lunedì, 21 Giugno 2021

La fatica quotidiana della bellezza

Da non perdere

[vc_tta_accordion active_section=”6″][vc_tta_section title=”Il maschio Alpha – Parte I” tab_id=”1506334941508-d37f7c39-85d7″][vc_video link=”https://www.youtube.com/watch?v=10xJ5J7m00Q” align=”center”]

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Nel novembre 1980 il gruppo musicale Abba anticipò l’uscita dell’album Super Trouper con il singolo, The Winner Takes It All. Passava spesso in radio, divenne una popular song. La canzone esprimeva una dinamica dell’amore che molti etologi ritengono un’evidenza e un sillogismo scientifico: il vincitore è il maschio alpha, il vincitore prende tutto, il maschio alpha è un poligamo. Ci sono 4 evidenze da considerare. La prima: dimorfismo sessuale. In tutte le specie poligame esiste un marcato dimorfismo sessuale, i maschi sono in media più grandi delle femmine. La ragione è chiara: nell’arena biologica, il maschio compete per la femmine, e più facilmente vince quello più grosso e più forte. Un cervo selvaggio, il capo harem, di solito si accoppia e difende 4 femmine. Siccome il numero di maschi e femmine è uguale, vuol dire che 4 femmine partoriranno figli dello stesso maschio, e significa inoltre, che ci saranno 3 maschi che non otterranno femmine, e saranno tristi e frustrati. La selezione sessuale quindi favorisce quei caratteri (imponenza, forza) che garantiscono il successo riproduttivo. Del resto, per i maschi impegnati nella competizione, questo è l’unico modo per trasmettere i propri geni alle generazioni future, e i vincenti si prendono tutto, o quasi. Alle femmine dell’harem conviene perché si prendono una parte di quel tutto e i conti tornano. Certo la taglia grossa porta anche svantaggi, un orangotango per esempio, più grosso della femmina di una percentuale che va dal 25 al 50%, è lento, pesante, e spesso condannato a un esistenza solitaria, costretto a mangiare frutti acerbi e foglie mature (una specie di junk food), mentre, al contrario, le femmine, più snelle possono permettersi una dieta più varie e salutare, e anche per questo, in media le femmine vivono più dei maschi, in quanto non patiscono appieno i disagi e lo stress della competizione maschio vs maschio. I Gibboni, l’unica specie tra le grandi scimmie ad avere dinamiche monogame, non presentano dimorfismo sessuale, tanto è vero che la dimensioni di maschio e femmina si avvicinano. Negli insetti la differenza tra le dimensioni corporee degli individui dei due sessi esiste ma è spesso sbilanciato in favore del sesso femminile. Nella specie Deinacrida rugosa – un grillo gigante della Nuova Zelanda – le femmine possono raggiungere il peso di 20 grammi, in media il doppio di quello dei maschi. In questo caso la selezione sessuale favorisce i maschi più piccoli ma con zampe lunghe, quindi più mobili e veloci. Uno studio ha monitorato le attività dei diversi maschi – con dispositivo di radiotracking – e si è scoperto che quelli con taglia minore e zampe più lunghe ricoprono distanze maggiori alla ricerca delle femmine: circa 90 metri a notte. Naturalmente questi maschi durante i loro lunghi spostamenti incontrano e si accoppiano con un numero significativamente maggiore di femmine rispetto ai maschi meno agili. Inoltre, e questo è ancora più interessante, i maschi più agili e camminatori trasferiscono un numero maggiore di spermatofore (una capsula contenente spermatozoi prodotta dai maschi) a ciascuna femmina, quindi hanno maggiori probabilità di fecondare le uova: la loro idoneità genetica, la loro fitness è, dunque sia, alta. Comunque o sei grosso o sei piccolo devi lottare.

