sabato, 27 Novembre 2021

L’opinione quantica e il voto – 3

Da non perdere

Prima di diventare fluttuante e inafferrabile, l’opinione pubblica italiana era solida e strutturata. Coerente, interpretabile nelle sue dinamiche. Un po’ come la fisica newtoniana prima che la rivoluzione della meccanica quantistica ne sconvolgesse le certezze. Per capire di cosa stiamo parlando, limitandoci all’ambito dei comportamenti elettorali, basta guardare con un minimo di attenzione il grafico sull’affluenza al voto –  per la Camera dei Deputati – nelle elezioni dal 1948 al 2013.

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(fonte: Archivio storico elezioni – Ministero dell’Interno)

Scorrete le percentuali dal 1948 al 1976: sono clamorose nella loro fissità. Nell’arco di 28 anni, con un aumento più o meno costante di votanti (tra 1.2/1.9 milioni ad ogni appuntamento) l’affluenza si mantiene in sostanza identica, varia in un range massimo dell’1,6%. In altre parole, una piccolissima quota di italiani non va mai a votare, gli altri ci vanno tutti, sempre; e la fidelizzazione al voto è tale che le percentuali non variano neppure quando, nel 1976, irrompono sulla scena i diciottenni (3.200mila elettori in più). Anche in altri paesi europei (Germania, Francia), dal dopoguerra a metà anni ‘70 le percentuali di votanti si mantengono stabili, sia pure su quote minori e nell’ambito di sistemi diversi. Ma in Italia il fenomeno è impressionante: fotografa una società compatta, che concepisce il voto come un dovere oltre che un diritto imprescindibile, e risponde con assoluta disciplina alla periodica chiamata alle urne. Disciplina legata, peraltro, a forti appartenenze partitiche, la cui offerta è strutturata, salvo momentanee eccezioni, intorno a 7 partiti (DC, PCI, PSI, PSDI, PRI, PLI, MSI) che garantiscono un’adeguata rappresentanza del corpo sociale, sia pure in assenza di possibili alternanze di governo.

Il 1976 è il punto più alto di questo equilibrio (con i due partiti maggiori che raccolgono il 73% dei consensi!) e allo stesso tempo l’inizio della sua fine. Da quel momento il sistema entra lentamente e inesorabilmente in fibrillazione. I votanti cominciano a calare senza sosta, nascono nuovi partiti e movimenti che attraversano come un fiume carsico il comportamento politico e logorano gli assetti dati. Tutte dinamiche che le classi dirigenti italiane non saranno in grado di gestire, fino a crollare, sotto il peso del Muro e della cosiddetta Tangentopoli (e, soprattutto, senza creare nei successivi 25 anni nuovi accettabili equilibri di sistema).

Ma perché da allora è accaduto tutto questo? Semplice. Perché, mentre il ceto politico continuava a guardare il dito delle percentuali di partito, del maquillage delle macchine di potere e cercava di arginare la disaffezione con sempre più improbabili marchingegni elettorali, la luna – la società – si trasformava definitivamente. La vecchia Italia ideologica, fatta di rocciose appartenenze e corporazioni chiuse, si sfarinava. Una parte prendeva la strada della modernità, della fiducia laica e temporanea verso singoli progetti o leader. Ma un’altra, significativa parte restava orfana, e dunque, per sua natura, sensibile a offerte semplificatrici, urlate  o nostalgiche. Che avevano ampi spazi in cui sfondare: quanto più forti erano le precedenti adesioni fideistiche e di bandiera, tanto più massiccia era la fuga progressiva verso i territori della delusione, del disincanto e della protesta. Fino all’approdo di molti sulla grande e comoda spiaggia della cosiddetta antipolitica, come si dice oggi.

La conclusione del ragionamento sembrerebbe semplice, sono tanti i soloni che la predicano da un po’ di tempo: rimettete a posto la politica, e la società tornerà a fare la brava, si rimetterà sui binari della partecipazione consapevole, della discussione sui programmi, del voto intelligente e maturo. Sciocchezze. Perché nel frattempo il Grande Cambiamento – che in Italia ha avuto, certo, delle sue forme specifiche e malate – è avvenuto dappertutto. Globalizzazione, tecnologie e rete hanno squassato i vecchi assetti della politica costruita sugli stati-nazione. E, se altrove le classi dirigenti sembrano a volte rispondere alla  rivoluzione con un pizzico di lungimiranza in più, nessuno al mondo può pensare di affrontare opinioni pubbliche ormai autonome, sganciate da ogni appartenenza, inafferrabili nelle loro dinamiche, con le vecchissime cassette degli attrezzi di cui la politica dispone.

E dunque: per leggere, comprendere e (di conseguenza) intercettare i comportamenti dell’opinione pubblica in chiave politica e di comunicazione, bisogna utilizzare altri strumenti, come hanno fatto Obama e Trump, sfruttando i social network il primo e il microtargeting il secondo. Ma soprattutto bisogna fare i conti con altre culture, come da molto tempo ha capito il marketing commerciale, con l’irruzione delle scienze comportamentali nelle strategie di vendita, che hanno fatto un salto di qualità con l’uso invasivo e microchirurgico che i grandi players della globalizzazione (Google, Facebook, Amazon) fanno dei big data. Linguisti e psicologi (Lakoff, Westen e altri) hanno approfondito il funzionamento della mente politica, alcuni grandi apripista come Barabási e Kahneman ci hanno spiegato il funzionamento delle reti sociali e di quelle neurali. Forse è venuto il momento di chiudere il cerchio, cercando di capire se i comportamenti sociopolitici non si possano legittimamente collocare tra l’infinitamente piccolo delle dinamiche neuronali e l’infinitamente grande dell’universo quantistico. È il percorso di approfondimento che stiamo sviluppando con Alessandro Fiorenza e Luca Grieco, che non hanno alcuna corresponsabilità nell’azzardo della tesi, ma che ringrazio per l’impegno e la disponibilità a seguirmi nel viaggio. 

(3 – Continua)

 

di Claudio Velardi

[dt_quote font_size=”normal”]Oggi, per leggere e intercettare i comportamenti dell’opinione pubblica in chiave politica, bisogna fare i conti con altre culture[/dt_quote]
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