se ciò che si diceva fosse vero. I ghiacci si stavano sciogliendo e la temperatura si stava alzando? Press, allora, affidò il compito di stilare un rapporto al meteorologo Charney. E il problema dell’anidride carbonica divenne anche una questione politica.

Il Charney Report, 1979

Charney era fra le personalità più prestigiose della meteorologia del secondo Dopoguerra. «[G]ran parte della trasformazione nella meteorologia da un’arte a una scienza è dovuta alla sua visione scientifica e al suo pieno impegno per le persone e i programmi in questo campo», scrivono di lui.[1] Nel curriculum vitae di Charney figurano UCLA, Princeton, MIT, e i suoi contributi per la meteorologia furono fra i maggiori del secolo. Lavorò al fianco del meteorologo Carl-Gustav Rossby e del matematico John von Neumann, ed è stato insignito di numerosi premi e riconoscimenti. Fra i suoi meriti si inserisce anche il rapporto dal titolo “Anidride carbonica e clima: una valutazione scientifica”, meglio noto come Charney Report.

Il Charney Report, senza le tecnologie e i modelli sofisticati di oggi, fece delle stime molto accurate sull’evoluzione climatica. «Stimiamo che, molto probabilmente, il riscaldamento globale, in seguito al raddoppio della CO2, sia di circa 3° con un probabile errore di ± 1,5 C°», dice il rapporto. Il rapporto correlò i livelli di CO2 nell’atmosfera con i cambiamenti climatici e le attività industriali. Stabiliva anche che lo sfruttamento del suolo e la combustione delle risorse fossili fossero la causa dell’aumento dell’anidride carbonica, con importanti conseguenze sul clima, destinate a peggiorare. L’uomo, dunque, con le sue azioni era considerato come responsabile dell’innalzamento delle temperature e dell’inquinamento dell’atmosfera. «Ora abbiamo la prova incontrovertibile che l’atmosfera stia effettivamente cambiando e che noi stessi contribuiamo a questo cambiamento», si legge nel rapporto. «Le concentrazioni nell’atmosfera di anidride carbonica sono in costante aumento, e questi cambiamenti sono collegati con l’utilizzo dei combustibili fossili e allo sfruttamento dei terreni da parte dell’uomo. Poiché l’anidride carbonica gioca un ruolo significativo nel bilancio termico dell’atmosfera, è ragionevole supporre che questo continuo aumento influisca sul clima».[2]

Il rapporto invitava ad agire subito perché, se si fosse aspettato troppo, il riscaldamento globale sarebbe stato per lo più irreversibile.

Cosa accadde dopo

In un primo momento, sembrò che il rapporto avesse sortito effetti significativi nell’agenda politica statunitense. Nel corso della presidenza ì Carter fu emanato l’Energy Security Act, che dava il via ad uno studio pluriennale, il Changing Climate, con il fine di osservare gli effetti sociali ed economici del cambiamento climatico. La Commissione nazionale per la qualità dell’aria organizzò degli incontri di discussione, ma non si raggiunse alcun accordo sulle azioni da intraprendere.

Tutto si fermò con la Presidenza Reagan, ma il Charney Report continuò a raccogliere consensi fra gli scienziati e i media iniziarono a parlare del rapporto. Nel 1983 uscì anche il Changing Climate commissionato da Carter, coerente con il Charney Report, ma i media decontestualizzarono diverse frasi e passò il messaggio che non c’era bisogno di allarmarsi troppo e che di tempo ce n’era in abbondanza per agire.

Il rapporto fu messo da parte, per convenienza e comodità, e nessuno ne parlò più. Le sue previsioni si sono rivelate, però, veritiere, e oggi il Charney Report è considerato fra le prime valutazioni scientifiche sul riscaldamento globale.

Il rapporto dell’Onu, 2021

Nel rapporto 2021 dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) dell’ONU si afferma che il riscaldamento globale è dovuto “inequivocabilmente” alle attività umane; le attività umane hanno provocato un aumento medio delle temperature globali di 1,1°C rispetto al periodo precedente alla rivoluzione industriale. Fra le conseguenze del riscaldamento globale si annoverano danni agli ecosistemi ed eventi meteorologici particolarmente catastrofici. E la situazione non può che peggiorare.

Siamo ancora in tempo, dice l’ONU, per limitare i danni ed evitare un ulteriore aumento delle temperature, ma lo sforzo dev’essere enorme e le misure tempestive. Dal Charney Report sono passati più di quarant’anni, e di tempo non ce n’è quasi più.


[1] Traduzione a cura dell’autrice.

[2] Traduzione a cura dell’autrice.

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