lunedì, 21 Giugno 2021

Industry 4.0, intervista a Matteo D’Ulisse

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Un ecosistema, un cluster eterogeneo che raccoglie informazioni e competenze di provenienza diversa, una rete sui cui nodi convergono contaminazioni e partnership in grado di sviluppare practices innovative, processi produttivi più efficienti ed una nuova concezione del lavoro in fabbrica. Se si vuole comprendere fino in fondo il fenomeno Industry 4.0, e capire perché passa da qui – dopo anni di difficoltà – il rilancio del comparto industriale italiano, con tutte le ricadute del caso in termini di sviluppo e crescita complessiva, bisogna andare oltre la semplificazione dell’innovazione tecnologica applicata alla catena di montaggio. Che c’è, ovviamente, ma non rappresenta il cuore di quella che è stata definita come la quarta rivoluzione industriale.

Per capirne un po’ di più ne abbiamo parlato con Matteo D’Ulisse, ingegnere e Assistant Manager di KPMG Advisory, che ha diretto il team impegnato nell’implementazione del nuovo stabilimento Lamborghini di Sant’Agata Bolognese, dove viene prodotto Urus, il Super Sport Utility Vehicle (SSUV) della casa automobilistica emiliana. Un progetto di ampliamento del sito produttivo (da 80 mila a 160 mila metri quadri), fondato proprio sui principi della Factory 4.0: un percorso integrato tra nuove funzioni, soluzioni tecnologiche di automazione e digitalizzazione dei processi produttivi, e lavoro dell’uomo.

“Nella prima fase, iniziata a settembre del 2015, abbiamo messo intorno al tavolo esperienze professionali e competenze tecniche diverse: progettisti italiani con esperienza in diversi settori dell’information technology e dell’automotive, chiamati a scambiarsi informazioni, idee, stimoli e proposte da far convergere nell’elaborazione del progetto. Da luglio 2016 ha poi avuto inizio la seconda fase, quella dell’implementazione del processo produttivo attraverso la creazione di una nuova linea di assemblaggio” che Lamborghini, decisa ad ampliare la propria gamma di prodotti entrando nel mercato dei SUV, ha scelto di destinare alla produzione di Urus.  Il risultato della collaborazione con KPMG è una fabbrica che appare molto diversa da come siamo abituati ad immaginarcela, con gli operai dotati di chiave inglese in fila davanti al nastro trasportatore: “tra le innovazioni che abbiamo introdotto, ad esempio, c’è la digitalizzazione dei processi produttivi, con gli operatori dotati di dispositivi mobili e pc industriali con schermi da 21 pollici che consentono di supportare la produzione e di abilitare l’interconnessione tra uomo e macchina.”

Quello che è importante capire subito, quando si parla di smart factory, è che non si tratta di un’infrastruttura “ma di una nuova concezione del lavoro” continua D’Ulisse. “La digitalizzazione e l’automazione dei processi produttivi sono fenomeni presenti ormai già da diversi anni. La principale innovazione consiste nel riuscire a mixare queste due componenti. L’obiettivo finale è quello di avere macchinari che fanno la cosa giusta al momento giusto e in coordinazione con l’uomo. Per ottenerlo occorre cambiare il paradigma sulla base del quale facciamo le cose, usando la tecnologia. Non si tratta solo di ridurre i costi o di raggiungere l’efficientamento energetico: certo, c’è anche questo, ma una smart factory è soprattutto un nuovo modo di produrre, un nuovo modo di fare industria: un nuovo modo di lavorare, prima impensabile.”

Facciamo un esempio pratico. “L’obiettivo di Lamborghini è produrre, naturalmente, un’auto priva di difetti. Come si fa? Hai il modello, e hai la necessità di osservarlo centimetro per centimetro, segnarti cosa non va, tracciare i difetti uno per uno, individuarne le cause, registrarli in un elenco che consenta anche di elaborare una statistica utile a rilevare i percorsi di produzione che conducono a quei difetti, e quindi a capire come intervenire per eliminarli.” Ora, lavorare in un contesto tradizionale, diciamo così, comporta l’uso della carta (banalmente, la x sul paraurti del modellino disegnato sul foglio in corrispondenza di un difetto rilevato sulla macchina), demanda il compito di individuazione dei difetti alla componente umana (e quindi comporta maggiori rischi di commettere errori) e impedisce di fatto un coordinamento automatizzato ed efficiente tra le persone e le macchine; “se invece hai a disposizione un modello online e in 3D a cui possono accedere in qualsiasi momento tutti gli operatori, crei una coordinazione che ti permette di migliorare il risultato finale con un efficacia molto maggiore. Questo è il tema della smart factory: un nuovo modo di lavorare, che mette in coordinazione l’uomo con le tecnologie, e le tecnologie tra loro, per rendere il lavoro più efficiente, ed ottenere un migliore risultato finale.”

La parola chiave è integrazione: infrastrutture digitali, IOT, macchinari e lavoro dell’uomo combinati insieme in processo produttivo che proprio grazie a queste modalità è in grado anche di automigliorarsi, sia sul piano dell’efficienza, sia sul piano della qualità del prodotto; “c’è un tema molto importate legato al training”, continua infatti D’Ulisse, “con questo nuovo modo di intendere i processi di fabbrica, gli stessi operatori lavorano in un continuo scambio di informazioni e di esperienze che permette loro di aumentare skills e produttività”.

Un sistema in grado di usare la tecnologia per automigliorarsi apre un altro tema di grande attualità: il rapporto tra l’intelligenza artificiale e l’automazione con la presenza stessa dell’uomo all’interno della produzione industriale. Insomma, la paura che i robot possano definitivamente sostituire l’uomo nella catena di montaggio: del resto anche Bill Gates, che per biografia non può certo essere considerato pregiudizialmente contro il progresso né estraneo al mondo dell’innovazione tecnologica, ha poco tempo fa lanciato l’allarme chiedendo di rendere più costoso per le aziende usare questo tipo di modelli produttivi. “Nella mia esperienza non ho visto diminuire il numero delle persone in fabbrica. Ho visto piuttosto il moltiplicarsi delle competenze. È difficile prevedere se, in futuro, il saldo della sostituzione dell’uomo con la macchina nella parte del processo produttivo più ripetitiva, sarà positivo o negativo. Il cambiamento è in atto: il tema non è se affrontarlo, ma è come affrontarlo. Il punto è cosa accade se io sto fermo. La provocazione di Bill Gates è utile a stimolare il dibattito: bene parlarne, perché solo così si possono trovare le strade giuste per affrontarlo. Ma bisogna stare dentro questo cambiamento. Perché le opportunità sono tantissime: si possono creare servizi nuovi, settori nuovi, possibilità nuove. Aumenta il lavoro qualificato, aumentano le tipologie di prodotto e la qualità del prodotto. Con i suoi investimenti in integrazione tra innovazione tecnologica e lavoro dell’uomo, Lamborghini ha portato oltre 500 assunzioni, tra lavoro diretto e indiretto. In definitiva, più riusciamo a fare prodotti e servizi innovativi, più creiamo lavoro.”

 

di Alessandro Fiorenza

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