Cambrige Anlytica e opinione pubblica. Ovvero: in che misura, e come, la disponibilità diretta di un’enorme quantità di dati permette di confezionare campagne di comunicazione in grado di modificare l’opinione delle persone, e di decidere i risultati di elezioni e referendum. La concentrazione dei dati e la potenza di calcolo necessaria ad utilizzarli stanno minando le basi della formazione del consenso, le fondamenta cioè di ogni sistema democratico? Oppure si tratta di tecniche e mezzi che, al massimo, ampliano le possibilità di costruire una comunicazione tailored, ma non comunque in grado di inficiare il corretto funzionamento degli strumenti di partecipazione democratica?

In altre parole: come si forma l’opinione politica nell’era dei social media, dei big data, e degli algoritmi che animano i nuovi meccanismi di comunicazione? Il tema del momento, tecnici, giornalisti, rappresentanti di aziende hi-tech ed esperti del settore riuniti intorno ad un tavolo per confrontarsi e avanzare idee e proposte: oggetto dell’iniziativa, le prime condivisioni di un progetto di ricerca avviato sul tema dalla Fondazione Ottimisti&Razionali, che ha cominciato a discutere con il Dipartimento di Ingegneria dell’Innovazione dell’Università del Salento, per comprendere se è possibile applicare conoscenze derivanti da diverse discipline scientifiche – dalla fisica alle neuroscienze – per descrivere comportamenti sociali e le conseguenti scelte elettorali.

In fondo, è un nodo che arriva al pettine. La raccolta dei dati, la profilazione del cliente, il microtargeting: dal business alla politica, dalle campagne pubblicitarie a quelle elettorali, l’idea di raggiungere le persone con un messaggio tagliato su misura – e costruito grazie alla raccolta di informazioni sulle condizioni di vita, le preferenze, le idee dei destinatari – non è affatto nuova. Sono tecniche che il marketing utilizza da sempre, e che anche la comunicazione politica, sia pure in modo non del tutto organico e quasi mai pianificato, ha già esplorato in passato.

Il punto, naturalmente, riguarda l’impatto che le ICT hanno avuto sulla possibilità di intervento nella tracciabilità e nella raccolta di dati sensibili, aprendo alla necessità di riconoscere i database sociali, e quelli georeferenziati, come beni pubblici, che al netto di statuti proprietari non possono dunque essere gestiti privatamente. È qui che diventa possibile l’intervento dell’autorità pubblica: ragionare su una regolamentazione che non vieti la possibilità di utilizzare i dati, ma che da un lato punti a proteggere le identità, e dall’altro garantisca trasparenza e negoziabilità nella gestione dei database.

FOR ha l’ambizioso obiettivo di andare ancora più a fondo, e cercare la chiave per dare una risposta chiara alla domanda iniziale. Una sfida affascinante, per affrontare la quale occorrerà continuare a confrontarsi, andando oltre la superficie del racconto pubblico.

è un nodo che arriva al pettine. l’idea di raggiungere le persone con un messaggio tagliato su misura non è affatto nuova, il punto riguarda l’impatto che le ICT hanno avuto sulla tracciabilità e sulla raccolta di dati