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La seconda serie di evidenze, oltre alle dimensioni del corpo, riguarda l’uso della violenza o la tendenza all’aggressività fra gli stessi maschi, e diciamo così, l’esistenza di un corredo anatomico che si giustifica solo con l’uso: a che servirebbero, corna, artigli, canini appuntiti se non venissero usati? E infatti li usano eccome. I tori, i cervi, i gorilla, non possono mica scegliere di non buttarsi nella mischia, devono aggredire, combattere, vincere, nemmeno possono temere ferite o morte, è il prezzo della riproduzione. Nelle specie poligame i maschi sono molto più violenti delle femmine. Questa differenza resta marcata anche in quelle specie moderatamente poligame. Nel caso contrario, cioè quando si instaurano rapporti monogami, la violenza tra maschi e femmine tende a essere uguale. La terza serie di evidenze è controintuitiva: là dove si instaurano i rapporti poligami le femmine diventano sessualmente mature prima dei maschi. Alle femmine toccano maggiori e pesanti sacrifici, le uova sono più grosse e limitate, c’è bisogno di costruire una placenta, di nutrire il feto prima e il cucciolo dopo con calorie supplementari. I maschi devono solo disperdere un po’ di seme, dunque è necessario che le femmine arrivino prima a maturità. In un regime competitivo come quello della poligamia – il vincitore prende tutto, o quasi – ai maschi non conviene buttarsi subito nella mischia quando sono piccoli, fragili e con poca esperienza. Per contrasto in quelle specie di primati che tendono alla monogamia i maschi e le femmine maturano  sessualmente nello stesso periodo (la bertuccia, la scimmia gufo). Viste e considerate le evidenze di cui sopra, i primatologi e i biologi evoluzionisti cercano di tirare le somme.

Nella specie sapiens, in media, il dimorfismo tra maschi e femmine si aggira intorno al 20% – è inutile sottolineare che trattiamo la media e non i singoli casi.  Comunque (in media) al lordo del grasso (le donne sono più grasse perché questo le avvantaggia durante e dopo la gravidanza) gli uomini sono il 40% più pesanti delle donne, hanno il 60% di massa muscolare in più, e attenzione: l’80% in più di muscolatura nelle braccia – ci sono poi altri caratteri che vanno dalla profondità della voce (una caratteristica di molte specie poligame) ad alcuni tratti mascolini, come la mascella. La maggiore massa muscolare e le dimensioni corporee sono servite nei millenni che si sono susseguiti a cacciare animali di grossa taglia, a  difendere il territorio e le donne dagli  attacchi dei predatori e delle popolazioni nemiche. Discorso a parte per i canini che nei maschi della nostra specie non sono più sviluppati di quelli delle donne. Ma del resto, i maschi sapiens hanno avuto altri strumenti per competere. Pochi dubbi sull’aggressività maschile tra i  membri della nostra specie. Il tasso di omicidi calcolato in tutti gli stati U.S.A. è stabile: tra uomini e donne è di 10 a 1.  Per meglio specificare questi dati: la  differenza tra uomini e donne per crimini piccoli è inesistente, ma la suddetta cresce in maniera esponenziale man mano che consideriamo rapine (molto alto), aggressioni (altissimo) e diventa drammatico negli omicidi. Chiunque di noi, poi, riguardo alla terza evidenza, sa bene e sulla propria pelle che le femmine della nostra specie maturano prima dei maschietti: è uno standard globale.

