mercoledì, 04 Agosto 2021

Cos’è Bitcoin e cosa rischia di (non) essere – terza parte

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Antonio Somma
Laureato in fisica all'Università Federico II, diplomato in pianoforte e in composizione al Conservatorio di Napoli, sua prima e ultima città, scrive poca musica, suona un po' di più, studia di tutto da sempre. Orgoglioso esponente della generazione Erasmus, dal 2020 dottorando in acustica musicale e musicologia alla Sorbona di Parigi.

A tutti sta capitando sempre più spesso di imbattersi in Bitcoin… e di non capirci niente. Quando ne ho guadagnato un gruzzoletto, ho messo in fila in tre episodi quello che sono riuscito a scoprire di questo beniamino della Finanza Hi-Tech: quello che c’è di nuovo, quello che c’è di buono e quello che rischia di essere cattivo.Bitcoin

È successo di nuovo: il 13 giugno un tweet di Elon Musk, contenente una generica attestazione di fiducia nelle sorti di Bitcoin, ha rimesso in moto l’acrobatico mercato della più famosa criptovaluta.

(Se vi state chiedendo cos’è questa storia della sostenibilità del “mining”, allora forse vi va di leggere il precedente episodio).

Il magnate tech è stato accusato di manipolazione del mercato. Commentatori in tutte le lingue (che so leggere) ritraggono Elon Musk come la mano occulta dietro successi e fallimenti di Bitcoin, che con un’alzata di dito scatena euforiche compravendite tra i piccoli investitori. Dal canto suo, il CEO di Tesla si difende sostenendo che le recenti vendite di Bitcoin da parte dell’azienda dimostrano che «è possibile liquidare Bitcoin senza mettere in movimento il mercato». Come dargli torto?

Malgrado gli squilli di tromba dei cronisti, a tre giorni da quel tweet vagamente ottimistico, la frenesia rialzista, in effetti, non c’è stata. Il prezzo di Bitcoin continua a recuperare lentamente terreno, dopo gli scossoni dei mesi passati. Scossoni che, causati o meno da Elon Musk, non hanno peraltro assunto le dimensioni dell’esplosione di una bolla speculativa. Tutto fa pensare che queste turbolenze verranno presto dimenticate. Senz’altro non possiamo assicurare che Elon Musk sia sempre stato in buona fede. D’altro canto, il mondo cripto ha saggiato la trascurabilità dell’influenza che quella presunta mano occulta eserciterebbe sul mastodontico zoccolo duro di quelli che tengono Bitcoin, nonostante tutto. È a questi inamovibili seicento miliardi di dollari, che è decisamente più interessante guardare.

Un esercito di hodler

Nato e cresciuto come promessa di investimento a portata di clic, in questo enorme capitale rientrano senza dubbio i miei pochi spiccioli e quelli di molti altri che, come me, sono del tutto estranei al mondo della finanza. Quella di Bitcoin è stata sempre raccontata come la storia di Davide che fronteggia Golia, o come quella di Robin Hood, se volete. Non è un caso che così si chiami (robinhood.com) una delle più note piattaforme di trading usate per la compravendita di Bitcoin. È in questa cornice narrativa che la filosofia dell’hodling, con il suo proprio mito eziologico, ha preso forma. Visto che non siamo broker azionari né grandi investitori, l’unico modo di tenere testa a Golia, ossia evitare che Bitcoin si sgonfi, è tenere (“hold” … se non siete ubriachi), costi quel che costi.

Quale che sia il vero motivo, i dati dicono che questa rappresentazione ha una sua coerenza con la stabilizzazione del mercato di Bitcoin. I dati sul volume di mercato di Bitcoin (quanti Bitcoin sono effettivamente scambiati nel corso del tempo) mostrano chiaramente un fatto: una minima parte dei bitcoin è correntemente scambiata, comprata e venduta, mentre esso è in massima parte conservato, come il bene rifugio per eccellenza, l’oro. Siamo infatti ben lontani dai numeri vertiginosi della bolla del 2017, una cocente delusione per tanti e un nuovo inizio per chi, nonostante tutto, tenne.

Bitcoin
Il Volume di mercato di Bitcoin da fine 2016. I numeri relativi al renmimbi (CNY) dicono che è successo qualcosa, in Cina, nel 2017… (da bitcoinity.org)

Bitcoin fixes this

I teorici di Bitcoin offrono una lettura dell’utente cripto ideale ancora diversa da quella del piccolo risparmiatore benestante. Tra i principali grandi mali della moneta tradizionale e a cui Bitcoin sarebbe immune, ne ricorrono tre decisamente interessanti. Prima di tutto, essendo i Bitcoin estratti secondo il meccanismo del mining, nessuno può stamparne a piacimento, assoggettando il valore della moneta a politiche economiche più o meno spregiudicate. Inoltre, non esiste di fatto un modo per sottrarre a qualcuno i suoi Bitcoin – a meno di farsi fisicamente consegnare le credenziali d’accesso al wallet. Per questo motivo, non è possibile confiscare Bitcoin come strumento di controllo politico. Anche il trasporto di valuta è un problema del passato: i Bitcoin non sono da nessuna parte, se non nella Blockchain. Stando così le cose, il potenziale di Bitcoin lo rende appetibile presso quei popoli con sistemi monetari volatili, soggetti a regimi autoritari o con un gran numero di emigrati e rifugiati sparsi per il mondo, lontani dalle proprie famiglie: l’America del Sud, l’Africa, parte dell’Asia.

Altro che Elon Musk e magnati della finanza, direte voi! Ebbene, le cose, almeno per ora, non sembrano stare proprio così. Pur non essendo per niente facile stabilire chi e dove possieda dei Bitcoin, uno studio suggerisce che, al 2019, dei 43 milioni di proprietari di Bitcoin, circa 37 milioni opererebbero tra l’Europa, l’America del Nord, il Giappone e la Corea del Sud (86%).

Bitcoin e il potere

Come quello russo, il governo cinese ha un rapporto ostile con il mondo delle criptovalute, specialmente dopo la folle speculazione del 2017. Rapporto tutto sommato contraddittorio, poiché i due Paesi sono sul podio, con gli Stati Uniti, per l’estrazione di Bitcoin. Complice il basso costo dell’energia, essi conterebbero, secondo le proiezioni dell’Università di Cambridge, per il 71% del potere computazionale totale erogato nel mining. In più, il possesso di Bitcoin in sé non è mai stato vietato, senza contare che è possibile eludere il bando sulla compravendita, delocalizzando la posizione del proprio computer. Un grande punto interrogativo, che verrà forse sciolto nei prossimi anni, si posa così su Bitcoin e le due potenze antiatlantiche. Tutto fa pensare che grossi numeri sommersi si aggirino al di fuori delle democrazie occidentali.

Si è recentemente piazzato agli antipodi della Cina il piccolo stato centramericano di El Salvador, primo Paese al mondo a dare ufficialmente corso legale a Bitcoin. Il presidente Bukele spera probabilmente così di svincolare la propria politica monetaria da quella statunitense (nel Paese circola il dollaro americano), attualmente proiettata all’inflazione, e di facilitare l’ingresso in patria dei risparmi di tanti emigrati salvadoregni.

A ben vedere, in questo grande sommovimento geopolitico, le grandi democrazie atlantiche restano a guardare, con la cautela di chi ha molto da perdere e le dovute reticenze sulla sostenibilità ambientale. Bitcoin, nel frattempo, mette a segno un successo dietro l’altro. L’esperienza di El Salvador sarà un banco di prova formidabile per quella che, se tutto va come molti sperano, potrebbe diventare la moneta della rivoluzione digitale.

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