domenica, 27 Novembre 2022

Armi sì, armi no: una questione spinosa

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Manuela Scognamiglio
Napoletana doc, vive a Milano e lavora nell'advertising. È appassionata di lingue e comunicazione. Apprezza le sfide, il coinvolgimento internazionale e la conoscenza, così come il confronto con le persone. Crede nella condivisione delle esperienze, nella creazione di opportunità e nel cambiamento.

Secondo il Gun Violence Archive, dall’inizio del 2022, le sparatorie di massa negli Stati Uniti sono state 213 in 144 giorni. Dal 2014 a oggi, questo numero è più che raddoppiato: nel 2014, infatti, sono state 272 (meno di una al giorno), nel 2017 348, nel 2020 610 e nel 2021 sono state 692 (quasi due al giorno).

È risaputo come negli Stati Uniti sia molto semplice, sicuramente rispetto all’Europa, acquistare armi da fuoco, che spesso si trovano anche nei grandi supermercati.

Il possesso d’armi: un diritto garantito dalla Costituzione

Sulla questione è bene ricordare che il possesso di un’arma è un diritto sancito dalla Costituzione americana, quindi non è così semplice come si potrebbe pensare far approvare una norma che apporti una modifica in tal senso, in quanto dovrebbe essere presa in carico dalla Corte Suprema. È per questo motivo, oltre che per motivi storici e culturali, che il provvedimento in sé non viene messo in discussione né dai repubblicani né dai democratici.

Infatti, il dibattito negli Stati Uniti verte su due altri punti:          

  1. L’istituzione di un “background check: un controllo che si potrebbe fare prima della vendita di un’arma da fuoco e consisterebbe nel verificare che l’acquirente non abbia dei precedenti penali, né episodi che testimoniano una scarsa stabilità psichica;              
  2. La riduzione del tipo di armi vendute: in particolare, si parla della possibilità di limitare la vendita di “assault weapons”, quelle armi d’assalto che vengono usate in guerra, rapide nelle ricariche e che possono essere usate con grande facilità, anche da chi è inesperto, per sparare a più riprese.

Anche solo limitare l’uso di armi con queste due modalità è oggetto di grande dibattito.

A seguito dell’ultimo episodio in Uvalde, Texas, Biden ha incoraggiato il Congresso a trasformare questo momento di dolore per il Paese in azione politica. Ma non sarà operazione semplice, perché anche qualora i democratici fossero compatti nel sostenere una riforma in Senato, non hanno la maggioranza per far passare una legge sul tema. Bisognerebbe trovare più di 10 senatori repubblicani che decidono di votare contrariamente a quella che è la politica del loro partito.

Non mancano i critici

Essendo gli Stati Uniti “il Paese di tutti”, arrivano però anche le critiche, comprensibilmente.

Sui social network, diventa virale il discorso del senatore democratico Chris Murphy: «Che cosa stiamo facendo? (…) Ci sono state più sparatorie di massa che giorni nell’anno. I nostri ragazzi vivono nella paura, ogni volta che mettono piede in una classe perché pensano che saranno i prossimi».

O ancora, la provocazione di un esponente di The Good Liers, Jason Selvig, un gruppo di comici americani che partecipa alla convention dell’NRA (National Rifle Association), puntando a prendere in giro l’uomo che guida l’associazione, Wayne LaPierre, con il seguente intervento: «Sono stanco dei media e di coloro che dicono che Wayne LaPierre non faccia abbastanza per fermare questi massacri, sono stanco di sentir dire che quest’uomo potrebbe fare di più per impedire la morte di cittadini innocenti; Wayne LaPierre ha fatto tanto, ha mandato i propri pensieri e le proprie preghiere a tutte le vittime. Avete capito? I propri pensieri e le proprie preghiere (…) Chiedo a tutti voi, di pregare di più, di pensare di più, perché con i pensieri e con più preghiere tutte queste sparatorie non accadrebbero». Chiaramente, l’intento era quello di far riflettere; di comico c’era ben poco.

USA vs World

In quasi tutti gli Stati degli Stati Uniti, attualmente, prima di comprare un’arma basta superare un accertamento “istantaneo” da parte dal negoziante. E ci sono oltre 50mila armerie: una ogni 6mila abitanti. La vendita di armi fra privati, poi, non prevede controlli o registrazioni.

Forse il solo Paese in cui è più facile rispetto agli Stati Uniti comprare armi da fuoco è lo Yemen, in proporzione il secondo Paese al mondo in cui i cittadini sono più armati. Si possono comprare al mercato o anche online. Le leggi ci sono, ma non risultano particolari controlli.

Altri Paesi in cui si possono comprare armi sono l’Israele, l’Australia, il Canada e l’Austria, ma il processo risulta più complicato. È richiesta l’iscrizione a un poligono, serve sempre un certificato medico e uno psicoattitudinale, l’acquisto è incompatibile con mansioni ritenute a rischio (come il rappresentante di gioielli). L’aspirante compratore deve avere, inoltre, una fedina penale immacolata, comprese questioni amministrative, e vi sono limitazioni sul numero di munizioni: non più di 50 proiettili in Israele, ad esempio.

In Canada, per citarne uno, ci sono storicamente leggi che regolano la capacità dei cittadini si trasportare armi da fuoco. In alcuni casi, i canadesi hanno bisogno di un riferimento di terze parti che garantisca l’affidabilità del compratore. La licenza è negata a chiunque abbia precedenti penali, con problemi di salute mentale o con una storia di violenza domestica (i background checks sono già legge, quindi). A differenza degli Stati Uniti, le armi automatiche sono completamente proibite così come i fucili, i fucili da caccia e le pistole modificate.

Tutte queste premesse fanno sì che in Canada, ad esempio, sia più facile prendere provvedimenti in tal senso. E non a caso, Trudeau ha da poco presentato la più ambiziosa proposta di legge per ridurre ulteriormente l’accesso alle armi da fuoco, facendo anche il tentativo di togliere le armi a chiunque abbia dei trascorsi di violenza domestica o criminali in generale. «Fatta eccezione per l’uso sportivo o per la caccia – ha detto Trudeau – non esiste alcuna ragione per cui in Canada un cittadino avrebbe bisogno di un’arma nella propria vita quotidiana».

Una frase che per noi potrebbe sembrare di buon senso, ma che nessun politico americano ha il coraggio di pronunciare.

Non possiamo negare tuttavia che l’American Way of Life si porti dietro tutte le regole di convivenza che hanno caratterizzato la “conquista del West”, con uno sceriffo che impone il rispetto della legge con la forza e che si serve di cittadini volontari, armati a loro volta, per farlo. Questa tradizione confonde la distinzione tra i destinatari della norma e i garanti del suo rispetto, tra abilitati all’uso delle armi e comuni cittadini.

Il paradosso di questa eredità culturale e sociale è che il rispetto della libertà venga vincolato dall’uso delle armi, che invece in altri paesi ne rappresenta, all’opposto, il limite. E quando si confonde libertà di pensiero e di affermazione delle proprie idee con l’affermazione delle stesse a scapito delle libertà altrui, la psicopatia individuale si traduce in una tragedia collettiva.

Sappiamo che storia e cultura hanno sempre un peso importante, ma com’è possibile che a fronte di una frequenza crescente di episodi di violenza che si traducono in decine di morti, uno stato federale, che spesso sacrifica la libertà in nome della tutela della convivenza civile, non riesca ad aggiustare un meccanismo superato di cui sono chiare le origini ma sono evidentemente ancora più chiare le conseguenze?

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