lunedì, 21 Giugno 2021

Il progresso batte il virus (1)

Da non perdere

Di Umberto Minopoli

I virus sono per sempre e dobbiamo convincerci di questo. Ormai dovremmo averlo capito, si trovano in natura – nascosti, sopiti o manifesti – da milioni di anni. Anzi, forse, miliardi: sono i primissimi prodotti della vita biologica, prima ancora della vita cellulare e dei primi batteri. Non a caso, si parla di un’ecologia dei virus (sono proteiformi e contano un  numero, imprecisato e sconosciuto, di specie) come gli ecosistemi ancora selvaggi, gli animali selvatici. Partendo da questi ambienti originari, si dice, che i virus “spillino” in animali domestici ed uomo, scatenando epidemie. Che sono tanto più insidiose quanto è più facile la via della penetrazione.

Quella dei virus Covid- Sars è la più pericolosa: penetra attraverso il contatto aereo e lo scambio di particelle di liquido o muco infetto, ed è la forma di trasmissione tipica delle patologie influenzali. I virus (a differenza di altri microrganismi tra cui funghi, batteri, spore) sono intrinsecamente votati alla patogenicità (ricordiamoci che esistono anche dei virus che svolgono funzioni utili). Per una ragione semplice: sono pezzi di genoma vivente ma incompleto. Per vivere – metabolizzare e riprodursi – devono sfruttare una cellula ospite e il suo meccanismo metabolico (trasformazione di molecole chimiche variegate in energia vitale). Sfruttare una cellula significa spesso ucciderla. E comunque un virus deve riprodursi trasferendosi in cellule sempre nuove e cercandole, ovviamente, in territori vergini, come dei nuovi corpi; e nuovi corpi e contatti facili per trasferirsi, li trovano nelle aree di densità, il cui luogo ideale sono le grandi conurbazioni. I virus alloggiano in luoghi selvaggi – piante o animali – ma si esprimono alla grande, nei luoghi urbanizzati.

Il driver di un’infezione virale è vecchio come il mondo: un contatto e uno scambio di materiale organico (il luogo in cui il virus alloggia)  tra un essere umano e un ospite, (animale o pianta) per vie molteplici: saliva, sangue, cibo, feci, maneggio di organi animali etc… Per scatenare l’epidemia (“outbreak”) basta il contatto con i propri simili. La malattia virale segue dei tempi di latenza prima di manifestarsi. Un individuo, apparentemente sano, ha qualche giorno di tempo per infettare, inconsapevolmente, i suoi simili. Quando la vita sociale era meno sviluppata ed i viaggi più lenti, che coinvolgevano un numero limitato di persone, le epidemie erano circoscritte e difficilmente diventavano pandemie. Oggi il semplice volo di una persona infettata dal luogo dell’infezione in un’area densamente abitata, in poche ore, diventa pandemia.

Ci si chiede: da almeno venti anni assistiamo ad una recrudescenza e una virulenza dei virus? In realtà non è proprio vero. La più severa influenza virale pandemica, la così detta “spagnola” di un secolo fa (con successive ricadute) batte, forse, anche il coronavirus (per numero di fatalità). Ci sono libri e autori che cercano di dare una colpa “antropica” per i virus (analoga a quella che imputa all’uomo moderno i cambi climatici). Esiste ovviamente una causa “ecologica” che si potrebbe individuare: il disboscamento (che induce magari a moltiplicare “contatti” tra uomo e animali o piante che ospitano il virus). L’urbanizzazione, creando densità, offre l’ambiente ideale (per il virus) dell’epidemia. Mettiamoci pure che certe abitudini moderne – il viaggio esotico, la caccia nei luoghi selvaggi etc… – sono oggi più praticate che nel passato. E’ questa l’ “ecologia dei virus” di cui possiamo parlare. Si tratta, come si vede, di condotte umane – frequenza e numerosità di viaggi veloci, costruzione di aree urbane dense, per collocare un mondo che si avvia ai 9 miliardi di abitanti e che aspirano a condizioni di vita moderna – immodificabili, che migliorano la vita degli uomini anche se, probabilmente, elevano i rischi di epidemie virali.

Perciò, andiamoci piano ad attribuire i virus o le pandemie all’uomo moderno. Al contrario, grazie al progresso, oggi si muore molto di meno per le malattie virali, e non solo per merito dei vaccini.  Magari, dopo questa pandemia, scopriremo l’esatto contrario: che, grazie alla modernità e alla tecnologia, noi siamo la finestra giusta, nella storia dell’evoluzione naturale del pianeta, per sconfiggere le insidie virali. (1.continua)

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