Roma, 12 Dicembre 2017. Diciamocelo con franchezza: discutere di energia non è mai stato facile. E il motivo di questa difficoltà è a sua volta arduo da focalizzare. Perché il tema energia, soprattutto nella sua declinazione elettrica, scivola così facilmente nell’ideologia, nel partito preso, nell’apodittico, nel tutto o niente, bianco o nero? Ascoltando gli interventi che si sono succeduti durante il workshop organizzato lo scorso 12 dicembre dalla Fondazione Ottimisti&Razionali intitolato “L’evoluzione del mercato energetico tra realtà e percezione”, coordinato da Chicco Testa, questi temi sono emersi di continuo.

Eppure stiamo parlando di ingegneria, di tecnologie, di economia, di costi e benefici, di mercati, tutte cose che se in discussione fosse la scelta di un modello di automobile o la scelta se andare a Milano in treno o in aereo, troverebbero coerente applicazione, al punto di offrire quasi sempre una risposta quasi sempre vicina all’esattezza (i quasi sono obbligatori, sempre). E invece no. Quando si parla di energia, le evidenze fattuali, i dati, i calcoli sfumano da una parte o dall’altra, da quella di chi vorrebbe cento per cento rinnovabili dal prossimo equinozio di primavera o da quella che trasforma il dubbio in scetticismo e lo scetticismo in avversione.

Allora proviamo a ragionare con calma, a dialogare invece di sbattere le porte, a capire le ragioni che ciascuno mette in campo invece di sbuffare e inveire. Ed è proprio quello che FOR ha deciso di fare con questo workshop, cominciando con il dire che la transizione energetica è in atto, ma che non è una repentina rivoluzione ma nemmeno un lento mutamento meramente inerziale. E aggiungendo subito dopo che ad essere forse non sempre chiari sono gli strumenti individuati per conseguire gli obiettivi.

Anzi, il mix di obiettivi. Perché sono almeno tre e a dircelo sono tutti, dall’Unione Europea alle agenzie internazionali: 1, il contenimento del costo dell’energia e la sua disponibilità per tutti; 2, la sicurezza di approvvigionamento; 3, il contenimento degli impatti ambientali, soprattutto le emissioni climalteranti e quelle in area urbana. Fin qui tutto bene. I guai cominciano quando si entra nel merito di questo mix di obiettivi, il quale presenta subito una difficoltà maggiore: il fatto che gli ingredienti sono come le mele, il bronzo e l’acqua: non sono commisurabili.

L’unità di misura del costo dell’energia è diversa da quella della sicurezza e diversa da quella ambientale. Hai voglia, poi, a misurare in termini economici anche gli investimenti necessari a garantire la sicurezza e le cosiddette esternalità ambientali. Ci si ritrova subito in una cascata di valutazioni successive dove il margine di aleatorietà è crescente e mutualmente moltiplicato. E dove basta assumere un dato con un’approssimazione più alta o più bassa e diventa vero tutto e il contrario di tutto.

Per cui, proviamo a mettere una manciata di punti fermi, come ha fatto il mese scorso su queste colonne il professor Giuseppe Zollino, che ha mostrato come, ad esempio, il cento per cento rinnovabili si possa fare, ma soltanto al prezzo di investire enormi risorse in accumuli, interconnessioni con l’estero, linee di distribuzione e sistemi di bilanciamento in tempo reale del sistema elettrico. Allora, come è stato detto durante il workshop, facciamoci una domanda: le attuali politiche italiane ed europee in tema di energia vanno nella direzione di conseguire in maniera equilibrata i tre obbiettivi indicati? La risposta è solo parzialmente positiva, oppure tendenzialmente negativa (dipende dal punto di vista).

Da una parte, appare come l’aspetto ambientale sia stato privilegiato a scapito di quello dei costi (oggi circa un terzo delle fatture dell’energia elettrica è fatta da oneri per l’incentivazione delle rinnovabili e, tolte le imposte, l’energia vera e propria vale per meno della metà del costo finale), dall’altra parte, i risultati in termini di riduzione della dipendenza energetica e di contenimento delle emissioni climalteranti sono stati molto limitati. Il nodo è costituito dal fatto che gli incentivi, soprattutto quelli al fotovoltaico, sono scappati di mano, fino a compromettere la funzionalità del mercato elettrico.

Il nodo è dunque questo: come ridare un ruolo efficace al mercato elettrico, per evitare che il combinato disposto delle norme (varate dal Parlamento o introdotte dal ministero competente) e delle delibere del regolatore (l’Autorità per l’energia) riducano il margine d’iniziativa e di azione delle imprese ad un quasi zero. È un rischio paventato anche dal gestore della rete di trasmissione: che la crescita della generazione non programmabile, pure auspicabile ai fini ambientali, costringa a dirottare altre risorse non più per incentivare impianti di produzione, ma per garantire il necessario bilanciamento del sistema, attraverso la realizzazione di costose batterie per accumulare elettricità quando non richiesta dall’utenza e di nuovi diffusi impianti di compensazione alimentati a combustibili fossili, per lo più poco efficienti, ma capaci di entrare in funzione in tempi rapidissimi.