lunedì, 16 Maggio 2022

I meme. Conversazione con Alessandro Lolli

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Non sono nati negli ultimi anni, eppure è da relativamente molto poco che si guarda al fenomeno con sospetto e preoccupazione da un lato, con superficialità e noncuranza dall’altro: i meme sono, stando al pensiero comune, veicolo di posizioni estremiste pericolose oppure boutade da ragazzini senza alcun valore. Questo accade perché, per loro stessa natura, i meme sono user generated content e giocano su ironia e meta-ironia: la goliardia continua e ciclica che alla fine fa smarrire il senso originario.

L’ex Vicepresidente USA Joe Biden, fonte inesauribile di meme

Prima le pagine satiriche e i gruppi tematici, poi qualche brand che ci ha costruito la propria strategia di comunicazione, recentemente anche alcuni politici italiani hanno iniziato a comunicare con i meme. L’enorme diffusione che riesce ad avere un contenuto molto virale fa gola, e molti social media manager sono tentati di utilizzarne formati diversi nelle loro strategie.

Quando lo fanno, però, utilizzano formati che sono già vecchi: per la loro stessa natura i meme esplodono, saturano tutte le possibili combinazioni in pochissimi giorni o al massimo settimane, e inserirli in una strategia prima che sia tardi non è semplice.

Quando poi arrivano i media tradizionali a parlarne, è ancora più tardi, perché questi canali sono mainstream. Per il popolo dei meme tutto il mainstream è roba da normie: i normie sono le persone comuni, quelle che non capiscono citazioni e riferimenti, quelli che ridono per battute ad un solo strato di ironia. In sintesi, la gran parte delle persone.

Negli ultimi giorni è successo esattamente questo, si è discusso di un particolare momento in cui un meme nato prima negli Stati Uniti  per prendersi gioco dell’Alt-Right e poi utilizzato dai suoi supporters, i fanatici estremisti americani – è arrivato in Italia. Abbiamo chiesto ad Alessandro Lolli, autore de La Guerra dei Meme, un aiuto a capirci qualcosa in più.

Che cosa sono i layers di ironia e perché sono fondamentali per comprendere un meme?

“I layers of irony, o livelli di ironia, non sono nati con i meme, sebbene questi siano un ottimo veicolo. Il regime ironico – che integra anche la post-ironia e la meta-ironia – mette in crisi la stessa possibilità di dire qualcosa che sia univocamente comprensibile. Non è l’ironia semplice il problema, il layer numero uno, cioè dire qualcosa per intendere l’opposto, ma tutti i potenziali artifici retorici, i successivi layers, che rendono il messaggio indecodificabile.”

L’attuale Vicepresidente

“I meme, per via della loro struttura composita e autoreferenziale, sono perfetti per giocare con la meta-ironia e questo è uno dei motivi per cui sono un congegno semiotico affascinante e divertente. Il problema è quando un simile registro viene dispiegato in politica o su tematiche delicate, perché consente di intorbidire le acque, spararla grossa e poi deresponsabilizzarsi.”

Secondo te è possibile (o auspicabile) spiegare e far capire i meme ai normie?

“Il normie, per definizione, è colui che non li capisce, quindi dal momento che glieli spieghi non è più tale. Ho scritto La Guerra dei Meme anche con quest’obiettivo: cercare di raccontare la storia e il funzionamento di un prodotto culturale che in tantissimi vedono tutti i giorni ma che magari comprendono solo superficialmente. Io credo che, negli ultimi anni, il successo dei meme di per sé abbia già portato a una normificazione generale dei media, tanto che ormai viene usato regolarmente nel marketing – sempre verso determinati target – e tutto lascia pensare che il processo possa solo accelerare. Poi, certo, essendo nella natura stessa della memetica la volontà di spostare sempre più in là le modalità del dire e del ridere, la dicotomia elitista tra interni e esterni si riprodurrà ogni volta. Ma il numero di meme leggibili dalla massa è in costante crescita, e credo che recentemente sia cambiata la dinamica stessa della normificazione. Ma questo è un discorso un po’ lungo e complesso e rimando al libro per approfondirlo.”

Come dovremmo leggere la diffusione di meme che strizzano l’occhio all’Alt-right?

“Per quello che è. L’Alt-right trae la sua forza dal continuo mascheramento, in un meccanismo quasi esoterico nel quale i loro simboli vuoti possono solo essere fraintesi e mai capiti. Ciò che dobbiamo fare è riconoscere che tipo di ideologia viene sostenuta di volta in volta da questa o quella produzione discorsiva. Non sempre è facile, ma in molti casi è sotto gli occhi di tutti. Io non sono per la censura, sono perché ciascuno si assuma la responsabilità di quello che dice e che pensa.”

In conclusione: nascono all’inizio degli anni 2000, circolano e si riproducono negli anfratti del web, arrivano a noi dopo anni in cui sono cresciuti e hanno costruito un impero sugli strati di ironia senza che ce ne accorgessimo. E nel momento in cui ne vediamo uno, ne esistono già centinaia di versioni che rendono obsoleto quello che stiamo condividendo noi con i nostri amici. Dei meme parliamo sempre più spesso ma quasi mai sappiamo di cosa stiamo parlando, perché arriviamo tardi, ma anche perché sottovalutiamo il ruolo che ha questa produzione incessante dal basso nello scenario globale della percezione della realtà.

 

di Noemi Borghese

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