martedì, 28 Giugno 2022

Accoglienza profughi: il Regno Unito si divide

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Manuela Scognamiglio
Napoletana doc, vive a Milano e lavora nell'advertising. È appassionata di lingue e comunicazione. Apprezza le sfide, il coinvolgimento internazionale e la conoscenza, così come il confronto con le persone. Crede nella condivisione delle esperienze, nella creazione di opportunità e nel cambiamento.

La guerra tra Russia e Ucraina ha mandato in crisi il mondo intero. La globalizzazione allarga gli orizzonti, da quelli più chiari a quelli più cupi: le ripercussioni geopolitiche, economiche e sociali riguardano e riguarderanno ognuno di noi.

Due tra i punti più discussi, sui quali i leader occidentali e l’opinione pubblica si stanno concentrando, riguardano il sostegno militare fornito all’Ucraina e l’accoglienza dei suoi rifugiati.

Dopo un mese dall’inizio del conflitto, sono 3,3 milioni gli ucraini fuggiti dal paese. Secondo il commissario dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) Filippo Grandi, la quantità di persone in movimento costituisce «la crisi dei rifugiati in più rapida crescita in Europa dalla seconda guerra mondiale», ricordando che la crisi dei migranti del 2015, stimolata dalla guerra in Siria, ha portato a 1 milione di richiedenti asilo.

La strategia del Regno Unito

Quando Zelensky ha esortato il Regno Unito ad aumentare la sua assistenza militare e umanitaria all’Ucraina, da un lato il Paese si è affrettato ad armarla, inviando migliaia di missili anticarro e armi di vario genere, e a sostenere ampie sanzioni economiche contro la Russia. Dall’altro, non ha offerto ospitalità ai rifugiati ucraini con altrettanta prontezza.

In effetti, il Regno Unito ha segnalato che non offrirà lo status di “rifugiati” agli ucraini, che non saranno esenti dal sottoporre la richiesta di visto. Lo schema inoltre resterà limitato a coloro che hanno già una famiglia con cui desiderano riunirsi nel Paese. Nonostante la ministra dell’Interno Priti Patel parli della costituzione di un nuovo percorso umanitario, i dati non mentono: finora, sono state accettate 700 richieste su 22mila. Mentre i numeri in Europa sono dell’ordine di più di 2 milioni in Polonia, 500mila in Romania, 300mila in Ungheria, 240 in Slovacchia, 150mila in Germania, 50mila in Italia e 25mila in Francia. La Moldavia, uno dei paesi più poveri d’Europa, con una popolazione di appena 4 milioni di abitanti, ha accolto più di 350mila ucraini.

D’altra parte, da inizio marzo, l’UE ha attivato all’unanimità la sua direttiva sulla protezione temporanea, che garantisce agli ucraini il diritto al lavoro, all’alloggio e all’assistenza sanitaria negli stati membri da 1 a 3 anni.

«È una situazione di emergenza e i paesi dell’UE hanno rinunciato ai requisiti di visto», ha detto ad Al Jazeera Colin Yeo, un avvocato specializzato in immigrazione e asilo. «È difficile capire perché il Regno Unito pensi di essere speciale in questo senso».

Un’altra testimonianza di una gestione poco coinvolta è data dalla situazione vissuta dai rifugiati prima di varcare la frontiera. Priti Patel ha promesso di aver «messo su una squadra del Ministero dell’Interno» per aiutare a Calais, ma le famiglie che hanno viaggiato per più di mille miglia hanno trovato pochi funzionari che distribuivano pacchetti di patatine, e gli è stato detto di andare a Parigi o Bruxelles per presentare la domanda d’ingresso.

Una storia di accoglienze poco spontanee

D’altronde, il Regno Unito ha dimostrato anche in passato di essere restio all’accoglienza dei rifugiati; anzi, la “crisi dei rifugiati” degli anni 2014-2016 è stata determinante per il trionfo del Leave sul Remain. David Cameron, nell’ultimo summit europeo a cui ha partecipato come premier, ha ammesso: «è la libertà di movimento senza vincoli ad avere determinato il risultato del referendum in Gran Bretagna».

A livello di numeri, secondo Eurostat, nel 2015, l’anno chiave della grande emergenza umanitaria e dell’esodo dalla Siria, dall’Afghanistan, dall’Iraq, il Regno Unito ha registrato solo 38 800 richieste d’asilo. Un numero molto basso paragonato ad altri paesi dell’UE come la Germania (500mila), l’Ungheria (175mila), la Svezia (160mila), ma anche l’Italia (80mila). I rifugiati richiedenti asilo nel Regno Unito erano 600 per ogni milione di abitanti, rispetto ai 18mila per milione in Ungheria, 6mila per milione in Germania, 1400 per milione in Italia.

A livello di comunicazione, basti guardare alla raccolta di prime pagine di quotidiani inglesi realizzata da una reporter della BBC, Kim Ghattas, in un tweet che all’epoca fece scalpore. Kim ha mostrato come la stampa anglosassone avesse contribuito ad alimentare il clima infuocato che poi ha condotto al risultato del 23 giugno 2016.

Fedele alla Brexit o pentito della scelta?

Forse non c’è una risposta unica a questa domanda. Farei due ragionamenti separati però, dividendo la classe dirigente e l’opinione pubblica cittadina.

La scelta di sostegno militare e non di accoglienza degli ucraini da parte della classe dirigente del Regno Unito ci dà l’ennesima conferma che la Brexit non era solo una questione economica, né una fase transitoria del paese, probabilmente, ma una questione di differenze di valori tra il Paese e i membri dell’UE.

Ha poco senso rimuginare sulle motivazioni che hanno condotto alla Brexit. Resta il fatto che, forse, il solco valoriale tra Regno Unito e Unione era diventato troppo ampio per permettere di proseguire insieme senza porsi domande sulla natura della relazione. Almeno per quanto riguarda le classi dirigenti.

Avete visto il video di Boris Johnson ignorato dagli altri leader europei al vertice Nato? Voltargli le spalle non è il modo giusto di andare avanti ma sicuramente, più la governance inglese si allontana da quella europea, minore sarà la buona volontà che tutti i capi di governo metteranno nel coltivare le relazioni umane e politiche tra i Paesi.

D’altra parte però, se consideriamo l’opinione pubblica inglese in tema di accoglienza notiamo degli aspetti positivi. A seguito delle critiche ricevute dai Paesi dell’Europa e dagli inglesi stessi rispetto alla linea del governo, il 14 marzo è stata lanciata l’iniziativa “Homes for Ukraine”, che permette agli abitanti del Regno Unito, su base volontaria, di ospitare rifugiati ucraini che non hanno legami familiari.

L’iniziativa ha riscontrato un grande successo: più di 100mila persone e organizzazioni si sono iscritte solo il primo giorno. Ogni famiglia che ospita un rifugiato riceverà 350 sterline al mese, esentasse, per un massimo di 12 mesi, più qualche fondo extra destinati alle autorità locali per servizi di supporto.

L’iniziativa del governo sembra quasi una maniera per rimediare alle critiche ricevute, scaricando la responsabilità sui cittadini. C’è da dire che però il riscontro è stato positivo, almeno per quanto riguarda le domande di adesione. Insomma, la gestione del sostegno all’Ucraina da parte del Regno Unito rivela, da un lato, una classe dirigente distante dai valori europei; dall’altro, una popolazione, quella che abita le grandi città, che vorrebbe accorciare questa distanza. Sarà sufficiente a rimarginare la ferita o questa ferita sta già lasciando una cicatrice, che potrebbe creare una distanza e conseguente isolamento sempre maggiore?

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