mercoledì, 04 Agosto 2021

Blockchain democracy? Il voto via smartphone

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Antonio Somma
Laureato in fisica all'Università Federico II, diplomato in pianoforte e in composizione al Conservatorio di Napoli, sua prima e ultima città, scrive poca musica, suona un po' di più, studia di tutto da sempre. Orgoglioso esponente della generazione Erasmus, dal 2020 dottorando in acustica musicale e musicologia alla Sorbona di Parigi.

Il voto su Blockchain: con questo solo e unico residuo obiettivo, Davide Casaleggio si congedava dalla politica, il 7 giugno scorso. Dopo la resa a Giuseppe Conte sulla battaglia dei dati di Rousseau, l’ex-socio del Movimento 5 Stelle rilanciava, col suo canto del cigno, uno dei temi più longevi – e più scherniti – della Casaleggio Associati. Pur essendo questa intervista recriminatoria passata tutto sommato sotto silenzio, com’è anche naturale che sia, prendere sul serio il proposito di dematerializzare l’espressione della volontà popolare può rivelarsi un gioco intellettuale interessante. Quello del voto su Blockchain, d’altro canto, non è affatto un tema banale, ma si confonde in quel calderone indistinto del “voto online”, cucinato dal flusso pasticcione dell’informazione italiana, su cui opposte fazioni si sono punzecchiate anno dopo anno a suon di derisioni e risatine. Per capire le parole e i presunti propositi di Davide Casaleggio, c’è bisogno quindi di un po’ di contesto.

Il voto online, o della disfatta della casta

A chi se lo ricorderà, a parlare di voto sulla Rete in Italia sembrerà di sentire risuonare le parole di quello strambo video in inglese del 2008, in cui una novella Cassandra profetizzava il dipanarsi, nel giro di qualche decennio, di un nuovo Ordine Mondiale:

«2054: prime elezioni mondiali sulla Rete. Un Governo Mondiale, chiamato Gaia, viene eletto. Tutte le organizzazioni segrete sono bandite. Ogni essere umano può diventare presidente e controllare le azioni del Governo attraverso la Rete. In Gaia partiti, politica, ideologie, religioni svaniscono».

Pur non rispecchiando «in alcun modo le intenzioni o la volontà nè [sic!] di Casaleggio, nè [sic!] del Movimento» (come si legge nella descrizione del video su YouTube), è ancora possibile ritrovare questo notevole reperto sul sito della Casaleggio Associati, nella rubrica “Pensiero digitale”. Per inciso: la rubrica “Ricerche”, dal canto suo, non contiene alcun progetto su politica, né su Blockchain, se non quanto a consulenze per l’innovazione digitale delle imprese. Nulla del genere è reperibile neppure sul sito dell’Associazione Rousseau. Fingiamo però per un attimo che qualcuno alla Casaleggio Associati si stia seriamente occupando di quello che Blockchain può offrire per trasformare i meccanismi della decisione politica.

Inciso: per chi ancora non sapesse cos’è Blockchain, molto probabilmente non ha letto nemmeno il primo dei tre articoli su FOR dedicati a Bitcoin. A volerlo spiegare in breve, Blockchain è un protocollo informatico che permette la costruzione di registri decentralizzati, fatti per restare immutabili. Ogni nuova voce del registro, elaborata da uno dei terminali della blockchain (i “nodi”), viene in seguito verificata da tutti gli altri nodi e approvata per consenso. Blockchain è il modo in cui Internet ha reso possibile una nuova forma di ratifica di accordi tra agenti, che non richiede di riporre la propria fiducia in un terzo ed è immune da furti, poiché è distribuito su tutti i suoi nodi. Teorizzato nel 2008 per far funzionare Bitcoin, Blockchain ha poi raccolto, per i vantaggi che offre su archiviazione e trasmissione dei dati tradizionali, l’interesse crescente dei più svariati settori.

