lunedì, 21 Giugno 2021

La tecnologia ci lascia sempre una scelta

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David Larousserie ha avuto recentemente la possibilità di intervistare Yuval Noah Harari, specialista di storia militare e medioevale, e professore all’Università ebraica di Gerusalemme. Nel 2014, nel grande affresco “Sapiens”, che ha avuto un successo planetario, ha descritto i grandi meccanismi di sviluppo dell’umanità dalla preistoria ad oggi. Ora, con “Homo deus”, uscito in Francia ai primi di settembre, Harari tenta un esercizio più pericoloso, di prospettiva, sull’avvenire antropologico delle nostre società. Qui di seguito una nostra traduzione dell’intervista comparsa su Le monde la settimana scorsa.

Come spiega il successo di vendite di libri che parlano del passato e del futuro dell’umanità?

Soprattutto è fortuna, perché le librerie sono piene di ottimi libri che nessuno legge. Mio marito, Itzik Yahav, c’entra per molto. Ma forse dipende dal fatto che propongo una visione globale dei fenomeni. Le persone sono sommerse da informazioni sempre nuove. Non ne vogliono altre, semmai sperano che qualcuno le strutturi. Io sono un po’ come Google e il suo motore di ricerca, organizzo la tela di fondo.

Che cosa spinge uno storico a tentare di predire l’avvenire dell’umanità? E come procede in questo nuovo libro?

Per me la storia non consiste soltanto nello studio del passato, ma piuttosto nei cambiamenti che intervengono nelle società e nelle culture. Certamente, ci si concentra sul passato, perché disponiamo di dati di fatto su questi periodi. Ma l’idea è quella di riuscire a dire delle cose sul futuro, senza tuttavia diventare un profeta, perché non si può predire il futuro. È quanto fanno gli economisti: studiano, ad esempio, le crisi finanziarie per metterci in guardia sui pericoli e le conseguenze di questi eventi.

Come vede l’avvenire dell’umanità?

Nel libro descrivo due grandi scenari, uno l’ho chiamato tecno-umanistico e l’altro l’ho battezzato dataista, la religione dei dati. Entrambi sono destinati a colmare il vuoto che sarà lasciato dall’esaurimento delle attuali ideologie e religioni. Nel primo scenario, le tecnologie, soprattutto la bioingegneria, saranno poste al servizio dell’aumento delle capacità cognitive, emozionali e fisiche dell’uomo. L’essere umano sarà in tal caso una sorta di prodotto di manifattura come ogni altro. Nel secondo scenario, l’uomo diventa sempre meno importante. L’autorità passerà dagli uomini agli algoritmi specializzati in intelligenza artificiale e in analisi dei megadati, raccolti da una moltitudine di sensori. Non c’è, in tal caso, un aumento delle capacità dell’uomo, c’è piuttosto un hacking dell’umanità da parte delle macchine. Gli algoritmi saranno capaci di capirci molto più di noi stessi. Tra queste due ipotesi, si potranno avere delle condizioni intermedie, nelle quali l’uomo è accresciuto grazie alla connessione alle macchine, una specie di specie mezza umana e mezza robot.

Entrambi questi scenari risultano assai catastrofici per l’uomo, ridotto al rango di giocattolo o di materiale inutile. In che cosa si differenziano, allora?

Il primo scenario crea delle disuguaglianze tra, da un lato, la maggior parte delle persone e, dall’altro, la nuova classe dei superuomini, ma questi ultimi continueranno a dominare il mondo. Nel secondo, non ci sono superuomini ma intelligenze artificiali e algoritmi. È difficile prevedere che cosa accadrà esattamente. Io mi interesso soprattutto alle tappe che precederanno questo brusco cambiamento, finché gli uomini controlleranno ancora i dati e gli algoritmi. E in quella fase già avremo problemi importanti. Per esempio: le macchine cominceranno a rimpiazzare un gran numero di mestieri: autista di taxi, medico, giurista… Altri problemi deriveranno dallo sviluppo di una società caratterizzata da una sorveglianza massimizzata, resa possibile da un’analisi fine dei comportamenti individuali. Pensiamo anche alle discriminazioni. Fino ad oggi esse hanno riguardato dei gruppi: gli ebrei, i neri, gli omosessuali… Le dittature del futuro, disponendo di enormi flussi di informazioni, non opprimeranno più dei gruppi, ma le singole persone, delle quali si saprà assolutamente tutto. Così sarà sempre più difficile resistere alle discriminazioni per accedere al credito, alla casa, all’impiego, perché ciascuno sarà solo e non più membro di un gruppo maltrattato. Inoltre, l’algoritmo avrà sempre ragione! Siamo fregati. Insomma: dovremo affrontare gravi crisi anche ben prima dell’avvento di una super intelligenza che rimpiazzerà gli uomini.

