sabato, 27 Novembre 2021

Ecco come anche Google con Gmail è “inciampata” sul tema privacy

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La Silicon Valley, centro dell’innovazione e dell’economia digitale, non smette di essere al centro dell’attenzione riguardo ai suoi lati oscuri. Ancora scossa dal caso Cambridge Analytica (ne abbiamo parlato qui) e in preda a una forte crisi etica (abbiamo affrontato la questione etica  qui), un nuovo aspetto legato alla privacy rischia di suscitare un nuovo scandalo.

Un’indagine del Wall Street Journal ha portato alla luce un meccanismo tramite il quale Google permette agli sviluppatori di terze parti, che forniscono componenti aggiuntivi o app collegate a Gmail, di accedere alle caselle mail di milioni di suoi utenti, potendo così prendere visione di indirizzi e messaggi. Pur essendo necessario un consenso esplicito da parte dell’utente, nei moduli di consenso non sempre è chiara la portata delle azioni che l’assenso permette. La quasi totalità degli utenti si limita ad assentire alla richiesta di accesso alla casella di entrata della posta al primo utilizzo dell’app senza approfondire le implicazioni.

Oltre alla lettura automatica di centinaia di milioni di email al giorno da parte di computer – con finalità di marketing, targetizzazione dei clienti, suggerimenti pubblicitari o proposte di itinerari di viaggi ricercati – uno degli aspetti più critici è la lettura di migliaia di mail ad opera di tecnici (umani) impiegati nell’addestramento del software o nello sviluppo di nuove funzionalità. Questa pratica comune, impiegata anche sui servizi mail di altre compagnie come Microsoft e Yahoo, pone ancora una volta la domanda sui confini della riservatezza dell’utente. Lo scenario emerso dal reportage fa sorgere interrogativi anche sull’utilizzo dei dati contenuti nelle mail, pur non essendo stati registrati casi di utilizzo illecito dei dati lo schema alla base del tutto simile a quello del caso Facebook-Cambridge Analytica in cui un’azienda ha utilizzato queste informazioni con fini impropri.

Mentre tutte le aziende, da Facebook a Google stessa, stanno cercando – spinti dall’attenzione dell’opinione pubblica e in alcuni casi da nuove normative – di rivedere i propri standard di privacy, rinunciando alla lettura dei contenuti dei loro utenti e rendendo più chiare le impostazioni legate all’utilizzo di dati, meno trasparente resta l’utilizzo da parte di terze parti e la riservatezza imposta ai loro impiegati su eventuali informazioni sensibili.

Senza voler demonizzare la rete e senza stupirsi eccessivamente ad ogni notizia riguardante l’utilizzo dei dati personali immessi in rete, appare sempre più chiaro come le compagnie digitali debbano affrontare il problema della riservatezza delle informazioni in loro possesso. Nel fare questo uno dei parametri più importante è la definizione di policy trasparenti e comprensibili riguardo alle modalità di raccolta dei dati, alla loro natura – quali e quanto sensibili – e alla finalità del loro utilizzo. Solo attraverso quest’operazione si potrà superare il meccanismo per il quale ad ogni reportage, approfondimento o scandalo si finisce per alimentare l’idea orwelliana del Grande Fratello che non ti perde mai di vista controllando ogni aspetto della tua vita (digitale).

 

di Federico Bergna

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