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E infine, la quarta evidenza: gli studi di biologia molecolare. Analizzando il DNA dei resti fossili si è visto che esiste una bassa variabilità del cromosoma Y (quello trasmesso solo dal padre) e una grande diversità del DNA mitocondriale, quello trasferito solo dalla madre. Quindi, fatti i calcoli vuol dire che alcuni maschi avevano più figli da donne diverse (bassa frequenza di variazione del cromosoma Y, cioè pochi maschi contribuivano al patrimonio genetico della popolazione successiva), e, quei maschi, godevano così di un vantaggio riproduttivo. Come se un re di un villaggio avesse più figli da più donne, i figli del re saranno più numerosi dei figli dei sudditi, e la variazione del cromosoma Y più bassa (il vincitore prende tutto). Finché, al passaggio dalla poligamia alla monogamia, questo rapporto è cambiato (è più alta la variabilità del cromosoma Y): sempre più uomini, dunque, e non pochi uomini, contribuiscono al pool genetico delle generazioni successive. Le evidenze di cui sopra – dimorfismo, violenza e aggressività maschile e ritardo maschile nella maturazione sessuale, fanno dire ai primatologi che i nostri antenati erano tendenzialmente poligami. Uno studio ha analizzato le dinamiche degli accoppiamenti in 849 tribù, precedentemente all’arrivo degli imperialisti con le loro regole giudaico cristiane. Ebbene 708 gruppi di indigeni su 849 (83%) preferivano la poligamia. Di questi 708 una metà lo erano abitualmente, l’altra metà lo erano occasionalmente. I restanti erano ufficialmente monogami e c’era un solo caso di poliandria. Questo non significa che tutti gli uomini sono poligami, significa che la poligamia coesiste con la monogamia. Uno studio sulla popolazione degli Xavante, ci mostra che su 184 uomini sposati, 110 erano strettamente monogami (avevano una sola moglie), 74 invece ne avevano più di una. Mentre alcuni uomini di stato sociale più elevato (non più ricchi ma cacciatori più bravi e leader insomma) avevano da 4 a 5 mogli. Naturalmente questi ultimi avevano più figli rispetto agli uomini monogami della stessa loro età.  Fatti i conti, a 40 anni di età, il 6% degli uomini di Xavante non aveva figli, mentre per contrasto su 195 donne sui vent’anni solo una non aveva figli, quindi il tasso di successo riproduttivo fra gli uomini era di 12.1, quello delle donne di 3.9. In conclusione i ricercatori sottolineano che “fino a poco tempo fa  solo pochi padri hanno contribuito al pool genetico della generazioni successive”, e allora nella preistoria umana la poligamia era la regola e non l’eccezione. La poligamia, poi e sembra strano, non ha eliminato la poliandria, l’ha solo resa sotterranea e nascosta. Il fatto è che non c’è nessuna legge biologica che condanni le donne alla fedeltà, anche la loro fitness aumenta se hanno rapporti con uomini diversi, del resto la mamma è sempre certa (in alcune specie di uccelli apparentemente orientate alla monogamia, il partner abituale delle femmine è diverso dal padre biologico della propria prole). Sulla biologia si costruisce la cultura, e gli uomini nutrono l’idea che il tradimento della propria donna possa danneggiare la propria virilità. Del resto, gli uomini messi davanti a una scelta preferiscono che la propria donna abbia un rapporto sentimentale e non sessuale con altro uomo. Inoltre in alcune culture (e nel porno occidentale) l’immagine della donna è spesso associata ad una natura focosa e insaziabile. Se da una parte l’uomo sogna un’amante ninfomane, dall’altra ne è spaventato.

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L’amore è tensione verso la bellezza, sosteneva Platone nel Simposio. Si potrebbe tuttavia cambiare la domanda: invece di chiedersi cos’è la bellezza, interroghiamoci su a cosa serve la bellezza? I paleontologi ci fanno notare che la bellezza è cosa recente: intorno ai 100  mila anni fa, vengono fuori i monili, la musica e gli strumenti musicali, il linguaggio e quelle meravigliose pitture rupestri. Quelle di Lascaux furono scoperte per caso, negli anni ’40, e i pochi fortunati che per primi le visitarono, alla luce di candele o di lampade a bassa intensità luminosa, hanno provato emozioni molto intense, i commenti erano di questo tenore: una visione che mi ha straziato il cuore. Nel documentario di Herzog sulle grotte di Chauvet, si ascolta il racconto di un ricercatore: dichiara la propria impotenza davanti a tanta bellezza. Il carico di emozioni era così forte che non riusciva più a entrarci, doveva fare lunghe passeggiate, così, per far decantare le emozioni, insomma, la bellezza strazia il cuore e stanca. Vista e considerata la nostra storia evolutiva, visto anche che la questione bellezza è spinosa, come siamo diventati sensibili alla bellezza, a cosa ci è servito? È esistito un primo oggetto bello? Se si chiede a una persona di immaginare un paesaggio, per prima cosa si disegnano degli spazi aperti con erba bassa e tanti alberi. In genere si preferiscono quelli che si biforcano vicino al terreno. Si aggiunge poi un laghetto, o tracce di acqua, e un sentiero o una strada che si dipana verso l’orizzonte. Questo tipo di paesaggio viene considerato universalmente bello, persino dai cittadini del mondo che non hanno o non vedono paesaggi simili: è il paesaggio ideale della savana, e noi esseri umani troviamo quasi spontaneamente la bellezza in esperienze visive simili. La bellezza, dunque, in un’ottica darwiniana, è il risultato di tutta una serie di adattamenti, funzionali, nel caso dei paesaggi suddetti, serve a sottolineare l’esperienza di ciò che è utile per la sopravvivenza. Ma la bellezza artistica? Dennis Dutton nel suo libro The Art Instinct: Beauty, Pleasure, and Human Evolution, ipotizza che per la bellezza artistica i contesti culturali sono una condizione necessaria ma non sufficiente. Tanto è vero che alcuni studi sui primi manufatti artistici sembrano indicarci un comune modus nascendi della bellezza, diciamo così: funzionale alla selezione sessuale. A partire da 1,4 milioni di anni fa, ai tempi dell’Homo ergaster, i nostri avi cominciano a produrre delle lame sottili di pietra, a volte arrotondate in ovale, altre volte, il più delle volte in verità, modellate a forma di foglia appuntita o meglio (più poeticamente) di lacrima: sono bellissime, è una di quelle visioni che vi strazia il cuore.  In gergo tecnico sono amigdale acheuleane – il nome è complicato, ma in realtà prendono il nome da Saint-Acheul di Francia, dove sono state scoperte nel Diciannovesimo secolo. Ma non solo in Francia, queste asce si trovano disseminate per Asia, Europa e Africa, quasi dovunque abbiano vagato l’Homo erectus e l’Homo ergaster. Scavando sono stati trovati siti che contengono asce di varie forme e dimensioni. A che servivano?

