Il ritorno di Ebola in Africa è, ormai, molto più di una semplice paura. A rilanciare la portata della nuova epidemia nella Repubblica Democratica del Congo è stata l’Organizzazione Mondiale della Sanità: così come racconta il New York Times, secondo le prime rilevazioni dell’agenzia speciale dell’ONU i casi accertati erano 80 – 100 (dati fino al 15 maggio), ma il nuovo report, pubblicato qualche giorno fa, parla di un fenomeno molto più preoccupante che va dalle 100 alle 300 persone colpite dal virus. E non si tratta solo di una previsione. I dati resi noti dall’Organizzazione sono ufficiali, e fanno parte del suo ultimo piano d’intervento che predispone anche un bilancio preventivo per contrastare questo nuovo e grave outbreak di Ebola.

I primi step del piano d’azione dell’OMS sono il monitoraggio e l’identificazione dei contatti, tutto per prevenire un’ulteriore diffusione: per esempio, sono circa 1.000 le persone che si muovono ogni giorno attraverso i principali punti d’accesso alla zona di Bikoro, l’area remota della provincia dell’Equatore dove l’epidemia è stata segnalata per la prima volta. Ecco il vero problema: capire chi e quando entra in contatto con le zone urbane, che secondo l’OMS producono il più alto tasso di potenziali infezioni e che hanno costretto l’agenzia a raddoppiare il budget, passando da $26 a $56 milioni di dollari. L’obiettivo? Monitorare tutte le evoluzioni dell’epidemia, non lasciarsi scappare alcun contatto e seppellire in modo sicuro tutte le vittime di Ebola.

Cosa si sta facendo per contrastare Ebola?

Le notizie sulle contromisure al virus corrono altrettanto veloci, usate come mezzo per combattere paura e allarme nelle zone colpite: in questo momento, tutte le speranze vengono riposte in un vaccino sperimentale, il VSV-Zebov. Sono 7500 le dosi al momento disponibili in Repubblica Democratica del Congo, e altre 8000 verranno messe a disposizione nei prossimi giorni. Il vaccino è definito sperimentale, poiché è stato somministrato agli esseri umani solo una volta – tra il 2015 e il 2016 in Guinea a pazienti che erano venuti a contatto con persone infette da Ebola – ottenendo, però, ottimi risultati: dallo studio scaturito da quella sperimentazione, l’efficacia stimata è del 100%. (così come scritto qui dalla CNN). Ma stiamo parlando, appunto, di efficacia stimata.

Ma come funziona VSV-Zebov? Come riportato da Wired Italia, si tratta di una vaccinazione ad anello, che dà priorità di trattamento alle persone a più alto rischio – quelle che in pratica sono state a contatto con i soggetti colpiti dalla malattia – fino ad allargare l’anello ai contatti dei contatti e così via. L’effetto è quello di proteggere tutta la popolazione più esposta al virus e di creare una sorta di “cuscinetto” intorno alle persone già infette, evitando così la temutissima diffusione immediata di Ebola. Chiunque riceverà il vaccino verrà, poi, controllato 3, 14, 21, 42, 63 e 84 giorni dopo.

Cosa abbiamo imparato dalla catastrofe del 2014

Prima di guardare al presente e al futuro, è sempre bene conoscere bene il passato per capire la magnitudo reale dei fenomeni in ballo. Qui il Washington Post racconta la storia dell’epidemia di Ebola che colpì l’Africa Occidentale tra il 2014 e il 2015. Tutto ebbe inizio il 26 dicembre 2013 in un piccolo villaggio della Guinea, dove una malattia “misteriosa” iniziò a diffondersi silenziosamente e a uccidere centinaia di persone: quella malattia venne identificata come Ebola solo il 21 marzo 2014, dopo tre mesi. La vera lezione che emerse da quella catastrofe sanitaria sta proprio dietro al ritardo accumulato nella diagnosi, legata a un mondo – il nostro, quello occidentale – che si rivelò totalmente impreparato e incapace di difendersi: alla fine, a farne le spese, furono 11.314 persone morte tra Guinea, Liberia e Sierra Leone. La lezione della scorsa emergenza è quindi l’importanza di una reazione rapida e ben finanziata, pronta a combattere rapidamente la diffusione della malattia.

Secondo l’OMS il miglior modo per prevenire e farsi trovare pronti sarebbe un fondo di emergenza da $100 milioni, un gruzzolo di denaro da tenere sempre a disposizione in caso di epidemie gravi. Ma la difficoltà a tirar su una cifra del genere è l’ostacolo più grande: infatti, fino a questo momento, l’OMS è riuscita a raccoglierne solo un terzo, circa $31,5 milioni. In aiuto alla causa è arrivata la Banca Mondiale, con un nuovo programma che prevede l’emissione di $500 milioni in obbligazioni e derivati ​​specializzati, un fondo fiduciario che potrà essere rapidamente utilizzato per la risposta pandemica, senza dover aspettare i governi nazionali che hanno tempi di finanziamento più lunghi. Studiando l’emergenza del 2014, la Banca Mondiale ha anche scoperto che, probabilmente, se il fondo fosse stato attivo già allora, il denaro sarebbe arrivato tre mesi prima e – parlando sempre per ipotesi – avrebbe limitato i danni dell’epidemia. Certo, il denaro non è tutto – le decisioni politiche, la ricerca biomedica, i segnali di allarme e una comunicazione adeguata sono altri fattori fondamentali per una risposta rapida – ma disporre di un fondo solido per avere l’opportunità di inviare velocemente le prime squadre sui territori colpiti da queste emergenze sanitarie è, sicuramente, un passo avanti promettente e innovativo.

Oltre Ebola, Nipah colpisce l’India

Oltre la nuova diffusione dell’epidemia di Ebola, a preoccupare la sanità mondiale vi è anche la crescita del virus Nipah in India. A guardare la storia di Nipah sembra di avere un déjà vu dell’esperienza Ebola del 2014. Come racconta il Financial Times, da lunedì scorso 14 persone sono morte nell’India meridionale dopo aver contratto il virus Nipah, una malattia che può passare dai pipistrelli agli umani e che agisce molto velocemente: il tempo che passa dai sintomi simil-influenzali al coma e, infine, alla morte può essere di soli tre giorni. Nonostante sia stato identificato già nel 1998 – in Malesia nel villaggio di Kampung Sungai Nipah, da cui prende il nome il virus – potrebbe rappresentare uno stress test per l’OMS addirittura più grande di Ebola: il problema da fronteggiare è l’attuale assenza di una cura efficace, o di un vaccino capace di diminuire il tasso di mortalità, che in alcuni focolai è addirittura del 100%. Ecco perché Nipah è tra i primi nella lista – redatta dall’OMS – dei “patogeni prioritari” che richiedono ricerca e sviluppo accelerati.

di Natale De Gregorio

Il vero problema? Capire chi e quando entra in contatto con le zone urbane, che secondo l’OMS producono il più alto tasso di potenziali infezioni e che hanno costretto l’agenzia a raddoppiare il budget, passando da $26 a $56 milioni di dollari. L’obiettivo? Monitorare tutte le evoluzioni dell’epidemia, non lasciarsi scappare alcun contatto e seppellire in modo sicuro tutte le vittime di ebola.