mercoledì, 04 Agosto 2021

A latere del DDL Zan

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Nota a sentenza a Corte di Cassazione Sezione Quinta Penale – sentenza del 17 maggio 2021 n. 19359

La sentenza in commento si segnala per due affermazioni.
La prima è afferente alla questione della competenza territoriale.
La Corte di Cassazione si allinea alla giurisprudenza ormai stabilizzatasi in argomento: cfr., Cass. Pen. sentenza del 12 gennaio 2021 nr. 854 che a sua volta richiama Cass. Pen. del 15 marzo 2011 nr. 16307.
Il punto può essere integrato dalla correlata affermazione secondo cui “nei reati di diffamazione tramite la rete internet, ove sia impossibile stabilire il luogo di consumazione del reato e sia stato invece individuato quello in cui il contenuto diffamatorio è stato caricato come dato informatico, per poi essere immesso in rete, la competenza territoriale va determinata, ai sensi dell’art. 9 comma 1 cod. proc. pen., in relazione al luogo predetto, in cui è avvenuta una parte dell’azione” (Cass. pen., sez. V, sent. n. 8482 del 23 gennaio 2017).

La Cassazione Penale, nel merito, si è poi pronunciata sul carattere diffamatorio della espressione “fr***o”.

La questione non è nuova ed è già stata oggetto di asserzioni analoghe da parte della Corte Suprema: così Cass. civ., sez. Terza, 22 gennaio 2015, n. 1126 stigmatizza la “ritenuta e patente illegittimità della sentenza di  merito che  edulcori e svilisca la portata lesiva del termine “fr***o”, come affermato da Cass. pen. 24513/2006”.(Si veda altresì, Cass. pen., sez. Quinta, 6 luglio 2015, n. 7244).
Per incidens, va anche ricordata il rilevante risalto che ha avuto la vicenda del noto penalista italiano, avendo affermato di non volersi avvalere della collaborazione, nel proprio studio, di professionisti omosessuali (Cass. Civ. SS.UU. nr. 28646/2020).

Nel linguaggio omofobico, l’espressione “fr***o” è certamente dispregiativa e non asettica, nell’indicare una scelta sessuale: di qui il contenuto lesivo della onorabilità della persona che ne è destinatario, come affermato dalla C. S. nella sentenza in commento.

Il vocabolo, secondo i principali dizionari della lingua italiana, è di etimo incerto.
Suggestivo, il ventilato prestito dalla parola “français” , pronunciata come “fronscè” nel dialetto romanesco “e usata per indicare in maniera dispregiativa l’invasore straniero ai tempi della discesa delle truppe napoleoniche a Roma all’inizio dell’Ottocento.” (fonte Internet).
Secondo altri, potrebbe derivare dal tedesco “frosch”: “ranocchio”, sempre con intento spregiativo.

La sentenza in esame è quindi da condividere allorquando afferma che il termine summenzionato “oltre che chiara lesione dell’identità personale, [è] veicolo di avvilimento dell’altrui personalità..” e come tale, recepito dalla collettività nazionale.

Sussiste, tuttavia, un (minimo) margine di riflessione, innescato sulla difesa dell’imputato ch richiama la mutata coscienza sociale.

Come si legge nel vocabolario on line della Treccani: «potrebbe capitare che un omosessuale … us[i] scherzosamente il termine “fr***o” per autodefinirsi».
Da tanto si può ricavare che è in atto una dequotazione terminologica correlata (si spera) ad una sempre minore ripulsa sociale circa le personali scelte di orientamento sessuale: icasticamente si segnala la manifestazione gay in cui un noto quadro del Rinascimento italiano è presentato con la scritta (evidentemente, autoironica) “questo l’ha fatto un fr***o”.

In altri termini consoni alla vicenda in commento, si può concludere rilevando che è l’espressione in sé potrebbe anche aver perso in assoluto il carattere spregiativo, in costanza di una diversa percezione sociale che abilita all’ironia ed alla autoironia: è dunque il contesto nel quale un’espressione è utilizzata (come nel caso sentenziato) a renderne la cifra diffamatoria.

Articolo a cura di Diotima Pagano

Per approfondimenti:

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