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A che servivano le asce bifacciali? Vabbè facile: sono appuntite, a forma di cuneo, simmetriche, le impugni e macelli gli animali. E no! A parte che, appunto, ce ne sono alcune molto grandi, non funzionali alla macellazione, ma a differenza degli altri strumenti pleistoceni, le amigdale spesso non mostrano tracce d’uso. Le loro lame di pietra hanno margini troppo delicati e poi la simmetria, i materiali così belli da guardare, seducenti e, soprattutto, la loro fattura, così meticolosa e insomma non ci siamo con la macellazione. Allora, a cosa servivano?  La miglior risposta disponibile è: per bellezza! E sì, le asce di amigdala sono la prima opera d’arte conosciuta. Cioè, dapprima c’erano strumenti pratici, usati macellare, poi questi sono stati trasformati in eleganti e accattivanti oggetti. Riusciamo a immaginare l’Homo ergastger e i suoi successori chini su un pezzo di pietra e intenti a modellarlo?  Se ci riusciamo allora dobbiamo considerare che questi uomini al lavoro per produrre asce, dimostravano d’avere alcune qualità: pazienza, manualità, ottimo controllo motorio, capacità di pianificazione (oggi questa è solo una pietra domani sarà un’ascia) e poi, elemento da non sottovalutare, accesso riservato a materiali particolari. Si viveva in piccoli gruppi ed è probabile che questi artigiani, non volendo, acquisissero prestigio e status. È altresì probabile che ci fossero donne che scegliessero uomini che realizzavano asce di amigdale, aumentando così la fitness appunto. Che poi è la solita vecchia storia: se stasera dopo cena vuoi passare nella mia caverna, c’avrei tutta una collezione d’asce da farti vedere. Selezione sessuale insomma, portata avanti dalla scelte delle donne – la  scelta è sempre femminile, questa è una delle poche sicurezze dei biologi evoluzionistici. Il filosofo Dennis Dutton ci invita, semmai ci fermassimo davanti alla vetrina di una gioielleria, a far caso, proprio a quelle pietre a forma di lacrima. Ci piacciono? Sì! Bene, siamo sicuri che è solo la nostra cultura a dirci che quel gioiello luccicante è bellissimo? Probabilmente quella bellezza viene da lontano. Al tempo, i nostri lontani antenati non potevano esprimere l’amore per la bellezza con le parole, né scrivevano trattati di estetica, ma erano riusciti (distrattamente?) a passare da un oggetto utile, un ascia per macellare, a uno inutile per la macellazione. S’erano separati dalla funzione primaria e tuttavia la bellezza dell’oggetto, proprio perché aveva perso la sua funzione originaria, ne aveva acquistata un’altra: un segnale inconscio per aumentare la fitness: scegli me, qui c’è uno che ci sa fare.  Quindi, la bellezza delle cose è negli occhi di chi le guarda? No, troppo facile, probabilmente è nella profondità delle nostre menti. È un dono, che ci arriva dalle abilità e dalle emozioni dei nostri più vecchi antenati. Nella teoria darwiniana sense of beauty e teoria della selezione sessuale si sorreggono reciprocamente: il desiderio sessuale rappresenta la condizione di base del piacere estetico e la bellezza è il modo con cui tale desiderio si attiva. Oggi i biologi considerano la scelta estetica un fatto assodato, casomai cercano di studiare meglio i criteri di preferenza, ovvero: perché le femmine scelgono come scelgono? Alcuni, come Richard Prum credono che le femmine scelgono facendosi guidare esclusivamente dal loro senso del bello, quindi la scelta è di carattere estetico, altri come Voland vedono nella scelta un approccio utilitaristico, dunque la bellezza ha la sola funzione di indicare un migliore equipaggiamento genetico.

