Roma, 23 Gennaio 2017. Non si può prescindere dal contributo dell’industria nel settore agricolo. Anzi, i processi di industrializzazione della filiera agroalimentare vanno incentivati, favorendo il rapporto tra ricerca, innovazione tecnologica e attività produttive. Ma non basta. Così come anche altri settori, l’agricoltura ha un ossatura composta di piccole, spesso micro, e medie imprese il cui sostanziale isolamento, in assenza di una governance coerente, impedisce loro di intercettare l’innovazione tecnologica, di raggiungere la grande distribuzione e di reggere il peso della competizione sui mercati globali.

Ed è proprio la costruzione di reti d’impresa l’esigenza maggiore che alcuni titolari di aziende del settore agricolo hanno espresso nel corso del workshop intitolato “Il sistema agricoltura tra locale e globale”, organizzato dalla Fondazione Ottimisti&Razionali lo scorso 23 gennaio con il coordinamento di Antonio Pascale e Andrea Segrè, cui hanno partecipato esperti, economisti e rappresentanti istituzionali.

Perché il settore dell’agricoltura possa superare le criticità ed assecondare le opportunità di sviluppo offerte dall’innovazione tecnologica, è però necessario uscire da una narrazione pesantemente condizionata da evidenti bias cognitivi, per cui tutto ciò che è naturale ha un sapore antico, familiare, buono e dunque sano, mentre tutto ciò che è industriale è freddo, razionale e quindi poco sano. Per la verità, la rivoluzione verde che ha consentito il passaggio dalla dura realtà della fame alla società dell’abbondanza è stata possibile proprio grazie alla meccanizzazione dei processi produttivi nella filiera alimentare. Un dibattito dunque che si fonda su premesse sbagliate, e che arriva ad influire negativamente anche sulle politiche pubbliche, con la conseguenza paradossale di bloccare la ricerca nel campo della bioingegneria, strumento essenziale tanto di difesa delle colture, quanto di miglioramento ed efficientamento della produzione.

Riprendere ad investire nella ricerca è prerequisito fondamentale per lo sviluppo del settore, che dopo anni di grandi cambiamenti, torna a conoscere una nuova centralità, sia sul piano delle relazioni internazionali e del peso geopolitico delle filiere agroalimentari, sia sul piano della crescita economica. In Italia, soprattutto, paese che come pochi altri può contare su una diversificazione naturale dei propri prodotti alimentari: tante nicchie agricole, tanti prodotti d’eccellenza che hanno però bisogno di essere valorizzati per poter competere con la fortissima concorrenza internazionale. Ed è qui che devono intervenire le istituzioni, per esercitare una governance che sappia dare una direzione coerente alla promozione dei prodotti alimentari e favorire lo sviluppo delle imprese agricole attraverso gli investimenti e la formazione.

L’interesse che le possibilità di utilizzo delle nuove tecnologie in campo agroalimentare genera nelle giovani generazioni ha bisogno, infatti, di essere sostenuto: sul piano finanziario – in termini di investimenti riconosciuti per le startup agricole – e sul piano del trasferimento di informazioni e di conoscenza. Chi ad esempio vuole realizzare una coltura intensiva sull’appezzamento di terreno ereditato dai nonni, ha bisogno di sapere come muoversi e di avere piena consapevolezza circa le scelte da compiere: è per questo fondamentale un percorso di formazione sul campo (letteralmente), che consenta agli operatori del settore di assorbire tutto quello che c’è nella ricerca, nell’innovazione, nelle pratiche meccaniche ed informatiche.