martedì, 22 Giugno 2021

Brexit e campagna vaccinale: c’è effettivamente un legame?

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Manuela Scognamiglio
Napoletana doc, vive a Milano e lavora nell'ambito del Digital Engagement e Intrattenimento. È appassionata di lingue e comunicazione. Apprezza le sfide, il coinvolgimento internazionale e la conoscenza, così come il confronto con le persone. Crede nella condivisione delle esperienze, nella creazione di opportunità e nel cambiamento.

Luigi Ippolito, nel suo articolo “Covid e Brexit, lo slancio (e le paure) di Londra” per il Corriere della Sera di questo sabato, ha scritto che la campagna vaccinale del Regno Unito è stata un successo grazie alla sua uscita dall’Unione Europea.
Da Europeista convinta, ho vissuto la Brexit come una grande sconfitta per il Regno Unito e sicuramente un’importante perdita per l’Unione, che mai come ora deve mostrarsi costruttrice e aggregatrice, invece di perdere pezzi per strada. Ma questa è una storia complessa, su cui hanno già scritto in molti.

Sul tema specifico della campagna vaccinale, invece, credo che potremmo convenire tutti se proviamo a modificare il rapporto di causa-effetto che illustra Ippolito. I Britannici, infatti, non hanno avuto successo con la campagna vaccinale perché sono usciti dall’Unione Europea. Hanno probabilmente avuto successo (e fortuna) con la campagna vaccinale per la loro cultura liberal, la stessa che ne ha causato l’uscita dall’Unione Europea, perché ben diversa e (forse) troppo lontana dalla propria: la prima tollerante, permissiva, pragmatica; la seconda fondata sul rigoroso rispetto di regole spesso invasive, magari non sempre rispettate (soprattutto dagli Stati del sud), ma comunque articolate e dettagliate.

Questa differenza ha caratterizzato in modo inequivocabile anche la gestione della campagna vaccinale.

Una campagna vaccinale liberal

Ripercorriamo i fatti degli ultimi 7 mesi: l’autorità del farmaco inglese ha autorizzato con riserva l’uso dei vaccini già dai primi di dicembre. Ciò significa che ha deciso di dare il via libera alla somministrazione, pur non avendo ultimato le verifiche empiriche su un numero consistente di pazienti campione, ritenendo che gli eventuali rischi di una partenza anticipata della campagna vaccinale avrebbero causato un danno minore rispetto ad un mese ulteriore di contagio Covid.

Questa logica del “danno minore” non appartiene alla “cultura delle regole” dell’Europa continentale, di cui l’Italia peraltro è la massima espressione. I fatti parlano chiarissimo: malgrado un’autorizzazione certificata da ulteriori settimane di approfondimenti da parte dell’Ema, alla partenza della campagna vaccinale (fine dicembre 2020), solo il 34% degli Italiani dichiarava di essere disponibile a vaccinarsi immediatamente e senza esitazioni (sondaggio Emg-Different/Adnkronos) e solo il 44% dei francesi di volersi addirittura sottoporre all’immunizzazione (sondaggio Le Journal du Dimanche). Per non parlare del dibattito che si è sviluppato nelle settimane seguenti (che continua, in parte, ancora oggi), tutto incentrato sulle possibili controindicazioni dei vari vaccini. Credo che, come mai prima d’ora, l’opinione pubblica europea sia stata così edotta sui nomi di laboratori scientifici e case farmaceutiche: Pfizer, AstraZeneca e Moderna sono diventati nomi più noti dei campioni dello sport o degli attori vincitori di Oscar.

Nei mesi successivi, grazie anche ad una intensissima campagna di informazione, le percentuali sono cresciute, anche se gli stop and go sull’uso dei vari vaccini hanno caratterizzato tutti i primi mesi di erogazione; ma proviamo ad immaginare cosa sarebbe successo se si fosse seguito un indirizzo diverso, come quello dell’approvazione con riserva adottato dalle autorità britanniche.

Il Regno Dis-Unito

La lezione che ne deriva, riproducibile anche su larga scala (se consideriamo Russia, Cina, Stati Uniti, Sud America), è che ogni paese ha gestito l’emergenza in linea fedele con la propria cultura e le proprie tradizioni; non si può dire che qualcuno abbia avuto risultati migliori di altri: gli stessi inglesi, di cui abbiamo lodato, giustamente, l’efficacia della campagna vaccinale, hanno conosciuto una fase drammatica quando nei primi mesi del 2020 avevano pensato di poter fare a meno di qualsiasi misura restrittiva.

D’altra parte, il Regno Unito sta inevitabilmente andando verso un isolamento progressivo, che contribuirà alla sua definitiva marginalizzazione dal novero dei grandi Paesi più influenti nella comunità internazionale.
L’isolamento sanitario, al fine di proteggere il paese dall’ingresso di varianti, sta aggravando la deriva post-Brexit: entrare e uscire dal paese è diventato problematico, dunque, per più di un motivo. Evidentissimo infatti anche l’isolamento economico, che vede un Paese di servizi perdere mano d’opera, l’università perdere studenti, la moneta perdere valore.

Il risultato complessivo è un desolante isolamento politico, che debilita il Regno Unito come interlocutore globale e che rischia di far perdere pezzi come la Scozia, la quale ha già avvisato il governo britannico che il referendum sulla sua indipendenza è una “questione di quando e non di se”.
Chi fa da sé non fa più per tre, non nel 2021, in un mondo globalizzato come il nostro.

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