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Non sappiamo davvero come si sceglievano i partner nel paleolitico. In mancanza di testimonianze dirette possiamo usare quelle indirette, appunto, il mondo animale è ricco di scelte sessuali fondate sul senso della bellezza. Gli etologi si danno un gran daffare in quest’ambito, soprattutto per studiare gli uccelli giardinieri. Che sono noti per le loro particolari strategie di corteggiamento. I maschi costruiscono strutture simili a pergolati, intrecciando ramoscelli e altro, e così realizzano un corridoio  alla fine del quale c’è piccola arena, anch’essa decorata, e lì ci sono fiori, oggetti e conchiglie colorate. Le femmine visitano uno dopo l’altro i nidi d’amore, si guardano intorno e alla fine selezionano il partner, appunto, per ora, diciamo così: basandosi sulla bellezza del giardino preparato dal maschio. Alcune specie come il grande giardiniere grigio (Ptilonorhynchus nuchalis) dedicano grande attenzione non solo all’arena – che è appunto è ben decorata con  sassi, ossa e conchiglie di colore grigio e bianco – ma anche al corridoio. Riescono a  disporre gli oggetti, cioè i sassi secondo uno schema preciso. Cioè, non sono messi a caso, ma i sassi più piccoli sono piazzati vicino all’ingresso del corridoio e più grossi nella parte terminale del cortile. In questo modo si crea una sorta di illusione ottica – come la galleria Spada di Borromini – che quasi forza le femmine ad entrare, anche perché, in questo modo, proprio grazie all’illusione il corridoio sembra lungo, la dimensione del cortile sembra ridotta, e dunque il maschio in attesa appare grande, più appetibile per le femmine. I due ricercatori che hanno studiato l’affair giardiniere grigio, Laura A. Kelleye  John A. Endle (Illusions Promote Mating Success in Great Bowerbirds), si sono divertiti a fare dispetti ai maschietti, hanno rimescolato i sassi, in maniera casuale, così la prospettiva era rovinata, ebbene, dopo tre giorni,  i maschi, testardamente, avevano ristabilito il gradiente dimensionale. Sono affezionati alla prospettiva, tanto è vero che quelli in grado di produrre le più sofisticate ed ingannatrici illusioni ottiche riescono a copulare con più femmine, ottenendo quindi un maggior successo riproduttivo. Quindi davvero gli uccelli  hanno un senso estetico? Non solo riconoscono la bellezza ma la ricercano a prescindere dalla riproduzione?  David Rothenberg, filosofo e musicista, a proposito degli uccelli giardinieri,  ritiene che sì, se da un lato la loro attività artistica è frutto di una predisposizione innata, dall’altro deve essere appresa culturalmente. Tant’è vero che i maschi più anziani diventano sempre più esperti mentre un maschio allevato isolato, in cattività, costruisce pergolati molto miseri e semplici. Altri biologi sostengono che gli elementi ornamentali raccolti non rappresentano oggetti  idealmente belli, sono solo indicatori di fitness: la bacca rossa o il petalo segnalano la resistenza e la tenacia necessaria ai maschi per reperire e custodire tali risorse contro gli attacchi dei contendenti: la bellezza insomma è una gran fatica. Lo studio di Jessica Yorzinski sul pavone è significativo. Si apre con un video: eccolo il nostro protagonista, arriva vanitoso e impettito, sfoggia la coda e tenta con strilli e suoni gutturali di attirare la femmina. Ma lei sembra insensibile e così rimane, voltata e indifferente, tanto che alla fine il pavone tenta di accoppiarsi con una scoiattola di passaggio. E neanche lei accetta.  Il corteggiamento dei pavoni ruota attorno al lek, cioè una zona definita in cui i maschi si radunano per corteggiare le femmine, e lì si pavoneggiando appunto: fuori i colori del piumaggio o del mantello, danze  e canti.  Ma le femmine del pavone sono di gusti difficili.  In un normale lek circa il 5 per cento dei maschi ottiene la maggior parte delle femmine, mentre quasi tutti gli altri non ottengono niente di niente. Avere successo richiede impegno, il pavone maschio deve essere il più bello di tutti, deve vincere e prendere tutto, come nella canzone degli Abba.

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