sabato, 27 Novembre 2021

A che punto siamo con la strategia nucleare della Francia? Il Paese è al bivio

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Dieci anni dopo il disastro di Fukushima, la Francia, campionessa del nucleare civile, vuole diversificare le sue sorgenti per la produzione di elettricità ed è esitante sul rinnovo del suo parco nucleare che invecchia.

L’Esagono produce circa il 70% della sua elettricità grazie alle sue centrali, la cui durata di vita è stata prolungata fino a cinquant’anni. L’obiettivo è di portare questa cifra a 50% nel 2035, con lo scopo in particolare di garantire lo sviluppo delle rinnovabili. Un primo passo simbolico, d’altronde, è stato fatto l’anno scorso, con la chiusura dei due reattori della centrale di Fessenheim, nella regione del Grand Est. Se però il parco – costruito perlopiù negli anni ’80 – inizia a mostrare segni di invecchiamento, il Paese non ha ancora deciso il suo futuro. Alla fine del 2020, nel mondo, 412 reattori erano in servizio in 33 Paesi, per una potenza installata di 367,1 gigawatt (GW).

La Francia prevede di costruire altri sei reattori di nuova generazione EPR (European Pressurized Reactor). EDF (Électricité de France) ha presentato il 6 maggio scorso un rapporto completo al Governo. Ma la decisione non sarà presa che nel corso del prossimo quinquennio presidenziale. L’esecutivo vuole in effetti attendere l’avvio dell’EPR di Flamanville, in Normandia, atteso per la fine del 2022, dopo numerosi rallentamenti e peripezie che segnano un ritardo di dieci anni e un costo più che triplicato.

Le decisioni da prendere

Nell’attesa, il settore deve accontentarsi di generiche dichiarazioni di sostegno del presidente Emmanuel Macron: «Il nostro futuro energetico ed ecologico passa dal nucleare», ha dichiarato a dicembre, in occasione di una visita presso l’azienda industriale Framatome. La ministra della transizione ecologica, con incarico all’energia, Barbara Pompili, è tuttavia un’oppositrice di lungo corso dell’atomo. Ha salutato come una “rivoluzione copernicana” la pubblicazione di un rapporto che mostra che la Francia, di qui al 2050, potrebbe estrarre dalle energie rinnovabili l’elettricità di cui ha bisogno, previa la verifica di una serie di condizioni tecniche.

«Che cosa scegliamo di fare, dopo il 2035, sulla nostra produzione di elettricità? Rilanciamo il nucleare, investendo su nuove centrali, oppure decidiamo di portare a fine vita il parco nucleare attuale e lo rimpiazziamo con delle fonti rinnovabili?», si chiede la ministra, in un’intervista all’AFP (Agence France-Presse). «Non sarò io a compiere questa scelta, non sarà compiuta da qualcuno che ha l’impressione che conferire questo onere ai cittadini non sia utile. Essa sarà compiuta dai cittadini, o in ogni caso è ciò che auspico», raccomanda.

“Un aiuto per il clima”

«Che Barbara Pompili faccia simili discorsi è una cosa piuttosto positiva. Ma, in realtà, restiamo piuttosto inquieti e diffidenti», replica Nicolas Nace, responsabile di campagna per Greenpeace, ONG che si oppone al nucleare. «Quello che constatiamo da più di 50 anni è che queste questioni energetiche sono totalmente estranee al dibattito pubblico. Sono in realtà EDF, gli industriali del nucleare e lo Stato che decidono della politica energetica in Francia», chiosa.

Il dibattito per l’avvenire comporta numerosi parametri: realizzabilità, costo, sicurezza, produzione di rifiuti, conseguenze sociali per un settore, quello del nucleare, che rivendica più di 220mila salariati… e, sempre più, l’emergenza climatica. Una questione divenuta centrale e su cui estimatori e detrattori del nucleare argomentano, traendone conclusioni divergenti.

Perché costruire nuovi reattori? «Oggi la prima ragione, che sfortunatamente non è sufficientemente nota al grande pubblico, è il fatto che questa è una filiera fortemente decarbonizzata», dichiara Cécile Arbouille, delegata generale del Raggruppamento degli industriali francesi dell’energia nucleare (GIFEN).

“Deboli” emissioni di carbonio

Il Presidente e Direttore generale di EDF decanta anche lui il “vantaggio climatico” del suo parco nucleare: «la Francia è, di tutti i grandi paesi sviluppati, quello in cui le emissioni di carbonio dovute alla produzione di elettricità sono le più basse», sottolinea Jean-Bernard Lévy.

«Rinunciare al nucleare, totalmente o troppo rapidamente, significherebbe aprire, come altri Paesi hanno fatto, delle centrali a carbone o a gas, oppure importare dell’energia non decarbonizzata», ha anche sottolineato Emmanuel Macron. Alcuni ecologisti, dal canto loro, avanzano scenari che permetterebbero di tendere verso il 100% di energia rinnovabile. Lo scopo deve essere quello di avere i vantaggi di un’elettricità che produce poca CO2, senza gli svantaggi dell’atomo. «Il punto è sapere cosa è fattibile e sfruttabile per lottare contro il cambiamento climatico», sostiene Nicolas Nace. E «restano grossi dubbi sulla capacità degli industriali, e più ancora di EDF, di costruire nuovi EPR in quantità significativa» dopo il fiasco dell’EPR di Flamanville.

Articolo a cura di SudOuest

Traduzione a cura di Antonio Somma

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