Roma, 13 dicembre 2018.  Il workshop “La Questione Rifiuti tra mito e realtà” organizzato da FOR ha affrontato diversi aspetti legati ad una delle tematiche maggiormente dibattute in Italia negli ultimi anni. Chicco Testa, presidente di Fise Assoambiente, ha moderato l’incontro cui hanno partecipato anche Agostino Re Rebaudengo, presidente di Asja Ambiente Italia e Assorinnovabili, ed Emilio De Vizia, Amministratore unico DESAG Ecologia.

il live tweeting dell’incontro

Testa ha facilitato la comprensione degli argomenti attraverso una narrazione per numeri.

Merita di essere riportato il dato sulla produzione pro capite italiana di rifiuti ricilcati, che si attesta intorno ai 497/500 kg – ben al di sotto del livello di Paesi come la Germania e la Danimarca – con una media di 130 kg all’anno pro capite (per restare alla Germania, qui il numero registrato è pari a 300 kg pro capite annui).

Il nuovo Pacchetto europeo sull’economia circolare stabilisce il duplice obiettivo di incrementare l’attività di riciclaggio e di riduzione delle discariche in due diversi step, entro rispettivamente il 2025 e il 2030. Mettendo a confronto l’Italia con il resto d’Europa, e analizzando al contempo tutti i fattori alla base del divario tra regioni del nord e regioni del sud, si è evidenziato che gli ostacoli principali al raggiungimento dei suddetti obiettivi riguardano visioni ideologiche, la c.d. “Sindrome Nimby” (nelle sue varie sfaccettature: ambientale, locale, politica, giudiziaria), la normazione particolarmente complessa, nonché la presenza di una burocrazia protesa ad un eccesso di progettazione.

Il Nord è quasi autosufficiente; il Sud ha tariffe alte e totale carenza di impianti. In Sicilia ad esempio vanno in discarica l’80% dei rifiuti, mentre la Capitale esporta ben l’85%. Al riguardo va appunto ricordato che è possibile trasportare al di fuori del comune di pertinenza soltanto i rifiuti speciali, mentre i rifiuti urbani devono necessariamente essere trattati nello stesso luogo (inteso quale ente territoriale locale) dove vengono prodotti. Un esempio? I TMB, gli impianti di trattamento dei rifiuti indifferenziati molto in voga negli ultimi tempi, che  trattano proprio rifiuti urbani che diventano rifiuti speciali una volta usciti. Un vero e proprio escamotage per sfuggire al trattamento finale in loco.

Quali sono allora le soluzioni? A che livello si deve intervenire per cambiare lo status quoLa politica – si è detto più volte nel corso del workshop – deve venire incontro agli obiettivi fissati dall’Europa in tema di economia circolare. Come? Significativo lo slogan “Zero rifiuti? Tanti impianti!” ribadito da Chicco Testa con l’assenso degli altri due ospiti. Impianti che avranno un impatto sull’ambiente circostante, ma che dovranno altresì essere continuamente al passo con le innovazioni apportate dalla tecnologia per ridurre effetti ancora più pericolosi per la salute umana e dei territori.

Merita però di essere posta l’attenzione su quelli che sono effettivamente gli hot topic che da ora in avanti dovranno essere dibattuti dall’opinione pubblica per costruire un presente sempre più proiettato verso il futuro. Il riferimento corre veloce al concetto di “Economia Circolare” nelle sue diverse applicazioni, unito alla pianificazione di politiche di crescita economica e di sensibilizzazione del modus pensandi e operandi delle persone. In altre parole, “Economia Circolare” significa costruire filiere industriali ed educare la popolazione ad un nuovo stile di vita. La giusta consapevolezza dei problemi dunque, quale primo e ineluttabile strumento per superare gli stessi. Emilio De Vizia su questo tema ha ribadito la necessità di raggiungere gli obiettivi fissati dalla COP21 di Parigi, protendendo verso un corretto smaltimento dei rifiuti. Per evitare quindi che lo sforzo per modificare i parametri dell’approvvigionamento energetico nazionale resti vano.