È possibile che prima di arrivare a quel punto scoppi una guerra per la conquista di queste nuove tecnologie?

Stiamo vivendo il periodo più pacifico della nostra storia, con meno morti nei conflitti, meno epidemie, meno carestie… Non prevedo un caso così estremo perché, anche senza conflitti armati, avremo l’onere di gestire le conseguenze dell’avvento degli algoritmi sul mercato del lavoro, sui sistemi di sorveglianza totale, sullo scivolamento dell’autorità degli uomini verso le macchine… Direi anche che, contrariamente a quanto si pensa comunemente, se il riscaldamento climatico creerà delle gravi crisi, vedremo un accelerazione delle soluzioni disperate, radicali, che vedranno lo sviluppo di nuovi algoritmi e nuovi computer.

Su che cosa fonda le sue convinzioni?

Tutto questo accadrà per la combinazione tra i progressi in biologia e quelli in informatica. La biologia decripterà i segreti della chimica del corpo e del cervello umano. L’informatica permetterà di analizzare masse di dati sempre più grandi – un compito che l’uomo è incapace di svolgere. La descrizione dell’uomo come una sorta di algoritmo biochimico mi sembra sia il pensiero dominante nei laboratori. Essendo uno specialista di storia della guerra, ho bisogno di sapere ciò che un’arma può fare, ma non ho bisogno di comprendere con esattezza la polvere da sparo per analizzare una battaglia. Anche qui: non ho bisogno di saper programmare per prendere coscienza dell’importanza e delle conseguenze dei progressi dell’intelligenza artificiale.

Non tutti i biologi condividono questa descrizione deterministica della macchina umana. Così come non tutti gli informatici sono concordi nel dire che un’intelligenza artificiale comparabile a quella umana è una cosa per il domani. Come considera queste posizioni?

Nel libro, spiego che una delle nostre principali lacune riguarda la coscienza. Forse troveremo un algoritmo per descriverla, analogamente a come i fisici hanno elaborato teorie generali, come la meccanica quantistica o la relatività. Oppure no. Quale sia la risposta non è molto importante. Ciò che conta è che la gente ci creda. Del resto, non sarebbe la prima volta che idee false hanno governato il mondo. Al XX secolo, il darwinismo sociale ha avuto effetti politici e sociali molto importanti, mentre molti scienziati erano consci del fatto che questo pensiero era fondato su una concezione errata del darwinismo stesso. Analogamente: tutte le religioni propongono una visione deformata della realtà, eppure convincono le persone e hanno dato forma al mondo.

Questi catastrofici scenari sono inevitabili?

Non sono affatto pessimista. Nel passato, grazie alle rivoluzioni tecnologiche e industriali, gli uomini hanno inventato diversi tipologie di società: il comunismo, il fascismo, le democrazie liberali…. La tecnologia ci lascia sempre una scelta, a condizione di avere fantasia. I nostri antenati sono riusciti a regolare la proprietà terriera, che era il fondamento del potere. Domani, il potere sarà nelle mani di coloro che possiedono i dati e bisognerà inventare dei modi per regolare questa proprietà. Nel libro spiego anche che le potenzialità della nostra coscienza sono largamente inesplorate. Forse esistono degli stati mentali che nessun animale ha mai vissuto e che devono ancora essere scoperti. Per esempio, potremmo finanziare maggiormente questo tipo di ricerche a discapito di quelle sull’intelligenza artificiale.

Lei è vegetariano, adepto di Vipassana, e non ha uno smartphone. È un modo personale per resistere a questo futuro?

Non ho alcuna nostalgia dei cacciatori-raccoglitori della preistoria. Ci siamo evoluti e se tornassimo a quei tempi morirei immediatamente nella foresta. Potrei farlo al massimo in una realtà virtuale! Sono vegetariano perché non voglio partecipare alla sofferenza animale legata all’alimentazione, ma ciò non c’entra nulla con le tesi che ho esposto nel mio libro. E poi, anche se non ho un cellulare, perché non ne ho bisogno e trovo che sottragga attenzione agli altri, so che sono sorvegliato e che possono tracciarmi. Dunque non posso evitare questi scenari futuri.

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