martedì, 22 Giugno 2021

Agricoltura del nuovo millennio, altro che zappa

Da non perdere

Francesca Santoro
Classe '95. Cultrice di linguistica generale, scrittrice in erba, lettrice appassionata. Ama i bei film e le serie tv, ma non più del suo gatto. Teinomane convinta.

“O troppo fortunati agricoltori se conoscessero la loro felicità!”

(Virgilio, Georgiche, II, 458-9)

Da un lato il settore primario, dall’altro il settore secondario. “Nel settore primario si producono le materie prime che poi verranno lavorate nel settore secondario” (cit. qualsiasi studente all’interrogazione sulla rivoluzione industriale). La tecnologia vera e propria era del settore industriale, almeno nella mente di noi studenti – e in effetti il libro così suggeriva. Quando si parlava di innovazione tecnologica in ambito agricolo ci si riferiva – e ci scappa ancora un sorriso di indulgenza, con le IA che ci accendono la luce e i robot che puliscono casa – a roba come l’aratro pesante, al limite qualche macchina agricola. I più diligenti di noi ricorderanno che “premessa fondamentale alla rivoluzione industriale fu l’introduzione della rotazione quadriennale al posto di quella triennale” (cit. lo studente di prima). Che roba, eh? Hightech.

Più o meno è qui che ci siamo fermati. E dopo? Dopo, qualche accenno agli Ogm (brutti), al chilometro zero (bello). E ogni tanto sentiamo dire, o diciamo, “ma perché non vai a zappare la terra?”, come a dire: non sai fare niente, puoi solo lavorare la terra per cui servono, fondamentalmente, due braccia.

Beh.

Cosa c’è di nuovo sotto il sole?

Metodi di coltivazione 4.0, digitalizzazione, miglioramento genetico, sensoristica. No, non sono le key words di una nuova start up, ma le parole con cui Lorenzo Tosi («ex cuoco, ex repressore delle frodi agroalimentari, ora un giornalista che si occupa di agricoltura e di vitivinicoltura») indica le novità in arrivo per l’agricoltura del terzo millennio nella sua recente intervista a Il Post. Per Tosi i contadini italiani sono geni romantici incompresi, «santi, eroi, poeti, alcuni navigatori, tanti inventori». In Germania, e ora anche in Italia, grazie a incroci tradizionali e qualche aiutino, si coltivano vigneti resistenti ad alcune patologie fungine, senza sacrificare nulla in fatto di qualità; con il progetto Olgenome è stato mappato il genoma della varietà “Leccino” dell’olivo, un passaggio fondamentale per migliorare la specie e salvaguardarla; tecnologia, scienza e agricoltura vanno a braccetto, magari nella speranza di superare alcuni pregiudizi italiani (e non solo), preoccupati che i preziosi e genuini prodotti made in Italy possano essere rovinati e contaminati. Come il pomodoro. Che viene dal Sudamerica.

Una piccola spinta all’evoluzione della specie

L’editing del genoma, cioè la modificazione del DNA (in questo caso delle piante) potrebbe essere l’unica risposta al cambiamento climatico, poiché «può migliorare le varietà di piante che abbiamo oggi e renderle, per esempio, resistenti a determinate malattie o a condizioni di moderata siccità» (Deborah Piovan, dirigente di Confagricoltura). Non si tratta degli Ogm di vecchia scuola (che pure la dottoressa Piovan non disdegna), che «prevedono l’inserimento di un gene proveniente o da un’altra pianta o da un altro organismo per migliorare la pianta in un’operazione di taglia e cuci», mentre le nuove tecniche di editing genomico effettuano «delle piccole correzioni e mutazioni del genoma della pianta in una posizione molto precisa»; praticamente una mutazione simile a quella che avverrebbe naturalmente, ma in un arco di tempo di gran lunga ridotto e in modo più mirato. Non possiamo aspettare che in breve tempo la natura faccia proprio la mutazione che piace a noi. Sarebbe bello poter aiutare il povero pomodoro San Marzano, aggredito da un virus (anche lui!), rendendolo più resistente.

Ascoltiamo le piante, con qualche device

Se proprio l’idea di modificare il genoma non ci garba, torniamo alla questione “zappa”. Cioè, in agricoltura si usano ancora gli strumenti degli antenati? Domanda retorica, la risposta è ovviamente no. I nostri antenati avrebbero potuto solo sognare cose come la sensoristica, cioè lo sfruttamento di sensori, di solito wireless, che raccolgono informazioni sulle necessità, la salute delle piante. Un sensore può dire se il suolo è troppo umido, e permetterci quindi di non uccidere una coltura con una quantità eccessiva di acqua, per fare un esempio – sarebbe bello avere qualche sensore a casa, per non far morire il basilico per l’ennesima volta. Si parla a questo proposito di agricoltura di precisione, cioè efficiente, mirata. Smart. E ancora, in agricoltura si usano anche i DSS, Decision support systems, cioè «l’insieme di tutti i sistemi sviluppati per mezzo dell’informatica finalizzati a supportare il processo decisionale manageriale» (Treccani); sono sostanzialmente delle app che elaborano, analizzano, processano i dati raccolti (che sono tanti, troppi) grazie ai sensori, ma non solo, per indirizzare chi di dovere sulle decisioni da prendere. Il tutto sfruttando la più grande invenzione di sempre. No, non la ruota. Internet.

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