martedì, 31 Gennaio 2023

Sono un’ottimista globale – Bill Gates

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Bill Gates, per il quarto anno di seguito l’uomo più ricco del mondo con una fortuna valutata da Forbes in 86 miliardi di dollari, ha portato la ricchezza e la modernità targata Silicon Valley negli aiuti ai più svantaggiati del pianeta.

Il lavoro della Bill & Melinda Gates Foundation al Global Fund (un club di generosi donatori internazionali del calibro di Warren Buffet, Elon Musk, Tim Cook, Mark Zuckerberg, ecc. promosso sempre da Gates), è guidato dall’intento di “accelerare l’innovazione a vantaggio dei più poveri”.

Chi meglio del fondatore società hi-tech per antonomasia, il patron della Microsoft, può farlo?

Filantropia efficiente per questo genio del bene che ha rinunciato al 95% della suo patrimonio, implica che la domanda giusta da rivolgergli non è “come sta andando la fondazione?” ma piuttosto “come va la salute del mondo?”.
Sorprendentemente l’uomo che da anni conosce, studia, approfondisce le realtà di quella fetta di umanità che vive sotto la soglia di un dollaro al giorno, di quel 1,3 miliardo di persone che non ha accesso all’elettricità, di quel mezzo miliardo di individui che non conosce cosa siano i servizi sanitari, ebbene, ha una visione positiva in controtendenza con il sentiment cupo, spaventato e sfiduciato di molti occidentali.

Non a caso nel libro-intervista a cura di Massimo Franco pubblicato dal Corriere della Sera, l’aggettivo positivo viene ripetuto spesso da colui che si definisce un “ottimista globale”. Se fatichiamo a condividere il trend sull’avanzamento della salute, dell’istruzione a livello mondiale è probabilmente per un difetto di conoscenza.
É piuttosto straordinario che persone che si limitano a leggere i titoli dei giornali possano accorgersi di questi miglioramenti progressivi, anno dopo anno.”  Vi sorprende scoprire che globalmente nell’ultimo quarto di secolo la mortalità infantile si è dimezzata? In Etiopia, ad esempio, si è ridotta di due terzi? Le cose buone accadono gradualmente e, al contrario di eventi luttuosi o drammatici, non diventano però titoli di giornali.

“La verità invece è che l’Africa sta davvero conoscendo un miglioramento costante (…) per questo la nostra fondazione fa del lavoro in Africa un’assoluta priorità, in un’ottica di grande ottimismo su quello che il continente potrà diventare tra 10 o 20 anni da adesso”. Fiducioso ma anche realista. “I bisogni umanitari rimangono e l’innovazione può aiutarci a risolverli, rimangono anche i grandi progressi che sono stati fatti. In ogni percorso si incontrano sorprese positive e negative, ma si prosegue comunque”.

Per quanto convincenti, le proiezioni di Gates cozzano con le immagini dei barconi di immigrati che vediamo ai tg e la sindrome dell’assedio alimentata dalle forze populiste europee. Al netto delle distinzioni tra situazioni dei paesi del Nord Africa, di quelli con conflitti in corso e dell’area sub sahariana, Gates è convinto che “i politici dovrebbero analizzare meglio le preoccupazioni che rischiano di montare fino a far ritenere reali cose che non lo sono. In questo caso l’opinione pubblica andrebbe informata e istruita. Se ciò che provoca ansia nella popolazione è un fenomeno reale, invece, allora andrebbe discusso in termini di pro e di contro, in modo da poter scegliere l’approccio migliore per minimizzare l’impatto.

Un altro dato per avvalorare l’ottimismo di Bill Gates è l’indice di penetrazione dei vaccini. L’86% della popolazione infantile mondiale è stata vaccinata contro le malattie letali più diffuse.

La copertura non solo è la più alta mai raggiunta storicamente, ma si è pure ridotto in modo significativo il divario tra paesi sviluppati (96%) e quelli più poveri (80%).
Ma l’innovazione tecnologica, con robot e Intelligenza Artificiale, cancella posti di lavoro.
Gates pesca allora nel suo passato business dove i software di qualità anche di riconoscimento vocale, hanno reso sempre più inutili dattilografi, la cui scomparsa però è stata più che bilanciata dai nuovi posti di lavoro fioriti nel settore dell’IT.
Il mondo della tecnologia ha creato contemporaneamente molte opportunità e molti cambiamenti, e questi ultimi possono dare fastidio alla gente”.

Noi che diamo per scontato calorie, vitamine, acqua pulita, kWh e libertà di movimento, siamo convinti che il rischio di destabilizzazione sia di origine geopolitico, invece a Bill Gates “una guerra appare come l’evento meno probabile” mentre teme un’epidemia, un virus. Del resto, in controtendenza anche con il pontefice che paventa la Terza Guerra Mondiale in corso, il maggior filantropo privato ritiene che stiamo vivendo in un mondo certamente ancora ingiusto, ma tra i meno violenti mai esistiti.

“Il declino della Violenza” non è solo il titolo del saggio di Steven Pinker – lettura in assoluto preferita di Bill Gates – ma è una frase che ci racconta anche dei dati sulla diminuzione di omicidi e della schiavitù. “Sono fatti oggettivi, e bisogna che la gente capisca quanti passi avanti sono stati compiuti”. Molti di questi rimandano alla leva finanziaria di quei 150 miliardi di dollari del Global Fund e alla sua capacità persuasiva su governi e istituzioni sovranazionali, decisive per raggiungere questi obiettivi.
Se l’opinione pubblica non se ne accorge, è difficile che si senta coinvolta” riconosce Bill Gates impegnato in un tour europeo per convincere i governi a proseguire nella partnership con Global Fund contribuendo con 0,7% del loro reddito nazionale lordo agli aiuti allo sviluppo dei paesi poveri. L’Italia scivolata al settimo posto su sette spera di ritornare al 2020-1 al livello delle donazioni degli altri paesi.

Se noi siamo stati contagiati dall’ottimismo della ragione del libro-manifesto di Matt Ridley, Bill Gates è un ottimista impaziente. Inquadrando globalmente i problemi, ritiene che “molte delle idee tradizionali non portano ad alcun sbocco, mentre la ricerca e le scoperte mettono insieme gente di talento provenienti da tutto il mondo che collaborano per risolvere i problemi più complicati”. Che senso ha allora erigere muri, emarginare persone, impedire lo scambio di talenti?

 

di Patrizia Feletig

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