Il metano rilasciato in atmosfera – il caso forse più eclatante e paradossale – rientra tra i gas che producono il cd. “effetto serra”. Serviranno allora sempre più impianti di biogas per evitare un effetto boomerang. Sul tema è intervenuto Agostino Re Rebaudengo, ricordando che “il biogas può essere utilizzato come combustibile o fonte per produrre energia elettrica da immettere nella rete. Ecco che sarà allora ragionevole il rispetto dell’obiettivo fissato dalla COP21 di produrre circa 10 mld di metri cubi di metano entro il 2030.         

La sfida più difficile si giocherà però sul piano culturale e della programmazione: secondo uno studio REF, un aumento del PIL dovuto ad una crescita dei consumi comporterà al contempo una maggior produzione di rifiuti che – per essere trattati esclusivamente in Italia – avranno bisogno di ulteriori 30 impianti per la sola frazione umida (da aggiungere ai 50 già mancanti attualmente).

Se è dunque vero che la raccolta differenziata è in costante aumento, è altrettanto innegabile l’inutilità di questo sforzo se buona parte di essa rimane inutilizzata.

Occorre una policy che intervenga a 360 gradi sulla gestione del fenomeno dalla produzione del rifiuto fino al suo riutilizzo come materia prima, passando per uno smaltimento in impianti specializzati (si pensi che nel mondo delle plastiche servirebbe un trattamento specifico per ogni polimero), liberalizzando e favorendo gli investimenti privati.

Quali sono allora le soluzioni? A che livello si deve intervenire per cambiare lo status quoLa politica – si è detto più volte nel corso del workshop – deve venire incontro agli obiettivi fissati dall’Europa in tema di economia circolare. Come? Significativo lo slogan “Zero rifiuti? Tanti impianti!” ribadito da Chicco Testa con l’assenso degli altri due ospiti. Impianti che avranno un impatto sull’ambiente circostante, ma che dovranno altresì essere continuamente al passo con le innovazioni apportate dalla tecnologia per ridurre effetti ancora più pericolosi per la salute umana e dei territori.

Merita però di essere posta l’attenzione su quelli che sono effettivamente gli hot topic che da ora in avanti dovranno essere dibattuti dall’opinione pubblica per costruire un presente sempre più proiettato verso il futuro. Il riferimento corre veloce al concetto di “Economia Circolare” nelle sue diverse applicazioni, unito alla pianificazione di politiche di crescita economica e di sensibilizzazione del modus pensandi e operandi delle persone. In altre parole, “Economia Circolare” significa costruire filiere industriali ed educare la popolazione ad un nuovo stile di vita. La giusta consapevolezza dei problemi dunque, quale primo e ineluttabile strumento per superare gli stessi. Emilio De Vizia su questo tema ha ribadito la necessità di raggiungere gli obiettivi fissati dalla COP21 di Parigi, protendendo verso un corretto smaltimento dei rifiuti. Per evitare quindi che lo sforzo per modificare i parametri dell’approvvigionamento energetico nazionale resti vano.

Il metano rilasciato in atmosfera – il caso forse più eclatante e paradossale – rientra tra i gas che producono il cd. “effetto serra”. Serviranno allora sempre più impianti di biogas per evitare un effetto boomerang. Sul tema è intervenuto Agostino Re Rebaudengo, ricordando che “il biogas può essere utilizzato come combustibile o fonte per produrre energia elettrica da immettere nella rete. Ecco che sarà allora ragionevole il rispetto dell’obiettivo fissato dalla COP21 di produrre circa 10 mld di metri cubi di metano entro il 2030.         

La sfida più difficile si giocherà però sul piano culturale e della programmazione: secondo uno studio REF, un aumento del PIL dovuto ad una crescita dei consumi comporterà al contempo una maggior produzione di rifiuti che – per essere trattati esclusivamente in Italia – avranno bisogno di ulteriori 30 impianti per la sola frazione umida (da aggiungere ai 50 già mancanti attualmente).

Se è dunque vero che la raccolta differenziata è in costante aumento, è altrettanto innegabile l’inutilità di questo sforzo se buona parte di essa rimane inutilizzata.

Occorre una policy che intervenga a 360 gradi sulla gestione del fenomeno dalla produzione del rifiuto fino al suo riutilizzo come materia prima, passando per uno smaltimento in impianti specializzati (si pensi che nel mondo delle plastiche servirebbe un trattamento specifico per ogni polimero), liberalizzando e favorendo gli investimenti privati.