Come Blockchain cambia la democrazia

Il progetto di Casaleggio, se declinato nella sostanza del famoso video sibillino, avrebbe probabilmente per chiodo fisso la demolizione di qualsiasi tipo di intermediario tra la volontà dell’individuo e le decisioni della comunità. Avrebbe cioè questa forma:

Il votante si iscrive alla piattaforma elettorale, autenticandosi con un documento d’identità. Quando arriva il momento di esprimersi, il suo voto viene da lui attribuito al candidato che ritiene. Il voto è registrato sulla blockchain e validato in via anonima. Il votante avrà sempre fra le mani il proprio voto, avendo persino, se la legge lo consente, la possibilità di cambiare idea. Egli possiederebbe infatti una chiave crittografica che gli permetterebbe di rintracciare il voto espresso, constatando in qualsiasi momento che esso è stato correttamente conteggiato.

I vantaggi di questo approccio sono tanti. L’assenza della macchina elettorale, che parte con i seggi elettorali e finisce con lo spoglio e la collezione dei voti da parte di amministrazioni e Ministeri, renderebbe le elezioni non solo esenti da errori e omissioni, ma anche incredibilmente poco costose. Ancora, la cabina elettorale a portata di smartphone vincerebbe ogni pulsione all’astensionismo, e la possibilità di visionare in ogni momento il proprio voto aumenterebbe la fiducia nell’esattezza del processo. Infine, per quel che riguarda i voti conteggiati, essendo decentralizzati lo Stato non ne avrebbe pieno controllo, e così il rischio di falsificazione da parte di Governi autarchici sarebbe scongiurato. Questi sono solo alcuni degli innumerevoli vantaggi che vengono enumerati da chi crede che il futuro della democrazia sia su Blockchain.

La democrazia è compatibile con Blockchain?

Le cose non sono però così semplici. Negli anni, più voci autorevoli si sono alzate contro la fattibilità di un progetto del genere. Tra gli altri, Yoan Hermstrüwer, ricercatore in Legge presso il Max Planck Institute di Bonn, che in un recente rapporto per la Stanford University esamina una per una le incompatibilità costituzionali del voto su Blockchain. Il pregiudizio per il quale il voto su carta sarebbe uno strumento del potere, di falsificazione o peggio di coercizione dell’elettore, si rivela in realtà piuttosto infondato. Quello corrente nelle democrazie contemporanee è, a ben vedere, il sistema elettorale più compatibile con i requisiti di base per un sistema elettorale inclusivo, egualitario e non coercitivo. «Il Costituente si sforza costantemente di realizzare procedure elettorali inclusive, che siano immuni da manipolazioni indebite e che riflettano le preferenze politiche dei votanti», riflette Hermstrüwer. Poi conclude: «la tecnologia blockchain non presenta adeguate assicurazioni per organizzare elezioni democratiche come si deve».

Tanto per cominciare, ogni dato registrato su Blockchain non è mai anonimo, ma solo pseudonimo. Da un lato, questo complica l’attribuzione del diritto al voto, che deve essere necessariamente nominale. Dall’altro, la mancanza di anonimato espone la libera scelta dell’elettore a rischi inaccettabili. Altro tasto dolente è la cabina elettorale che, nel voto fisico, ha il ruolo essenziale di garantire che l’elettore non sia osservato mentre esprime il proprio voto. Comprimere una cabina elettorale in uno smartphone riduce paradossalmente le garanzie dell’elettore e può incoraggiare il baratto o la vendita del proprio voto.

Blockchain, poi, non è infallibile. Non è possibile impedire a priori che uno Stato, o un’organizzazione sufficientemente potente, riesca a risolvere la maggioranza delle transazioni sulla blockchain elettorale, accentrando di fatto su di sé lo spoglio dei voti e potenzialmente falsificandolo (attacco del 51%). Infine, se il potere di risolvere le transazioni viene attribuito in base a quello computazionale (la cosiddetta “Proof-of-Work”), allora la coscienza ecologica dell’elettore – che verosimilmente ha letto la nostra rubrica su Bitcoin, compreso l’ultimo numero – ne risentirebbe, e l’intero processo sarebbe screditato. Senza contare che chi avrebbe il potere di validare le transizioni, poiché in possesso del potere computazionale necessario, potrebbe in qualche misura diventare “più uguale degli altri”. Direte voi: una casta.

