lunedì, 21 Giugno 2021

I manager, le catastrofi e il senso del rischio

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Che ne sarà degli adolescenti sfuggiti alle inondazioni di Houston? O di questi tre bambini salvati il 21 agosto tra le macerie di Ischia, un’isola vicina a Napoli, in Italia, colpita da un terremoto che ha ucciso due persone? Che ne sarà dei giovani testimoni di attentati terroristici, in Europa o altrove?

Certamente, non tutti si ritroveranno un giorno a guidare un’impresa, sia essa piccola o grande. Gli capiterà né più né meno di come capita in generale sul totale della popolazione. Ma coloro di essi che nutriranno questa ambizione e che conseguiranno il loro obiettivo, saranno più audaci o al contrario lo saranno meno di quello che suggerisce la ragione, seguiranno strategie insufficientemente rischiose o al contrario sconsiderate, nella buona così come nella cattiva sorte.

La maggior parte di queste persone non prenderanno sempre decisioni razionali; saranno o troppo prudenti o troppo temerari. E la lancetta dipenderà dall’intensità della catastrofe, cioè dal numero dei feriti o dei morti riferiti alle dimensioni dell’area colpita e dei danni materiali prodotti. È una constatazione assai cinica. Ma deriva dalle conclusioni delle ricerche condotte da tre specialisti della finanza, Gennaro Bernile (Università di Miami), Vineet Bhagwat (Università George-Washington) e Raghavendra Rau (Università di Cambridge). I loro lavori, messi in evidenza dal numero di luglio della lettera d’informazione finanziaria vernimmen.net erano stati già pubblicati in gennaio sul Journal of Finance.

I tre ricercatori hanno anzitutto trovato conferma del fatto, già messo in evidenza da precedenti lavori che la storia personale dei capi azienda pesava sulle decisioni strategiche che sono chiamati ad operare. Un articolo pubblicato nel 2011 nella stessa rivista dimostrava che i manager nati tra il 1920 e il 1929, cioè subito prima e durante l’esplosione della grande crisi finanziaria, in età adulta si erano mostrati prevalentemente molto prudenti: si indebitavano in maniera insufficiente nonostante i benefici fiscali offerti a coloro che facevano debito per investire nelle loro imprese.

Ma Rau e i suoi colleghi vanno molto più in là. E dimostrano che questo stato d’animo non è lineare, cioè che il fatto di avere vissuto una catastrofe non conduce inesorabilmente ad essere anormalmente prudenti. In certi casi, in particolare quando la catastrofe presenta una intensità moderata, accade addirittura il contrario. Le loro conclusioni si fondano sull’analisi di un campione di 1508 capi azienda nati negli Stati Uniti e che abbiano guidato tra il 1992 ed il 2012 società annoverate nello S&P 1500 – cioè le 1500 imprese con la più alta capitalizzazione di borsa. In seguito, hanno censito tutte le catastrofi naturali che si sono abbattute nel paese tra il 1900 ed il 2010: terremoti, tornado, uragani, incendi, frane, inondazioni, registrando i dati in maniera da poterne misurare il livello di intensità.

Per giudicare l’atteggiamento dei manager di fronte al rischio, i ricercatori hanno quindi valutato la natura e l’importanza dei fondi propri delle società, la loro propensione ad acquistare altre imprese e la stabilità dei loro risultati finanziari. Restava dunque da verificare se il vissuto di questi manager ed il loro comportamento in materia finanziaria risultavano correlabili. Conclusione: i manager che avevano vissuto una catastrofe di natura moderata si indebitavano più di coloro che nella loro infanzia non avevano vissuto alcun evento catastrofico; al contrario, coloro i quali erano stati testimoni di catastrofi qualificate come estreme si indebitavano meno. Il ritorno sugli investimenti effettuati dai manager che avevano vissuto catastrofi moderate si sono dimostrati piuttosto cattivi.

Al di là delle spiegazioni psicologiche che si possono avanzare per meglio comprendere il comportamento dei capi azienda, il fatto di verificare quale fosse la congiuntura economica prevalente quando erano bambini, ovvero la presenza o meno di crisi politiche, di disastri ambientali o catastrofi naturali, può dunque aiutare a comprendere, prevedere e se necessario correggere le loro decisioni, che sono spesso ben poco razionali. Che essi conoscano a mena dito le leggi della finanza o che si siano diplomati nelle migliori università non cambia gran ché. Il contesto economico, politico e ambientale dell’infanzia dei manager li condizionerà a indebitarsi più o meno del ragionevole o a effettuare acquisizioni temerarie. Questo, nonostante le tante teorie che essi conoscono ma che opportunamente dimenticano.

 

Un articolo di Annie Kahn, da Le Monde, 9 settembre 2017

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