Blockchain nell’amministrazione è una realtà

Dobbiamo dire addio a Blockchain come strumento democratico? Non proprio. In più di un caso, l’uso di Blockchain per la gestione di una votazione è già realtà. Essa riguarda però solo una parte del processo. Così, se l’elettore continua a esprimersi in cabina elettorale, con foglio e matita, lo spoglio dei voti online può d’altro canto diventare enormemente più efficiente e sicuro. Su tutti vale l’esempio dell’Indonesia, in cui le elezioni sono da sempre un rompicapo organizzativo, a causa dell’enorme popolazione, della complicatezza burocratica e delle scarse comunicazioni fra le oltre 17mila isole che la compongono. Nel 2019, 25 dei 193 milioni di voti, conteggiati in centomila seggi, sono stati trasmessi al Governo tramite un registro blockchain, con enorme risparmio di tempo e di denaro e con accresciute garanzie su sicurezza e immunità da errori. Un successo anche in termini politici, visto che gli enormi ritardi negli spogli causano spesso in quel paese tensioni, reciproche accuse di brogli e violenze.

L’Estonia si è spinta anche oltre. Il progetto e-Estonia, seguito a un grave attacco informatico da parte della Russia (come hanno dichiarato i vertici estoni), nel 2007, ne fa uno stato pioniere sulla pubblica amministrazione digitale. In questo enorme sforzo, la Blockchain ha un ruolo essenziale nel garantire efficienza e sicurezza nella trasmissione e nella conservazione dei dati. L’uso di Blockchain si spinge ben oltre la gestione di elezioni, fino alla sanità e all’identità dei cittadini. Dal 2015, Il complesso dei registri dell’amministrazione estone è sul cloud, ospitato nella prima “Ambasciata dei dati” al mondo (in Lussemburgo), il che lo preserva da eventuali attacchi.

Il miraggio italiano di una PA su Blockchain

E l’Italia a che punto è? Scarso, visto che di blockchain nella pubblica amministrazione ancora non si parla per niente. D’altro canto, l’Italia si colloca quartultima nella classifica DESI (Digital Economy and Society Index), che valuta lo stadio di digitalizzazione dei Paesi dell’Unione Europea.

Ma forse avvertiamo il vento del cambiamento soffiare nel Paese: alla voce “Riforme e Investimenti” del PNRR si legge (a pag. 71) la parola blockchain, in riferimento a uno dei «progetti per l’evoluzione del Sistema Nazionale di eProcurement». L’ultimo punto, infatti, recita: «“Status chain” per le attività di verifica e audit dei processi di e-Procurement attraverso l’uso della tecnologia blockchain». Per eProcurement si intende, genericamente, il processo di approvvigionamento elettronico, quindi l’ottenimento di beni o servizi tramite internet.
il fatto che Blockchain sia entrato nelle parole d’ordine del futuro digitale del nostro Paese dà la cifra dell’importanza che questa tecnologia può rivestire nell’immediato futuro: un appuntamento a cui, arrivati a questo punto, sarebbe imperdonabile mancare

Insomma, la verità è che non si può sapere cosa Casaleggio avrà voluto dire, parlando di “voto su Blockchain”. La nebbiosa proposta di un (per ora) dubbio sistema elettorale decentralizzato non sarebbe però la più proficua messa in pratica di questa tecnologia. Per quello, servirebbe non un profeta di nuove umanità ma una capillare sensibilità, tra dirigenti pubblici e amministratori, per la digitalizzazione. Ma il tempo si trascina le alterne fortune dei capi carismatici. Toccherà forse al prossimo, o a quello dopo, l’ingrato compito di mettere questa pulce nell’orecchio a chi ha il dovere di cambiare le cose.

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